Tagliare i rami secchi: l’eleganza dell’ascia
C’è un meraviglioso equivoco che attraversa quasi tutte le relazioni: noi partiamo sempre con una certa ingenuità affettuosa, una fiducia spontanea quasi primordiale che ci porta a proiettare sull’altro ciò che vorremmo fosse vero.
È quella innocenza da adulti di buona volontà è ben nota: tendiamo a credere che gli altri siano simili a noi, che abbiano la stessa disponibilità, la stessa sincerità, la stessa soglia di responsabilità affettiva. Lo diceva anche Carl Rogers: vediamo l’altro attraverso la lente della nostra autenticità finché la realtà non ci obbliga a cambiare diottria. E la realtà bussa, eccome se bussa e lo fa con la stessa delicatezza di un martello pneumatico.
Prendiamo un esempio concreto.
Negli ultimi tempi diversi miei conoscenti (non potrei definirli diversamente) si sono trasformati in ologrammi composti al 90% da spunte blu e al 10% da sticker su WhatsApp. Vivevano esclusivamente nel mondo virtuale come se la loro identità comparisse sul display solo quando il Wi‑Fi decideva di essere gentile.
Ogni volta che proponevo un innocente caffè e due chiacchiere la loro agenda si trasformava magicamente in una saga fantasy in ventitré capitoli con finale aperto.
A un certo punto ho smesso.
Le scuse erano sempre le stesse, recitate come un mantra oramai consumato:
“Devo fare la spesa con la mamma”.
“Devo pulire casa”.
“Sono stanca/o”.
“Sono arrivati dei parenti lontani e devo cucinare per loro”.
“Ho un impegno con il comitato di accoglienza per una nuova specie aliena”.
A questo punto Freud riderebbe: la resistenza è una forma di fuga.
E Winnicott direbbe che non erano persone ma “oggetti-sé”: presenti solo quando serviva a loro ma mai quando servivi tu. Questa “presenza virtuale” ti manda vocali da 4 minuti in cui non dicono assolutamente nulla ma alla prima richiesta di realtà evaporano. Scompaiono ma il venerdì ti scrivono ricordandoti che “finalmente è venerdì” o durante le festività puntuali come la dichiarazione dei redditi ti inviano il loro entusiastico “Auguri!”
E davanti a quell’ennesimo messaggio di circostanza ti domandi:
“Ma allora, tutto l’anno... dov’eri?”
Sia chiaro: abbiamo tutti una vita frenetica, impegni, caos, corse continue, una famiglia.
Non pretendo minimamente di essere una priorità.
Vorrei soltanto non essere trattato come un segnaposto emotivo né, peggio ancora, come un parente solo perché per qualche volontà divina e non richiesta condividiamo una relazione genealogica.
L’indifferenza travestita da cortesia è un’altra cosa.
E quelle risposte a monosillabi, a volte così vuote da sembrare inviate da un frigorifero smart?
Ti fanno sentire un utile idiota.
Finché, come da copione, tornano in punta di piedi quando hanno bisogno di un aiuto, un consiglio, un appoggio.
E tu da bravo coglione ti senti pure in colpa se non glielo dai.
La verità?
Non c’erano.
E tu non servivi.
Ti tirano fuori solo nei giorni specifici come i piatti del servizio buono.
Puntualizziamolo una volta per tutte: ho contatti e relazioni che non vedo da molto tempo ma so con matematica certezza che, se mi servisse una mano, loro si farebbero in quattro. Senza proclami, senza tirarsela, senza doverli pregare.
Il punto quindi non è la distanza ma è la sostanza.
È l’atteggiamento.
È cosa ti trasmettono quando non parlano, quando spariscono, quando non hanno bisogno di te. Perché la distanza fisica è una scusa, quella emotiva un alibi. E chi ti vuole davvero bene non ha bisogno di geolocalizzarsi per dimostrarlo.
Il resto?
Scuse.
E allora sì, io a certi messaggi non rispondo più. A prescindere dal pedigree: amici, parenti, conoscenti rimasti sul telefono come soprammobili digitali. Li cancello dalla rubrica senza sensi di colpa.
Non è snobismo. È igiene.
Sono la relazione senza la relazione.
La cortesia senza il corpo.
Il gesto vuoto che pretende di essere affetto.
E a quel punto il verdetto è semplice, quasi liberatorio: erano già rami secchi.
Bastava solo trovare il coraggio di ammetterlo.
Usati, sì. Ma senza rancore perché tanto sappiamo tutti che non tornerà mai indietro quello che ho dato (senza esser veniali quattrini inclusi).
E la psicologia te lo spiega bene: ciò che ti fa male non è l’evento ma la dissonanza tra ciò che davi e ciò che ricevevi. Il cervello detesta gli squilibri e le relazioni tossiche ne sono piene.
Ma attenzione: tagliare non richiede rancore (non confondetelo con il ghosting anche se in realtà si avvicina parecchio a questa disciplina di cui sono campione olimpico).
Il rancore è ancora un legame, un laccio emotivo.
Lo diceva anche il Buddha: l’odio è un chiodo piantato in entrambe le parti.
Il taglio invece libera.
È minimalismo relazionale.
È igiene emotiva.
Tagliare è un atto sobrio.
Quasi elegante.
È dire: “È stato bello finché è durato o forse non lo è stato mai. Ma ora basta”.
Niente melodrammi.
Niente vendette.
Solo un punto fermo.
E’ la naturale chiusura di un cerchio che hanno iniziato gli altri in cui noi ci siamo solo ritrovati a fare da geometri non richiesti.
Seneca sarebbe fiero: il tempo è troppo breve per regalarlo a chi ti tratta come una comparsa (o utilizzando una metafora moderna a chi ti considera solo un contatto sulla tua rubrica sul cellulare).
Montale ti guarderebbe come si guarda chi ha finalmente trovato il varco.
E Nietzsche applaudirebbe: ogni taglio ben fatto è un “sì” alla propria vita.
La consapevolezza arriva sempre tardi.
Ma quando arriva non somiglia più alla rabbia: ha la forma della lucidità.
Capisci che:
La tua ingenuità era un valore, non un difetto.
La tua disponibilità non è un servizio pubblico e non sei un’opera pia.
La tua energia ha un costo e chi non lo riconosce non è degno di averla.
E allora si taglia.
E dobbiamo dircelo chiaramente: tagliamo anche perché noi siamo ciò che ci circonda che è molto più di un proverbio new age riciclato. Aristotele lo diceva con meno sarcasmo e più autorevolezza: l’uomo è un selettivo animale sociale la cui qualità della nostra vita dipende dalla qualità delle nostre relazioni.
E se le relazioni sono “usa e getta”, negative o svuotate di presenza, l’impatto psicologico è devastante. La psicologia sociale lo chiama contagio emotivo: le emozioni altrui ci influenzano, ci modellano, ci impregnano come spugne. Se ti circondi di persone tiepide, confuse, opportunistiche, è quasi inevitabile scivolare verso quella stessa inerzia emotiva.
I presocratici avrebbero detto: diventi ciò che frequenti così come il ferro arrugginisce vicino all’acqua stagnante. Sartre ci avrebbe messo il suo tocco esistenzialista: l’inferno sono gli altri…ma solo quelli sbagliati. E gli stoici non avrebbero avuto dubbi: lasciare nel proprio spazio interiore persone disordinate significa permettere che il caos altrui diventi il nostro.
E allora sì: tagliamo perché tenerci accanto persone umanamente inutili per paura di rimanere soli non ci fa bene. Tutt’altro.
Ci spegne, ci sfilaccia, ci comprime. Ci distoglie da ciò che potremmo essere se avessimo il coraggio di circondarci di luce invece che di ombre travestite da compagnia.
Si tagliano i rapporti da sticker.
Si tagliano le amicizie da chat.
Si tagliano i messaggini di Natale.
Si tagliano le scuse creative.
Si tagliano la presenza senza presenza.
Tagliare i rami secchi non è cattiveria.
Non è vendetta.
Non è arroganza.
È potatura dell’anima.
È ossigeno recuperato.
È amore verso se stessi.
È dire: “Mi merito relazioni che esistono anche fuori dallo schermo”.
E scoprirai che l’ascia è molto più leggera di quanto sembri.
E fa molto meno male dei messaggi del 25 dicembre.
Fa bene.
Fa spazio.
Fa ordine.
E soprattutto sei davvero te stesso perché quando puoi scegliere senza timori chi tenere e chi lasciare allora stai davvero bene. Tutto il resto è rumore di fondo.

