This is a space for free thoughts. I write what I think, what I see, and what I feel. Freestyle ideas that hit me while I’m in the subway, arguing with colleagues, showering, or sprinting through the countryside at 4:40 per kilometer (releasing more endorphins than a Colombian narcotics distillery).
I try to be polite even if my humor is politically incorrect. These are my ideas and opinion. You can read them. You might like them. You might hate them. You can approve them. Or not.
Frankly, I don’t give a damn (Gone with the Wind, citation mandatory).
P.S. For semantic reasons I write the Blog in Italian.
La notte e quello che resta sotto
Ci sono notti in cui il silenzio dovrebbe bastarmi, altro che andare in giro.
Il problema è che nella mia testa il silenzio non arriva mai: si accumula, si incrina, si moltiplica fino a diventare qualcosa di più rumoroso del rumore stesso.
Mi scende nelle gambe, poi risale di colpo, mi si pianta dietro la fronte.
L’orologio dice che è tardi.
Non dovrei uscire.
Dentro la corsa: viaggio con il ritmo che nasce nella mente
Quando apro l’armadio il mondo è indietro. Non di minuti. Di millisecondi.
Non è questione di tempo reale o dei suoi Tic Tac: quello scorre regolare, impeccabile, preciso.
È qualcosa di più umano, più brutale: è la mente che accelera.
Io sono ancora qui. E mentre mi metto la maglia una parte di me ha già girato l’angolo, ha già preso ritmo, ha già fatto partire un cronometro virtuale.
È come essere sulla griglia di partenza di una gara: il corpo fermo, il cuore già al primo giro.
Le scarpe non sono oggetti. Non lo sono mai state.
Sono estensioni, compagne, archivio vivente.
Se c’è la vita com’è? Cos’è? (storia di Vincenzina e la Fabbrica)
Immagina Vincenzina. sì… ma immagina e ascolta me.
Perché io sono La Fabbrica.
Eh già, non proprio una bellezza, lo so… ma qualcuno dovrà pur raccontarla ‘sta storia, no?
Bene: “Sta sù de dòss e molla giò che continui”.
Non è un nome a caso, Vincenzina.
Ne ho viste passare tante con quel nome lì o simile: Antonietta, Maria, Rosa, Addolorata, Teresa, Giuseppina, Francesca… tutte uguali anche se tutte diverse.
Piccole, piegate fin dalla nascita e con la stessa ombra attaccata alle scarpe.
E i sogni, eh… quelli si che pesano… più della dote cucito dalla mamma e poi conservato nel baule quando le figlie erano ancora un pensiero.
La torta di mele dello Zio Sam
È successo per caso, come spesso succedono le cose che poi ti fanno riflettere. Ero in viaggio, uno di quei tragitti lunghi in cui il paesaggio scorre senza davvero farsi guardare e la playlist andava avanti da sola pescando pezzi dimenticati in base ai tuoi ultimi ascolti. A un certo punto è riemersa una canzone che non ascoltavo da molto tempo, forse troppo.
A long, long time ago
I can still remember how that music used to make me smile.
Il Rosso Volo in “Summertime”
La palude sotto di me non dorme mai nemmeno all’alba quando il cielo è ancora color arancio e si solleva lentamente dalla terra. Adoro questo momento e resto fermo qui sopra con gli occhi aperti.
Inclino la testa. Ascolto. Il silenzio qui non esiste anche se siamo lontani da quelle scatole puzzolenti degli umani. Il ronzio degli insetti, il gracidio delle rane, il tonfo sordo di un corpo che scivola nell’acqua, un ramo sottile che vibra sotto il peso del vento.
Ogni suono è un indizio, ogni indizio è un avvertimento, ogni avvertimento è un passo più vicino al buio e non è una questione di luce ma di sopravvivenza.
Dall’alto vedo tutto e molto bene anche se mi espongo a chi è più grande e più veloce di me.
Festa Cosmica per Cuori Teneri e Tentacoli Ballerini
Sbronzo-12 non è un posto per gente che ama le bussole, i calendari svizzeri o quegli orologi digitali biometrici che ti dicono con quale piede devi scendere dal letto la mattina.
Scusa? Cos’è quella faccia? Ah, le bussole.
Come le chiamate voi altri esseri spaziali del 2135? GPS? Gira-Poi-Sbagli?
Vabbè, lasciamo stare... lo so lo so, non serve ricordarmelo in continuazione. Io sono ciò che rimane di un umanoide in silicone proveniente dal pianeta terra, un fossile lanciato nel futuro in un razzo senza oblò.
Milù e la stella restituita
C’era una volta, ai margini di una foresta così fitta e antica che i rami parevano dita intrecciate in preghiera, un piccolo villaggio di case di pietra e tetti di legno. In quel luogo, dove il tempo non veniva misurato dalle ore degli orologi ma dal lento mutare delle stagioni viveva una gatta dal mantello color della brace ardente.
Elian e l’Athanor della Foresta
Si narra che in un’epoca remota, assai prima che i sentieri venissero tracciati dal passo degli uomini e che i cuori imparassero a schiudersi alla fiducia reciproca, ai margini di una selva tanto vasta da parere infinita e tanto inospitale da scoraggiare persino il vento, vivesse un carbonaio di nome Elian.
Quando ascolti Art ma cerchi Paul: Il nome sbagliato e l’identità ritrovata
Negli anni Novanta andai ad un concerto di Art Garfunkel. Per la gran carità: bello e suggestivo. Eppure, mentre lui cantava ci scoprivamo a guardarci intorno con quell’aria un po’ colpevole di chi sapeva di essere lì per qualcun altro. Non tanto per Garfunkel (con rispetto Art), quanto per il fantasma ingombrante e luminoso del suo compare avversario Paul Simon. Perché sì, inutile raccontarcela: nella nostra testa li volevamo insieme. Anzi no: volevamo le loro voci intrecciate. Anzi no, ancora: volevamo quelle canzoni lì, ma cantate da Paul.
Bruegel e Orwell al tavolo della verità: manuale semiserio del XX secolo
La pittura fiamminga del Cinquecento, diciamolo senza troppi giri di parole, è una di quelle cose che oggi riduciamo a due immagini da poster da appendere sopra il divano: il Ritratto dei coniugi Arnolfini (Jan van Eyck - 1434) e La ragazza col turbante (Johannes Vermeer - 1665) come se tutto il resto in mezzo non fosse mai esistito.
Stop. That’s it!
È un po’ come quando tutti si ricordano Light My Fire dei Doors (pezzo bellissimo per carità) e poi nessuno si fila The End o The W.A.S.P (Texas Radio and the Big Beat) che valgono due volte tanto. Ecco: con i fiamminghi succede la stessa cosa. Ci fermiamo al singolo da classifica e ignoriamo l’album intero.
Lisa, Gastone e il Maestrale che soffiava piano
Il vento, quel pomeriggio, non si limitava a soffiare: ballava il rock acrobatico con tutto ciò che gli capitava a tiro. Correva per le strade come un branco di delfini liberi nell’oceano, faceva girare le foglie come trottole impazzite, sollevava i cappelli per studiare le leggi segrete della fisica, si infilava nelle maniche delle giacche e spettinava il mondo senza chiedere permesso. Arruffava capelli, ma soprattutto entrava nelle orecchie e faceva un allegro disordine nei pensieri: spostava ricordi, mescolava idee, faceva cadere certezze come bicchieri sul pavimento. Lisa aveva tredici anni ed era una ragazzina magrolina come un segnalibro, leggera come una matita dimenticata sul bordo di un quaderno. Aveva occhi curiosi di quelli che guardano sempre un po’ più in là del necessario e un sorriso che arrivava con qualche secondo di ritardo, come se prima dovesse finire di sognare.
Metro delle 7.30: sonno, smartphone e piccole collisioni umane
Alle 7.30 la metropolitana non è un mezzo di trasporto: è un acquario umano di sonnolenza e speranze stropicciate. Le porte si aprono con il rumore secco di una macchina che non ha tempo da perdere: un colpo di ingranaggi, un soffio d’aria compressa e il mondo dalla banchina entra nel vagone senza chiedere permesso. La città chiama scandendo il ritmo di ogni passo: TIC–TAC–TIC–TAC…La chiusura delle porte è una morbida ghigliottina: ZAAC!Un colpo secco metà acciaio e metà capriccio come se il treno dicesse: “ Adesso basta esitare, Sali! Io VRRRRRRR mi faccio inghiottire GNAM! Partiamo.
Le dimissioni, ovvero quando l’outfit non è più quello giusto
C’è una verità semplice, lampante, quasi imbarazzante da quanto sia sotto gli occhi di tutti, eppure ci ostiniamo a far finta di niente. Ogni outfit, proprio ogni singolo accrocchio di tessuti che decidiamo di indossare ha una funzione, un codice non scritto, un habitat naturale. Non è un parere, non è una suggestione: sono i fatti, nudi e crudi. Perché altrimenti succede quello che tutti fingono di non vedere: si scivola nel territorio minato del disagio estetico.
La Notte Si Siede al “Velvet Dominion”
Ho sempre amato gli anni ’30 e ’40. Nonostante lo spettro della guerra che bussava alla porta credo siano stati anni elegantemente spietati e magnifici in cui la vita si teneva stretta al petto come un segreto da difendere o un bacio rubato. Tempi in cui ogni lampione aveva un alone di mistero e ogni notte sembrava scritta da un pianista insonne con le mani sporche di malinconia. In quell’aria sospesa ho immaginato Black Coffee di Sarah Vaughan (anche se in realtà uscirà qualche anno dopo ma la fantasia questo non lo sa) suonata dal vivo in un club fumoso:
Bowie, JFK e la lezione di Berlino: i muri temono il coraggio
Quando il Muro ancora serpeggiava come una lunga ferita di cemento nel cuore d’Europa, Berlino non era semplicemente una città divisa ma un corpo cui era stata sottratta una metà intera. Il Muro non tagliava soltanto le strade ma divideva famiglie, spezzava amicizie, interrompeva quei gesti quotidiani che fanno una vita: a Ovest la gente accelerava, viveva, correva dietro a un futuro che sembrava possibile mentre ad Est si avanzava in punta di piedi con quel passo trattenuto di chi sa che ogni gesto ha un testimone invisibile.
Il coraggio che ci tiene umani: Chaplin, Hemingway e il dovere di non voltarsi
Fin da bambino mi ha affascinato profondamente il cinema muto con quello sguardo poetico, le gag romantiche di Charlie Chaplin capaci di trasformare ogni gesto in qualcosa di magico. Poi, un giorno, guardando “Il grande dittatore” ho scoperto che Chaplin sapeva anche parlare e confesso che ho faticato a riconoscerlo: era troppo serio per chi, fino a poco prima faceva il giullare con un mappamondo gigante.
Dimissioni: l’arte involontaria della reciproca sconfitta
Sfatiamo con un sorriso quella pittoresca leggenda metropolitana che vaga nelle aziende come un dogma ormai sfinito: le dimissioni non sono mai un fulmine a ciel sereno. MAI. Sono piuttosto un temporale annunciato, uno di quelli con le grandi nuvole nere che girano, rigirano e si accumulano minacciose, pronte a travolgere tutte le parti in gioco con la stessa delicatezza del diluvio universale.
Tagliare i rami secchi: l’eleganza dell’ascia
C’è un meraviglioso equivoco che attraversa quasi tutte le relazioni: noi partiamo sempre con una certa ingenuità affettuosa, una fiducia spontanea, quasi primordiale che ci porta a proiettare sull’altro ciò che vorremmo fosse vero. È quella innocenza da adulti di buona volontà è ben nota: tendiamo a credere che gli altri siano simili a noi, che abbiano la stessa disponibilità, la stessa sincerità, la stessa soglia di responsabilità affettiva.
Pink Floyd: Live at Pompeii ovvero quando la musica imparò a resistere al silenzio
Tra i miei mille e non più mille amori c’è la musica. Non quella “usa e getta” che oggi infesta le radio come plastica negli oceani. Parlo della musica che ha plasmato generazioni, che s’è infilata nella storia e nelle nostre vite, consapevolmente e no. I Pink Floyd, per me, non sono una passione: sono una dipendenza antica simile ad un mantra religioso. Li ascolto e riascolto cercando ogni sfumatura che sicuramente, la volta prima, mi era sfuggita. Ogni loro album è “Storia” senza bisogno di didascalie e sottotitoli perché ogni loro album rappresenta qualcosa.
Gli Eroi del Nulla: breve anatomia degli sfigati sociali
È ormai evidente: la società cambia alla velocità dei bit mentre noi restiamo in attesa con il cervello ancora in fase di download. Le informazioni ci piovono addosso come grandine senza darci il tempo di capire cosa ci stia davvero succedendo intorno. Il risultato? Un perenne senso di affanno, di inadeguatezza, di disagio strisciante che sentiamo sottopelle ma che fieramente ignoriamo come fosse un percorso formale per l’ottenimento della beatificazione.

