Il coraggio che ci tiene umani: Chaplin, Hemingway e il dovere di non voltarsi
Fin da bambino mi ha affascinato profondamente il cinema muto di Charlie Chaplin con quello sguardo poetico e le gag romantiche capaci di trasformare ogni gesto in qualcosa di magico. Poi, un giorno, guardando “Il grande dittatore” ho scoperto che Chaplin sapeva anche parlare e confesso che ho faticato a riconoscerlo: era troppo serio per chi, fino a poco prima faceva il giullare con un mappamondo gigante.
Quella sorpresa “emozionale” è la stessa che ho ritrovato anni dopo in Ernest Hemingway. Ho amato subito “Il vecchio e il mare” e ho trovato sublime la versione cinematografica con Spencer Tracy del 1958. Poi ho scoperto anche “Per chi suona la campana”: un romanzo che racconta il coraggio e la fragilità umana con la precisione di una campana che non annuncia la fine ma il senso profondo dell’esistenza.
È proprio lì che Chaplin ed Hemingway, così diversi fra loro, iniziano a parlare la stessa lingua: quella dell’umanità messa alla prova.
C’è un uomo che nel “Il grande dittatore” parla a una folla smarrita dopo una stagione di paura. Non è un leader e non è un generale: è un barbiere qualunque travolto dagli equivoci che trova la voce per dire l’essenziale. E c’è un altro uomo sulle montagne di Spagna tra pini e le polveri di guerra: Robert Jordan, protagonista di “Per chi suona la campana” capisce che ogni vita perduta lascia un vuoto che riguarda tutti. Due scene lontane con un’unica intonazione morale: la convinzione che l’umanità sia indivisibile e che il vero coraggio non sia gridare ma restare fedeli alla fratellanza quando sarebbe più comodo voltarsi dall’altra parte.
Il discorso di Chaplin vive proprio del suo paradosso: un clown che interpretando un dittatore denuncia i pericoli di un potere senza cuore. La tecnologia, suggerisce, che non è un male ma lo diventa quando si separa dalla compassione. Le macchine possono produrre abbondanza ma non sanno riscaldare un’anima. È un appello che non accusa ma interroga: la libertà non è concessione per volontà divina ma deve essere responsabilità reciproca.
Hemingway porta la stessa verità passando dentro la storia: scelte difficili, affetti nati in fretta, la paura che stringe la gola. “Per chi suona la campana” mostra che la guerra non è solo strategia ma è la capacità di vedere un essere umano oltre la divisa. Come ricorda John Donne: “Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell'umanità”. Non per sentimentalismo ma per legge morale: se l’umanità è un organismo unico ferire una sua parte significa indebolire il tutto. Robert Jordan non è un eroe invulnerabile: è un uomo che ha paura e sceglie comunque ciò che ritiene giusto. Lì l’eroismo smette di essere retorica e diventa etica.
Chaplin ed Hemingway insieme ed inconsapevolmente tracciano una mappa coerente. Chaplin indica l’orizzonte: una fraternità concreta che prende sul serio la dignità dell’altro. Hemingway ne mostra il prezzo: la fatica, il sacrificio, le conseguenze nelle pieghe della vita quotidiana. Insieme dicono che la civiltà è un bene fragile che si difende con la responsabilità e non con i muri, con la gentilezza non con il cinismo, con gesti pazienti più che con slogan facili.
Questo non significa negare il male. Chaplin e Hemingway non sono ingenui: sanno che la propaganda seduce, che la violenza illude, che la stanchezza morale accarezza. Eppure insistono: si può scegliere. Si può scegliere di non odiare, di non disumanizzare, di non ridurre l’essere umano a un numero o a una bandiera.
Oggi, in un tempo che spesso ricorda quegli anni inquieti, quando la diffidenza sembra più semplice del dialogo, la loro lezione è una bussola. Non promette miracoli ma chiede impegno. Ricorda che la comunità non è un sentimento ma è un compito, che la democrazia non è una cornice neutra ma un esercizio quotidiano, che il destino di chi è lontano ci riguarda perché siamo parte di un’unica storia.
Forse è questo che insegnano: la speranza non è ottimismo ma disciplina del cuore. È tenere una luce accesa quando la notte pare più fitta. È ripetere con ostinazione che nessuno si salva da solo.
È guardare la folla che ascolta Chaplin e le montagne che circondano Hemingway.
E’ capire che, in fondo, parlano di noi: della nostra capacità di restare umani anche quando ha un prezzo, di sentirci responsabili delle vite degli altri, di credere che anche un gesto minimo, una parola giusta, un aiuto, una rinuncia al rancore, possa inclinare il mondo dalla parte giusta.
Non sappiamo se il bene vincerà sempre ma sappiamo che ogni volta che riconosciamo nell’altro un fratello, il mondo diventa un po’ più nostro. E ogni volta che un uomo muore, qualcosa in noi chiede silenziosamente di esserne all’altezza.
Ho girato il mondo per lavoro e per piacere attraversando città sconosciute, aeroporti affollati, strade dal nome impronunciabile eppure non mi sono mai sentito solo. Anzi, spesso ho percepito negli sguardi degli altri quella fragile solidarietà che nasce tra estranei.
Paradossalmente è in metropolitana che mi sento fuori posto: sommerso da occhi che non vedono e da orecchie che non ascoltano. In mezzo a tutto questo c’è quella distanza quotidiana che ci rende fantasmi.
Forse è questo il gesto più romantico che possiamo permetterci oggi: continuare a credere che, nonostante tutto, nel mondo ci sia ancora un posto dove gli sguardi si incontrano davvero. E che, quando accade, anche solo per un istante, il viaggio, qualunque esso sia, valga nuovamente la pena.
Discorso finale “il Grande Dittatore”:

