This is a space for free thoughts. I write what I think, what I see, and what I feel. Freestyle ideas that hit me while I’m in the subway, arguing with colleagues, showering, or sprinting through the countryside at 4:40 per kilometer (releasing more endorphins than a Colombian narcotics distillery).

I try to be polite even if my humor is politically incorrect. These are my ideas and opinion. You can read them. You might like them. You might hate them. You can approve them. Or not.

Frankly, I don’t give a damn (Gone with the Wind, citation mandatory).

P.S. For semantic reasons I write the Blog in Italian.

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Milù e la stella restituita

C’era una volta, ai margini di una foresta così fitta e antica che i rami parevano dita intrecciate in preghiera, un piccolo villaggio di case di pietra e tetti di legno. In quel luogo, dove il tempo non veniva misurato dalle ore degli orologi ma dal lento mutare delle stagioni viveva una gatta dal mantello color della brace ardente.

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Elian e l’Athanor della Foresta

Si narra che in un’epoca remota, assai prima che i sentieri venissero tracciati dal passo degli uomini e che i cuori imparassero a schiudersi alla fiducia reciproca, ai margini di una selva tanto vasta da parere infinita e tanto inospitale da scoraggiare persino il vento, vivesse un carbonaio di nome Elian.

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Quando ascolti Art ma cerchi Paul: Il nome sbagliato e l’identità ritrovata

Negli anni Novanta andai ad un concerto di Art Garfunkel. Per la gran carità: bello e suggestivo. Eppure, mentre lui cantava ci scoprivamo a guardarci intorno con quell’aria un po’ colpevole di chi sapeva di essere lì per qualcun altro. Non tanto per Garfunkel (con rispetto Art), quanto per il fantasma ingombrante e luminoso del suo compare avversario Paul Simon. Perché sì, inutile raccontarcela: nella nostra testa li volevamo insieme. Anzi no: volevamo le loro voci intrecciate. Anzi no, ancora: volevamo quelle canzoni lì, ma cantate da Paul.

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Bruegel e Orwell al tavolo della verità: manuale semiserio del XX secolo

La pittura fiamminga del Cinquecento, diciamolo senza troppi giri di parole, è una di quelle cose che oggi riduciamo a due immagini da poster da appendere sopra il divano: il Ritratto dei coniugi Arnolfini (Jan van Eyck - 1434) e La ragazza col turbante (Johannes Vermeer - 1665) come se tutto il resto in mezzo non fosse mai esistito.

Stop. That’s it!

È un po’ come quando tutti si ricordano Light My Fire dei Doors (pezzo bellissimo per carità) e poi nessuno si fila The End o The W.A.S.P (Texas Radio and the Big Beat) che valgono due volte tanto. Ecco: con i fiamminghi succede la stessa cosa. Ci fermiamo al singolo da classifica e ignoriamo l’album intero.

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Lisa, Gastone e il Maestrale che soffiava piano

Il vento, quel pomeriggio, non si limitava a soffiare: ballava il rock acrobatico con tutto ciò che gli capitava a tiro. Correva per le strade come un branco di delfini liberi nell’oceano, faceva girare le foglie come trottole impazzite, sollevava i cappelli per studiare le leggi segrete della fisica, si infilava nelle maniche delle giacche e spettinava il mondo senza chiedere permesso. Arruffava capelli, ma soprattutto entrava nelle orecchie e faceva un allegro disordine nei pensieri: spostava ricordi, mescolava idee, faceva cadere certezze come bicchieri sul pavimento. Lisa aveva tredici anni ed era una ragazzina magrolina come un segnalibro, leggera come una matita dimenticata sul bordo di un quaderno. Aveva occhi curiosi di quelli che guardano sempre un po’ più in là del necessario e un sorriso che arrivava con qualche secondo di ritardo, come se prima dovesse finire di sognare.

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Metro delle 7.30: sonno, smartphone e piccole collisioni umane

Alle 7.30 la metropolitana non è un mezzo di trasporto: è un acquario umano di sonnolenza e speranze stropicciate. Le porte si aprono con il rumore secco di una macchina che non ha tempo da perdere: un colpo di ingranaggi, un soffio d’aria compressa e il mondo dalla banchina entra nel vagone senza chiedere permesso. La città chiama scandendo il ritmo di ogni passo: TIC–TAC–TIC–TAC…La chiusura delle porte è una morbida ghigliottina: ZAAC!Un colpo secco metà acciaio e metà capriccio come se il treno dicesse: “ Adesso basta esitare, Sali! Io VRRRRRRR mi faccio inghiottire GNAM! Partiamo.

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Le dimissioni, ovvero quando l’outfit non è più quello giusto

C’è una verità semplice, lampante, quasi imbarazzante da quanto sia sotto gli occhi di tutti, eppure ci ostiniamo a far finta di niente. Ogni outfit, proprio ogni singolo accrocchio di tessuti che decidiamo di indossare ha una funzione, un codice non scritto, un habitat naturale. Non è un parere, non è una suggestione: sono i fatti, nudi e crudi. Perché altrimenti succede quello che tutti fingono di non vedere: si scivola nel territorio minato del disagio estetico.

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La Notte Si Siede al “Velvet Dominion”

Ho sempre amato gli anni ’30 e ’40. Nonostante lo spettro della guerra che bussava alla porta credo siano stati anni elegantemente spietati e magnifici in cui la vita si teneva stretta al petto come un segreto da difendere o un bacio rubato. Tempi in cui ogni lampione aveva un alone di mistero e ogni notte sembrava scritta da un pianista insonne con le mani sporche di malinconia. In quell’aria sospesa ho immaginato Black Coffee di Sarah Vaughan (anche se in realtà uscirà qualche anno dopo ma la fantasia questo non lo sa) suonata dal vivo in un club fumoso:

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Bowie, JFK e la lezione di Berlino: i muri temono il coraggio

Quando il Muro ancora serpeggiava come una lunga ferita di cemento nel cuore d’Europa, Berlino non era semplicemente una città divisa ma un corpo cui era stata sottratta una metà intera. Il Muro non tagliava soltanto le strade ma divideva famiglie, spezzava amicizie, interrompeva quei gesti quotidiani che fanno una vita: a Ovest la gente accelerava, viveva, correva dietro a un futuro che sembrava possibile mentre ad Est si avanzava in punta di piedi con quel passo trattenuto di chi sa che ogni gesto ha un testimone invisibile.

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Il coraggio che ci tiene umani: Chaplin, Hemingway e il dovere di non voltarsi

Fin da bambino mi ha affascinato profondamente il cinema muto con quello sguardo poetico, le gag romantiche di Charlie Chaplin capaci di trasformare ogni gesto in qualcosa di magico. Poi, un giorno, guardando “Il grande dittatore” ho scoperto che Chaplin sapeva anche parlare e confesso che ho faticato a riconoscerlo: era troppo serio per chi, fino a poco prima faceva il giullare con un mappamondo gigante.

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Dimissioni: l’arte involontaria della reciproca sconfitta

Sfatiamo con un sorriso quella pittoresca leggenda metropolitana che vaga nelle aziende come un dogma ormai sfinito: le dimissioni non sono mai un fulmine a ciel sereno. MAI. Sono piuttosto un temporale annunciato, uno di quelli con le grandi nuvole nere che girano, rigirano e si accumulano minacciose, pronte a travolgere tutte le parti in gioco con la stessa delicatezza del diluvio universale.

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Tagliare i rami secchi: l’eleganza dell’ascia

C’è un meraviglioso equivoco che attraversa quasi tutte le relazioni: noi partiamo sempre con una certa ingenuità affettuosa, una fiducia spontanea, quasi primordiale che ci porta a proiettare sull’altro ciò che vorremmo fosse vero. È quella innocenza da adulti di buona volontà è ben nota: tendiamo a credere che gli altri siano simili a noi, che abbiano la stessa disponibilità, la stessa sincerità, la stessa soglia di responsabilità affettiva.

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Pink Floyd: Live at Pompeii ovvero quando la musica imparò a resistere al silenzio

Tra i miei mille e non più mille amori c’è la musica. Non quella “usa e getta” che oggi infesta le radio come plastica negli oceani. Parlo della musica che ha plasmato generazioni, che s’è infilata nella storia e nelle nostre vite, consapevolmente e no. I Pink Floyd, per me, non sono una passione: sono una dipendenza antica simile ad un mantra religioso. Li ascolto e riascolto cercando ogni sfumatura che sicuramente, la volta prima, mi era sfuggita. Ogni loro album è “Storia” senza bisogno di didascalie e sottotitoli perché ogni loro album rappresenta qualcosa.

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Gli Eroi del Nulla: breve anatomia degli sfigati sociali

È ormai evidente: la società cambia alla velocità dei bit mentre noi restiamo in attesa con il cervello ancora in fase di download. Le informazioni ci piovono addosso come grandine senza darci il tempo di capire cosa ci stia davvero succedendo intorno. Il risultato? Un perenne senso di affanno, di inadeguatezza, di disagio strisciante che sentiamo sottopelle ma che fieramente ignoriamo come fosse un percorso formale per l’ottenimento della beatificazione.

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Tommaso e lo Spirito del Cappotto

Tommaso aveva dieci anni e la testa piena di pensieri trafficati. Dentro il suo cervello correvano treni, biciclette, cavalli al galoppo e nuvole smarrite in cerca di qualche destinazione. I capelli erano una rivolta contro il pettine, gli occhi due porte aperte sull’universo e le lentiggini una mappa astronomica.

Ma ogni sera succedeva la stessa magia: il sole si ritirava come un vecchio tram stanco e nelle fessure della stanza si infilava il buio e Tommaso, coraggioso come un soldatino di gelatina, si rifugiava sotto le coperte.

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Il palindromo dell’anima: la danza immobile delle relazioni

C’è un quadrato inciso su pietre antiche, un enigma che attraversa i secoli: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS. Lo leggi da sinistra a destra, dall’alto in basso e il senso non cambia. È un labirinto perfetto ma che ti riporta sempre al punto di partenza, non ti perdi mai ma ti disorienta. Un palindromo che sembra raccontare la nostra condizione, oggi più che mai.

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Manuale di sopravvivenza per frutti non convenzionali

L’essere umano non è una mela. Troppo levigata, troppo Cupertino Style e qualcuno preferisce il sistema Android. Non è nemmeno una banana. Troppo lineare, troppo pop art. Non è un limone per carità: l’acidità è roba da giornate storte. Forse, se proprio vogliamo giocare con la frutta potremmo azzardare un’arancia: sferica ma non perfetta, ha la buccia ruvida, aspra, imprevedibile, ti schizza addosso e ti lascia quell’odore che sa un po’ di appiccicoso. Ma io se devo scegliere scelgo l’ananas.

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Ho più Veleno io in corpo di un Cobra: Sti Caxxi!

“Ho più veleno io in corpo di un cobra”. Non è solo una frase ma è la fotografia di molti ambienti lavorativi perché il veleno, nel mondo del lavoro, non è nelle zanne, negli artigli o in qualche pungiglione ma è nei sorrisi di circostanza, nei feedback “costruttivi” che ti demoliscono, nelle riunioni fatte “per allinearsi”.

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Diversamente strani, sbagliati ma felici

Qualche mese fa mi hanno invitato ad un “Job Day” durante una giornata di orientamento professionale. Aula magna, ragazzi in fila, sguardi incerti, qualcuno con gli auricolari: diremmo il solito scenario. Ma non è mai davvero “il solito” se ci si ferma a guardare con più attenzione.

Davanti a loro ho parlato di me. O meglio, di quelli come me. Anzi, di quelli che erano con me. Tutti diversi, tutti “strani”. Ma cosa significa esattamente, “strano”? Michel Foucault, che non era certo uno che parlava per slogan, diceva che la normalità è una forma di controllo, insomma un modo elegante per stabilire chi sta dentro e chi sta fuori.

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