This is a space for free thoughts. I write what I think, what I see, and what I feel. Freestyle ideas that hit me while I’m in the subway, arguing with colleagues, showering, or sprinting through the countryside at 4:40 per kilometer (releasing more endorphins than a Colombian narcotics distillery).
I try to be polite even if my humor is politically incorrect. These are my ideas and opinion. You can read them. You might like them. You might hate them. You can approve them. Or not.
Frankly, I don’t give a damn (Gone with the Wind, citation mandatory).
P.S. For semantic reasons I write the Blog in Italian.
La canzone che seppellì Dio e i Beatles
Ogni tanto mi rimetto davanti ai miei dischi per rimetterli in ordine.
“Celo”
“Celo”
“Celo”
Non perché siano in disordine, ma perché ho bisogno di riguardarli. Di accarezzare le copertine, leggere i crediti. È una forma di archeologia sentimentale. E ogni volta succede che qualche disco mi mette in imbarazzo, perché non so mai dove metterlo.
Poi fra molti “Celo” arriva un “Manca... aspetta un attimo. E questo dove accidenti l'ho messo?”
Plastic Ono Band è uno di questi.
PFM, autografi e una tarantella rock
Legnano, sabato 17 febbraio 2024, Teatro Galleria. La PFM porta in giro il tour dedicato a Fabrizio De André, con Flavio Premoli alle tastiere. Arrivo presto, e non per la prima fila, per un motivo che tengo stretto sotto il braccio.
È “Miss Baker”. Il disco del 1987, quello con i fiati, quello che la critica ha liquidato con la sufficienza riservata ai figli venuti male. Il cuore ha ragioni che le recensioni non conoscono. In tasca ho due pennarelli. Uno solo mi sembrava imprudente.
Da un 45 giri dei Nomadi fino a Glen Campbell: Wichita Lineman
Questa volta partiamo davvero dalla fine.
Immaginate un ragazzino che spinge la porta di un negozio di dischi, appoggia sul banco cinquemila lire (ehi... non sono così vecchio. Diciamo che sono nato nell'epoca in cui le lire stavano gentilmente cedendo il posto all'euro!) ed esce con un 45 giri usato dei Nomadi. Sì, ero io.
Sul lato A c’è Vai via cosa vuoi, versione italiana di All the Love in the World dei Consortium. Una melodia britannica fino al midollo, che nella primavera del 1969 trova da noi una seconda vita. Sul lato B c’è un titolo da film d’altri tempi: L’auto corre lontano, ma io corro da te. Una canzone alla quale non avevo mai prestato particolare attenzione.
Difatti a sedurmi è il lato A con quel ritornello che si incolla al cervello. Preciso che nel 1969 non ero neppure un pensiero dei miei genitori, perché sarei piombato su questo pianeta diversi (tanti) anni dopo. Ma con i dischi il tempo è solo una questione di metafisica e la data di nascita conta pochissimo.
Between Two Points: il viaggio da Manchester a casa Gilmour
Chi mi segue lo sa. Davanti a qualsiasi aneddoto, disco, memorabilia o bizzarria legata ai Pink Floyd io vado in visibilio.
Per questo, anche a costo di attirarmi le prevedibili ire di zio Roger Waters, confesso senza troppi sensi di colpa che Luck and Strange, l’ultimo album firmato da David Gilmour mi piace. Ecco, l'ho detto. Vedo già comparire torce, forconi e prime edizioni di The Wall sollevate in segno di protesta.
Gran parte del merito è di Between Two Points, interpretata insieme alla figlia Romany: sonorità morbide e sospese, come certe albe che non sai se stiano nascendo o scomparendo.
L'orso bruno: storia di Antonello Venditti raccontata intorno al fuoco
Hey! Dico a voi.
Avvicinatevi, sedetevi dove trovate posto. Non abbiate timore, sedetevi qui vicino,
Si perché questa è una storia che va raccontata piano, quasi sottovoce come si racconta una fiaba. È la storia di un orso. Ma è anche la storia di un ragazzo romano che nel 1973 decise di mettersi in gioco da solo, senza più la mano di un amico a sorreggerlo.
Suspicious Minds: Elvis, il karate e Las Vegas
Che Elvis sia il Re è un dato di fatto, come la gravità o le tasse. Non serve nemmeno perderci tempo a discuterne. Ma se dovessi portare una sola prova per sostenere questa tesi citerei Suspicious Minds. Una canzone così sfacciatamente perfetta che ogni ascolto mi manda letteralmente fuori di testa.
Ma attenzione.
Non mi riferisco alla versione in studio, quella elegante e trattenuta da 117 battiti al minuto. Parlo della versione “live in Las Vegas 1970”, quella che in tre minuti spiega da sola perché Elvis fosse chiamato "The King" e che corre a circa 145 battiti al minuto.
Fast Car: la fuga che non arriva mai a destinazione
Lo confesso: su “Fast Car” di Tracy Chapman ci giro intorno da un bel po'. Ho iniziato a lavorarci un numero imprecisato di volte. Poi l'ho cancellato e nella migliore delle ipotesi l'ho lasciato in una cartella salvo poi tornarci sopra e limarlo, e limarlo, e sfinirlo di editing, senza mai trovare il punto d'equilibrio tra l'emozione e l'informazione. Poi, un giorno, ho capito la cosa più semplice del mondo: di Fast Car” non si può scrivere stando comodi. Bisogna entrarci dentro ed uscirne un po' ammaccati.
Enola Gay: tre minuti e mezzo per raccontare la fine del mondo
Da ragazzino una canzone mi stregò all'istante. Non sapevo una parola del testo, ma poco importava: mi faceva muovere la testa, le mani, le gambe. Le dita andavano a ritmo sul tavolo. Mi agganciava e mi trascinava dove voleva lei. Io, disciplinatamente, la seguivo. Canticchiavo il ritornello inventando metà delle parole e storpiando l'altra metà, senza avere la minima idea di cosa stesse raccontando davvero. Sapevo soltanto che quel ritmo mi si infilava sottopelle e si rifiutava di andarsene.
Il diamante pazzo dei Pink Floyd, tra genio, follia e amicizia
C'è una canzone che dura ventisei minuti e che, in ventisei minuti, dice più cose sulla malinconia, sulla genialità sprecata e sull'amicizia che sopravvive alla rovina di un amico di quante ne dicano cento romanzi. Si chiama “Shine On You Crazy Diamond”. La firmano i Pink Floyd. E se dovessi scegliere un solo brano per spiegare a un alieno appena atterrato sulla terra che cos'è la nostalgia, quella feroce, quella che non smette mai di fare male, sceglierei questo senza pensarci due volte.
Quando la RAI tappava le orecchie
C'è un paese, il nostro, che ha sempre avuto un rapporto difficile con le canzoni che dicono troppo. Non tanto con la verità in sé, quanto con quella che si infila in una melodia e arriva ovunque: nelle case, per strada, alla radio. È la storia, spesso dimenticata, della censura musicale italiana: una vicenda fatta di testi corretti, versi tagliati e funzionari spaventati da parole considerate scomode o provocatorie. Una storia in cui la Chiesa, talvolta, comprendeva il significato delle canzoni meglio dello Stato, mentre lo Stato finiva spesso per capirle. Per decenni si è cercato di fermare certe idee eliminando qualche strofa o cambiando qualche parola, senza accorgersi che quelle canzoni, ormai, avevano già trovato la loro strada e conquistato il pubblico.
Quando Rino Gaetano prese in giro l'Italia e l'Italia applaudì senza accorgersene
Ci sono canzoni che raccontano una storia. E poi ci sono canzoni che raccontano un Paese intero senza mai nominarlo davvero.
Aida di Rino Gaetano appartiene a questa rara seconda categoria.
Dura poco più di quattro minuti. Ha una melodia semplice, quasi rassicurante. Porta il nome di una donna e si presenta con le sembianze innocue di una canzone d'amore. Eppure dentro quei quattro minuti c'è un secolo intero di storia italiana: guerre, colonialismo, fascismo, resistenza, boom economico, guerra fredda, illusioni, scandali, disincanto e tradimenti.
I fantasmi che inventarono il pop e il rock: “The Wrecking Crew”
Prendete uno dei Sacri Graal della musica anni Sessanta: Good Vibrations dei Beach Boys, per esempio. Ma se non vi piace potete scegliere Frank Sinatra, i Byrds, Mamas & the Papas, Nancy Sinatra, Elvis Presley, Simon & Garfunkel, Santana e compagnia bella.
Guardate la copertina. Studiatela per bene. Osservate i sorrisi, le pose plastiche, gli strumenti imbracciati come fossero appendici del corpo. Immergetevi dentro quella immagine.
Fatto? Bene.
Un Giorno di Vento a Napoli
Ci sono giorni, a Napoli, che l'aria cambia peso, e io questi giorni li riconosco da lontano, comme quanno una casa rimasta troppo chiusa decide finalmente di respirare.
E allora l'aspetto, con una pazienza che ormai s'è fatta mestiere.
Così, certe mattine, quando il cielo si fa basso e grigio perla sento ca è arrivato 'o momento 'e piglià na boccata d'aria fresca.
"Uh, Maronna mia, quanta pòlvere ca ce sta ccà!" dice qualcuno, passando. E si scostano, senza pensarci due volte.
Art of Noise: quando il rumore diventò arte
Avevo circa quattordici anni quando iniziai a frequentare un negozio di dischi della mia città con pochi soldi in tasca e tante idee in testa. Onestamente mi sentivo un esploratore: ogni copertina era una mappa, ogni suono una scoperta. Erano anni in cui la musica online non esisteva, un CD costava 39 mila lire e gran parte del divertimento stava nello sfogliare le copertine e ascoltare quello che passavano in negozio. Ogni tanto mi facevo coraggio e chiedevo: “Scusi, me lo fa ascoltare per favore?”. Probabilmente perché mossi da compassione, il più delle volte mi accontentavano. Mi mettevo in testa quelle grosse cuffie e sparivo.
Lì dentro ascoltai per la prima volta quei suoni campionati ed in particolare un brano di quasi dieci minuti di atmosfera, senza una vera voce guida, costruiti su un mosaico di campionamenti che si rincorrevano, si sovrapponevano, si trasformavano continuamente. Non sembrava una canzone nel senso tradizionale del termine: era più simile a un paesaggio sonoro in costante movimento. Che accidenti stavo ascoltando?
“Here’s to You”: quando la musica diventa memoria viva
Certe volte una canzone sembra proprio non voler essere dimenticata: arriva in punta di piedi, si fa spazio dentro di noi e rimane molto più a lungo di quanto ci saremmo aspettati. Forse perché, consciamente o inconsciamente, intuiamo o immaginiamo in lei un significato molto più profondo rispetto a quello che le nostre orecchie hanno “semplicemente” ascoltato.
“Here’s to You”, firmata dal Maestro Ennio Morricone e dalla Regina del folk Joan Baez, appartiene a questa rara categoria.
La notte e quello che resta sotto
Ci sono notti in cui il silenzio dovrebbe bastarmi, altro che andare in giro.
Il problema è che nella mia testa il silenzio non arriva mai: si accumula, si incrina, si moltiplica fino a diventare qualcosa di più rumoroso del rumore stesso.
Mi scende nelle gambe, poi risale di colpo, mi si pianta dietro la fronte.
L’orologio dice che è tardi.
Non dovrei uscire.
Dentro la corsa: viaggio con il ritmo che nasce nella mente
Quando apro l’armadio il mondo è indietro. Non di minuti. Di millisecondi.
Non è questione di tempo reale o dei suoi Tic Tac: quello scorre regolare, impeccabile, preciso.
È qualcosa di più umano, più brutale: è la mente che accelera.
Io sono ancora qui. E mentre mi metto la maglia una parte di me ha già girato l’angolo, ha già preso ritmo, ha già fatto partire un cronometro virtuale.
È come essere sulla griglia di partenza di una gara: il corpo fermo, il cuore già al primo giro.
Le scarpe non sono oggetti. Non lo sono mai state.
Sono estensioni, compagne, archivio vivente.
Se c’è la vita com’è? Cos’è? (storia di Vincenzina e la Fabbrica)
Immagina Vincenzina. sì… ma immagina e ascolta me.
Perché io sono La Fabbrica.
Eh già, non proprio una bellezza, lo so… ma qualcuno dovrà pur raccontarla ‘sta storia, no?
Bene: “Sta sù de dòss e molla giò che continui”.
Non è un nome a caso, Vincenzina.
Ne ho viste passare tante con quel nome lì o simile: Antonietta, Maria, Rosa, Addolorata, Teresa, Giuseppina, Francesca… tutte uguali anche se tutte diverse.
Piccole, piegate fin dalla nascita e con la stessa ombra attaccata alle scarpe.
E i sogni, eh… quelli si che pesano… più della dote cucito dalla mamma e poi conservato nel baule quando le figlie erano ancora un pensiero.
La torta di mele dello Zio Sam
È successo per caso, come spesso succedono le cose che poi ti fanno riflettere. Ero in viaggio, uno di quei tragitti lunghi in cui il paesaggio scorre senza davvero farsi guardare e la playlist andava avanti da sola pescando pezzi dimenticati in base ai tuoi ultimi ascolti. A un certo punto è riemersa una canzone che non ascoltavo da molto tempo, forse troppo.
A long, long time ago
I can still remember how that music used to make me smile.
Il Rosso Volo in “Summertime”
La palude sotto di me non dorme mai nemmeno all’alba quando il cielo è ancora color arancio e si solleva lentamente dalla terra. Adoro questo momento e resto fermo qui sopra con gli occhi aperti.
Inclino la testa. Ascolto. Il silenzio qui non esiste anche se siamo lontani da quelle scatole puzzolenti degli umani. Il ronzio degli insetti, il gracidio delle rane, il tonfo sordo di un corpo che scivola nell’acqua, un ramo sottile che vibra sotto il peso del vento.
Ogni suono è un indizio, ogni indizio è un avvertimento, ogni avvertimento è un passo più vicino al buio e non è una questione di luce ma di sopravvivenza.
Dall’alto vedo tutto e molto bene anche se mi espongo a chi è più grande e più veloce di me.

