Dimissioni: l’arte involontaria della reciproca sconfitta
Sfatiamo con un sorriso quella pittoresca leggenda metropolitana che vaga nelle aziende come un dogma ormai sfinito: le dimissioni non sono mai un fulmine a ciel sereno. MAI. Sono piuttosto un temporale annunciato, uno di quelli con le grandi nuvole nere che girano, rigirano e si accumulano minacciose, pronte a travolgere tutte le parti in gioco con la stessa delicatezza del diluvio universale.
Gridiamolo con forza: in azienda nessuno è davvero indispensabile (e lo dico consapevolmente senza sarcasmo). Siamo tutti serenamente sostituibili nonostante la paziente ricerca della nuova risorsa, i costi del momento di transizione, l’induction che sembra non voler mai finire, gli inevitabili squilibri organizzativi, le riunioni fiume per “ritrovare l’allineamento” e, naturalmente, quel delicato periodo di assestamento in cui tutti ostentano un impeccabile “ora si che va tutto bene” (avrei detto benissimo ma non sarei stato molto credibile).
Dall’altra parte invece chiunque vada in giro a dire di aver rassegnato le dimissioni con la stessa leggerezza con cui sceglie le mutande al mattino o è un totale incosciente con le sinapsi in sciopero o, più semplicemente, un bugiardo patologico.
Il fatto, tanto imbarazzante quanto elementare, è che ogni addio professionale rappresenta una disfatta collettiva per tutti: per l’azienda e per il lavoratore.
Quando un lavoratore firma la lettera di dimissioni non sta progettando una rinascita in stile fenice, anzi, vi svelo un segreto, nella maggior parte dei casi pensa solo «Non ho nessuna voglia di ricominciare da zero».
E chi potrebbe biasimarlo? Ricominciare significa rifare tutto il percorso a ostacoli: onboarding, periodo di prova, facce nuove, dinamiche da decifrare, l’ansia da prestazione.
È un salto nel buio travestito da opportunità.
E la vera tragedia è che probabilmente, con molti dei colleghi che lasci alle spalle, alla fine ci stavi pure bene.
Il problema, di solito, sono gli altri: quei colleghi titolati “solo sul biglietto da visita”, quelli in grado di trasformare ogni incarico in una penitenza e capaci nel farti sentire un utile idiota.
La loro parole preferite: «grazie, prego, gentilmente, per piacere, per favore, cortesemente, porta pazienza».
Peccato che, a forza di portarla, quella pazienza, ti ritrovi completamente schiacciato sotto.
Ma guai a dirlo: ti darebbero del polemico poco resiliente.
I manager veri — quelli rari, quelli che davvero provano ad esser tali — lo sanno benissimo che il sistema in cui ti trovi non funziona solo che devono correre il Gran Premio di San Siro a Milano con asini camuffati da purosangue. Questo è tutto ciò che hanno in scuderia e che probabilmente hanno ereditato dal vecchio mandriano.
Lo capisci allo start: tu scatti e loro restano lì a guardarsi intorno come se fossero ad un picnic.
Tu sei già alla prima curva e loro non hanno ancora capito dov’è il traguardo.
E quando finalmente arrivi sperando in una volata di squadra ti giri per condividere la gloria e trovi solo il vuoto cosmico e sei costretto a sederti ed aspettarli e nel frattempo gli avversari ti passano davanti facendoti pure il dito medio.
E allora legittimamente te lo chiedi: ma perché?
Alla fine il lavoratore inevitabilmente molla.
Con un misto di delusione e nostalgia per tutto ciò che si sarebbe potuto fare perché il potenziale c’era. Eccome se c’era perché è evidente che c’è.
Ed è qui che entra in scena la metafora perfetta.
In una vecchia pubblicità anni ’90 di rubinetti un idraulico cercava di fermare perdite d’acqua applicando rubinetti a una parete. Ne installava uno e subito ne esplodeva un altro. Una danza tragicomica.
Il mondo del lavoro funziona allo stesso modo: si tappano le falle invece di rifare l’impianto.
Si corre, si corre, si corre… e poi si taglia il traguardo da soli dimenticando che il cronometro si ferma solo dopo il passaggio sulla linea dell’ultimo (non in termini organigrammici) della tua squadra: non conta quanto sia stato veloce il primo ma quanto sia arrivato tardi l'ultimo, ovvero dopo quanto tempo tu, caro blasonato collega hai impiegato per darmi quella maledetta informazione di cui avevo bisogno.
La differenza la farà chi smetterà di installare valvole, rubinetti e giunti e avrà finalmente il coraggio di rifare l’impianto da capo.
E poi c’è sempre quel momento di alta comicità aziendale quando qualcuno, con l’aria di chi ha appena trasformato in applicazione il moto perpetuo del gatto imburrato ti fa notare che sei tu a perderti nei dettagli, o che le tue email sono dei “rebus”.
E magari sono esattamente gli stessi che si vantano tronfi delle loro 500 email arretrate non lette come se fosse un titolo di merito e non la prova inconfutabile che gestiscono le informazioni come un profilo su Tinder.
Quindi no, non è il mio linguaggio a essere incomprensibile: è che tu sei ancora lì, a brucare l’erba dello start dell’ippoddromo mentre io sto già entrando in curva.
A quel punto, però inevitabilmente, con le dimissioni appena date ti chiedi “perché?” e ci dispiacciamo tutti, un po’ come nella celebre frase:
«Ti lascio perché ti amo troppo».
Anzi no. Non è vero.
Ti lascio perché mi amo troppo.
Perché capisci che dimettersi non è un atto di fuga ma di lucidità, di preservazione ma nonostante questo ti senti un traditore.
Perché tu non hai alcuna intenzione di essere l’ennesimo contorno riscaldato al microonde.
Perché sei stanco di fare lo spurgatore dei tubi intasati: quando va bene trovi solo un po’ d’acqua, ti infili l’impermeabile, fai finta di niente (anzi, “porti pazienza”) e quando va male, beh, lasciamo pure che l’immaginazione compia il suo sporco lavoro marrone. E credimi: nemmeno cinque gocce di Chanel riuscirebbero a nobilitare la scena.
E allora con quel sorriso amaro che ti si incolla in faccia quando capisci più cose di quante vorresti ti torna in mente quella vecchia frase di Andreotti:
«So di essere di altezza media ma non vedo giganti intorno a me».
Ti guardi allo specchio e ti sussurri non per scaramanzia ma per lucidità:
Io, speriamo che me la cavo.
PS: Per i nati dopo gli anni ’90: potete trovare lo spot qui,

