Elian e l’Athanor della Foresta

Si narra che in un’epoca remota, assai prima che i sentieri venissero tracciati dal passo degli uomini e che i cuori imparassero a schiudersi alla fiducia reciproca, ai margini di una selva tanto vasta da parere infinita e tanto inospitale da scoraggiare persino il vento, vivesse un carbonaio di nome Elian.

Nessuno era a conoscenza della sua età, egli era venuto al mondo sotto un cielo esangue, un velo di nubi pallide che parevano non conoscere né il vigore del sole né il riposo delle stelle. La sua esistenza era fiorita nel silenzio proprio come crescono le pietre nei greti dei torrenti: anime levigate dall’acqua incessante che si lasciano trascinare dal fluire dei giorni senza mai comprendere da quale sorgente provengano né verso quale abisso la corrente le stia conducendo. Come quelle pietre, Elian, era un figlio della terra muta: un essere avvolto nel grigio della cenere in attesa di una scintilla che potesse finalmente rivelargli il segreto della sua stessa natura.

La sua casa non si ergeva sul terreno: vi affondava. Era una capanna bassa, ferita dal tempo, con pareti di fango che sudavano umidità e un tetto di paglia annerita e attorno ad essa la terra era sempre scura come se ogni germoglio fosse costretto a morire prima ancora di nascere.

Il fumo delle carbonaie saliva lento e continuo e chi passava da quelle parti diceva che l’aria stessa avesse imparato il peso della stanchezza.

Elian viveva annerendo ciò che era stato vivo: tagliava il legno nel tempo giusto, lo toccava con religioso rispetto come si dispone un corpo per la sepoltura e poi lo soffocava sotto la terra affinché il fuoco lavorasse senza fiamma, in silenzio, come un peccato che non osa mostrarsi. Conosceva ogni fase di quel processo ma ignorava che la stessa opera si stesse compiendo in lui. Giorno dopo giorno il fumo gli era entrato negli occhi, nei polmoni e nei pensieri. Le mani si erano fatte dure e l’anima greve. Quando la sera sedeva accanto al nero cumulo fumante sentiva nel petto una pressione sorda come se qualcosa volesse bruciare ma non che non gli fosse mai concesso ardere fino in fondo. A volte sognava un sole sepolto nella terra che batteva come un cuore prigioniero e al risveglio il sogno non lo lasciava ma si mescolava ai pensieri come cenere all’acqua rendendola opaca e imbevibile.

Una sera d’autunno, quando le foglie cadevano lente e il cielo era del colore del piombo spento, Elian si accorse di non essere solo. Dinanzi alla carbonaia, senza che alcun passo ne avesse annunciato l’arrivo, stava un uomo che non pareva appartenere a nessuna stagione. Portava una veste gialla e si appoggiava a un bastone nodoso inciso con segni che parevano più ferite che lettere. Senza chiedere parola tracciò un cerchio nel terreno fumante e il fumo, obbediente, ne seguì il perimetro come se riconoscesse un comando antico.

Tu vivi in un athanor” disse il vecchio con una voce che ti tagliava l’anima “e non lo sai”.

Elian, tremando, gli offrì il poco che aveva: pane e acqua di pozzo e il vecchio li accolse con la calma di chi riceve ciò che non gli è nuovo, come se quel gesto fosse già stato compiuto molte volte prima. Il vecchio spiegò a Elian che gli uomini, quando nascono, non sono perfetti ma mescolati di paure e di desideri confusi e che la vita somiglia a un grande fuoco che non brucia per fare male ma perché deve cambiare le cose. Gli disse che niente può diventare pulito e buono se prima non passa attraverso il tempo difficile in cui tutto sembra marcire e che spesso l’oro che le persone cercano lontano da se stessi serve solo a non guardare l’ombra scura che portano nel cuore. Poi gli mise tra le mani una piccola ampolla di vetro scuro chiusa con cera nera e così fredda che Elian ebbe un piccolo brivido.

Attraversa la Foresta dell’Oblio” disse il vecchio. “Non voltarti quando verrai chiamato. Ogni volta che resisterai perderai qualcosa e ogni volta che perderai qualcosa sarai più vicino a ciò che non può bruciare”.

All’alba Elian spinto più dalla curiosità e dalla vaga speranza di una vita diversa che da una vera fede nelle parole del vecchio se ne andò senza salutare la sua casa perché già sentiva, senza saperne il motivo, che quel luogo non lo avrebbe riconosciuto se mai fosse tornato.

La foresta lo accolse come accoglie il corpo che vi entra per essere ripreso: i rami si chiudevano sopra di lui, le radici affioravano come nodi di una memoria ostile e il suolo cedeva sotto i piedi con un suono umido che inghiottiva ogni singolo passo. Non aveva camminato a lungo quando udì una voce alle spalle chiamarlo con il tono della madre che non c’era più. Elian resistette e proseguì e con quella resistenza il volto materno si fece opaco nella sua mente come un’immagine lasciata troppo a lungo al fumo. Più avanti udì pronunciare il proprio nome e quando non si voltò il nome stesso perse forza finché non seppe più se gli fosse mai appartenuto davvero. Una terza voce, identica alla sua gli disse che non vi era nulla da trovare e quando anche a quella non rispose sentì qualcosa spezzarsi dentro come una corda troppo tesa.

La terra allora si fece nera e molle e senza che potesse evitarlo Elian sprofondò in un fossato colmo di fango denso e maleodorante che lo avvolse fino al petto. Lì ebbe inizio l’opera e non vi fu misericordia. Per sette giorni e sette notti rimase prigioniero e il fango prese forma e gli mostrò, senza parole, ciò che aveva tenuto nascosto: la viltà che gli aveva fatto accettare una vita senza domande, l’invidia per chi aveva osato di più, il desiderio di non sentire. I pensieri si fecero larve, le speranze muffa e il suo stesso volto gli apparve come quello di un estraneo. Pianse finché il pianto perse ogni voce e divenne una lenta resa dell’anima come se le lacrime, una dopo l’altra, sciogliessero i pensieri, consumassero i ricordi e allentassero l’ultimo nodo segreto che gli stringeva il cuore.

Quando tentò di muoversi il fango si aggrappò con forza disperata a un dito della sua mano sinistra lasciandolo poi scivolare con la lentezza ostinata di chi pretende un pegno prima di lasciar andare.

Elian non gridò perché in quel luogo il dolore non aveva voce e comprese che nulla può essere trasformato se non è prima sacrificato.

Quando il fango lo rigettò egli emerse pallido e tremante in una radura dove la luce era bianca come neve. Al centro si trovava una fonte immobile e accanto ad essa un cigno dal piumaggio smorto, con occhi antichi e implacabili. L’acqua non rifletteva nulla e il cigno disse che chi vi si immergeva non avrebbe recuperato ciò che l’acqua portava via. Elian entrò. Il freddo lo attraversò come una lama sottile e sentì le passioni staccarsi da lui senza rumore: l’ira, l’ambizione, la menzogna, ma anche il desiderio di essere riconosciuto. Quando riemerse, la sua pelle era chiara e la mente vuota, come un’antica botte ripulita con cura fino a far riaffiorare il legno giovane che attendeva di essere riempito di nuovo. Era puro ma incompleto e dentro di sé lo sapeva bene.

Senza concedersi riposo il cammino lo portò verso una montagna rossa fatta di pietra ferrigna che fumava sotto un cielo in cui il tramonto non cessava mai. Ogni passo accendeva in lui un calore crescente e se fosse rimasto ancora uomo avrebbe implorato di fermarsi ma di quell’uomo restava ormai poco. In cima lo attendeva una fenice non dorata ma scura e incandescente come brace viva che si squarciò mostrando un uovo di fuoco pulsante. Elian comprese senza bisogno di parole e avanzò consegnandosi alle fiamme. Il fuoco non lo divorò subito: prima consumò il ricordo, poi il tempo, poi l’idea stessa di essere separato da ciò che brucia. Non rimase cenere, né forma, ma un ardore che non faceva più male perché non resisteva.

Quando il fuoco si spense l’ampolla si infranse da sola e ciò che ne uscì non fu metallo né pietra possedibile ma una luce rossa e viva, terribile e quieta insieme che respirava con lo stesso ritmo del mondo. Elian non era più Elian. Tornò tra gli uomini e chi lo incontrava distoglieva lo sguardo non per timore ma per vergogna di ciò che vedeva riflesso. Non guariva i corpi e non prometteva salvezza: la sua presenza costringeva le anime a guardarsi come il fuoco costringe il metallo a rivelare la propria natura. Ai confini della foresta Elian incise su una grande pietra nera parole così semplici e forti che chiunque le leggesse le portava con sé per sempre: “chi cerca solo l’oro senza accettare la fatica e le parti difficili della vita troverà qualcosa di freddo e inutile, chi invece ha il coraggio di attraversare il dolore e imparare da esso può diventare luce per sé e per gli altri come una fiamma perpetua che illumina il cammino”.

E ancora oggi, quando all’alba dal bosco sale un fumo rossastro che non sa di legna né di cenere gli anziani tacciono e ascoltano quel silenzio perché sanno che non è un incendio a bruciare ma il segno di qualcuno che ha scelto di cambiare mettendosi in cammino per scoprire chi è davvero senza sapere se tornerà come prima o se tornerà uomo.

Approfondimento

Athanor o Atanor (da Wikipedia): https://it.wikipedia.org/wiki/Atanor

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