Bowie, JFK e la lezione di Berlino: i muri temono il coraggio

Quando il Muro ancora serpeggiava come una lunga ferita di cemento nel cuore d’Europa, Berlino non era semplicemente una città divisa ma un corpo cui era stata sottratta una metà intera. Il Muro non tagliava soltanto le strade ma divideva famiglie, spezzava amicizie, interrompeva quei gesti quotidiani che fanno una vita: a Ovest la gente accelerava, viveva, correva dietro a un futuro che sembrava possibile mentre ad Est si avanzava in punta di piedi con quel passo trattenuto di chi sa che ogni gesto ha un testimone invisibile.
Da una parte un polmone pieno di vita, luci e libertà, alimentato dall’aria internazionale del capitalismo che trasformava i quartieri in vetrine scintillanti. Dall’altra un fiato corto, pensieri sussurrati per timore di esser ascoltati dalla Stasi, quiete repressa e le antenne orientate di nascosto verso l’Ovest per captare illegalmente ARD e ZDF. Una città che sembrava un’orchestra costretta a suonare due spartiti diversi pur condividendo lo stesso palco e lo stesso cielo.
Il teatro dell’assurdo.
Il 6 giugno 1987 David Bowie arriva a Berlino e la città trattiene il fiato perché non è un ospite qualunque: è qualcuno che quelle ferite le conosce davvero, le ha respirate sulla pelle, vissute fino in fondo e poi trasformate in musica. Tra il ’76 e il ’78  ha abitato in Berlino Ovest proprio negli anni in cui la Guerra Fredda era più densa dell’aria e più tagliente del cemento. Da Schöneberg osservava il Muro dall’interno, dalle finestre affacciate su una città che cercava di sopravvivere a se stessa. Frequentava club impregnati di fumo, percorreva vicoli che sapevano di anarchia, incrociava gli sguardi dei giovani turchi e italiani arrivati con la valigia piena di speranze, degli studenti in tumulto, dei disertori dell’Est che nel punk berlinese avevano trovato il loro rifugio.
Quando torna nel 1987 lo fa davanti al Reichstag e davanti a due pubblici diversi: circa 70.000 persone a Berlino Ovest e migliaia di fan della DDR che si radunarono vicino al Muro per ascoltare, provocando scontri con la polizia di Berlino Est.
Davanti a se aveva l’Ovest festante, libero, colorato, con la sua cultura pop, le sue riviste, i bar brulicanti, la musica che usciva dalle radio come una dichiarazione di esistenza.
Dietro, appena oltre il Muro, un altro pubblico: invisibile, sorvegliato, affamato. Giovani che rischiavano punizioni severe solo per essersi avvicinati a un confine proibito. Uomini e donne che spesso si scambiavano cassette di musica occidentale come fosse contrabbando emotivo.
Bowie lo sa ed è per questo che non può limitarsi ad un concerto ma deve scuotere anime e corpi.
Lì, sotto quel cielo sospeso, fa il gesto che spacca il rituale: durante il concerto chiede ai tecnici di girare le casse verso Est. Una decisione politicamente irritante per la DDR che accusò l’evento di “provocazione occidentale”: se loro non potevano venire a vedere lui allora sarebbe stata la sua voce ad attraversare il confine.
Il suono parte piano come un ospite educato che bussa delicatamente alla porta di casa. Poi cresce, supera il cemento, rimbalza sui pannelli antiscalata, scivola tra i vicoli di Prenzlauer Berg, entra nelle finestre socchiuse dove i giovani dell’Est ascoltavano illegalmente la musica occidentale su Radio Free Europe o su SFB percependo qualcosa di mai sentito: non solo un concerto ma rivoluzione culturale e sociale.
E quando Bowie attacca “Heroes” la canzone torna là dove era nata: all’ombra del Muro tra due mondi, due amanti, due fucili pronti a sparare.

I, I can remember
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads (over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame was on the other side
Oh we can beat them, for ever and ever
Then we could be Heroes,
just for one day


Nella DDR qualcuno racconterà poi che quella fu la seconda volta in cui il Muro sembrò vacillare. Forse era solo un’illusione ma bastava: a Est la speranza era materiale molto più prezioso delle sigarette, dei jeans Levi’s o della musica rock contrabbandata.
E ciò che rende tutto più potente è che quel palco non era il primo ad aver incrinato il Muro.
Nel 1963 John F. Kennedy aveva pronunciato il suo “Ich bin ein Berliner” (Io sono un berlinese) davanti a centinaia di migliaia di persone. Un discorso breve ma immenso per una popolazione che si sentiva abbandonata da tutti, circondata dalla DDR e a un passo dall’essere sacrificata sull’altare della geopolitica. Quelle parole nella loro semplicità erano state un abbraccio politico: un “non siete soli” pronunciato nel punto più fragile dell’Europa.
Kennedy aveva parlato al cuore. Bowie lo aveva cantato.
Due linguaggi diversi per dire la stessa cosa: la libertà non è negoziabile.
E Berlino, fedele alla sua natura dinamica e frizzante non rimane incatenata al passato.
Nel 1990, subito dopo la caduta del Muro, Roger Waters trasforma l’ex “terra di nessuno” della Potsdamer Platz in un santuario rock. Costruisce un Muro finto solo per poterlo abbattere davanti al mondo intero: un rito collettivo di liberazione.
I berlinesi dell’Est e dell’Ovest insieme allo zio Roger e una parata di leggende come Scorpions, Cyndi Lauper, Sinéad O’Connor, Joni Mitchell, Bryan Adams, Van Morrison, Marianne Faithfull, The Band, Thomas Dolby e Ute Lemper urlano all’unisono “Tear down the wall!”, ovvero “Abbatti questo Muro!” (The Trial - The Wall - 1982).
Tre linguaggi: politica, musica e teatro per dire che i Muri cadono quando qualcuno trova il coraggio di guardare l’altro senza paura.
E allora sì, quel pezzettino di Muro che conservo gelosamente sulla libreria di casa mia non è un macabro souvenir. Per quanto piccolo possa essere pesa come pesa la diffidenza quando diventa becera politica. È freddo come la paura quando la lasci indurire. Toccarlo significa capire cosa succede quando un’idea diventa cemento e quando la storia perde la vergogna e decide di imparare.
La verità è che tutti i muri cadono inesorabilmente ma prima di cadere dovrebbero chiedere a qualcuno di spiegare al mondo perché non dovrebbero essere mai più costruiti.
E forse è proprio questo il punto: in ogni epoca c’è sempre qualcuno convinto di dover alzare nuovi muri perché c’è sempre un Est utile a sentirsi migliori, un Sud da guardare dall’alto e quando serve gonfiare l’ego persino l’illusione di essere più a Nord di chiunque altro. I punti cardinali? Roba relativa: dipende da dove ti piazzi… e soprattutto da quanto ti piace raccontartela. Ma la storia insegna che non funzionano mai davvero.
Perché poi arriva una canzone, un gesto minuscolo, una parola detta nel momento giusto.
Arriva qualcuno che non si accontenta della rassegnazione e che ti gira una cassa verso Est o spalanca una finestra dove tutti la vogliono chiusa. E in quell’istante, piccolo e ostinato, capisci che la libertà non urla e che il coraggio, quello che attraversa anche il cemento non ha mai avuto bisogno di permessi.

John F. Kennedy - discorso 1963: https://www.youtube.com/watch?v=y1NzrR4GYqs

David Bowie, Heros 1987: https://www.youtube.com/watch?v=HCI9o5IErwc

The Trial - The Wall, Live in Berlin 1990: https://www.youtube.com/watch?v=qK5InZbS9PA

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