Quando ascolti Art ma cerchi Paul: Il nome sbagliato e l’identità ritrovata
Negli anni Novanta andai ad un concerto di Art Garfunkel. Per la gran carità: bello e suggestivo.
Eppure, mentre lui cantava ci scoprivamo a guardarci intorno con quell’aria un po’ colpevole di chi sapeva di essere lì per qualcun altro. Non tanto per Garfunkel (con rispetto Art), quanto per il fantasma ingombrante e luminoso del suo compare avversario Paul Simon. Perché sì, inutile raccontarcela: nella nostra testa li volevamo insieme. Anzi no: volevamo le loro voci intrecciate. Anzi no, ancora: volevamo quelle canzoni lì, ma cantate da Paul.
Scorretto.
Forse.
Umanissimo, sicuramente.
È come uscire con qualcun* e mentre gli tieni la mano, immaginare di baciarti con la sua migliore amica (o il suo migliore amico).
Sentivi Art e immaginavi Simon. Hai pagato un biglietto per Art ma in realtà, forse, speravi di vedere il funambolo del folk urbano.
Ascoltavi Bright Eyes e nella testa ti partiva Graceland. Sentivi Art che accarezzava le melodie e sotto sotto immaginavi Paul che gli dava la spinta, il contrappunto, la struttura.
Ci ho riflettuto molto e sono arrivato alla conclusione che fondamentalmente quello che ho provato in quel concerto nei confronti del povero Art era la premonizione di ciò che Paul Simon avrebbe poi messo nero su bianco (e su vinile): “Io sono io. Non sono un altro. Non voglio essere qualcun altro. Voglio essere semplicemente me stesso”.
Facciamo un passo indietro. A metà degli anni Ottanta Paul Simon è uno di quegli artisti che hanno già scritto pagine immense ma si ritrovano improvvisamente a fare i conti con il silenzio. Non quello meditativo ma quello inquietante dell’oblio artistico. I dischi non funzionano più, la vita privata scricchiola, l’ispirazione evapora. Guardi il tuo passato e ti sembra troppo grande, guardi il tuo presente e ti sembra troppo piccolo. E allora o ti ripeti o ti reinventi.
Simon sceglie la seconda e lo fa nel modo più rischioso possibile: andando in Sudafrica nel 1985 in piena apartheid.
È un gesto che fa rumore. Il mondo culturale ha imposto un boicottaggio severissimo: niente collaborazioni, niente concerti, niente arte che possa anche solo sfiorare il regime. Simon lo sa ma ci va lo stesso. L’ANC (African National Congress) lo accusa di aver violato il boicottaggio. Lui prova a spiegare che non è lì per la politica ma per la musica. Ma nel 1985 dire “non è politica” è come dire “non è colpa mia” mentre hai ancora il barattolo di marmellata in mano e la faccia tutta appiccicosa.
Eppure, proprio da quel viaggio nasce la sua rinascita. Quando Simon ascolta quelle cassette di mbaqanga, quel pop sudafricano pieno di vita, capisce che lì c’è qualcosa che può salvarlo. E così, tra Johannesburg e New York, tra jam session africane e editing maniacale, prende forma You Can Call Me Al. Un paradosso meraviglioso: una canzone che sembra una festa ma sotto sotto è il diario di chi non sa più chi è.
Il testo è un autoritratto ironico e malinconico: un uomo che si scopre “morbido al centro”, che vaga in un mondo che non capisce più.
Tutto nasce da un episodio reale, quasi comico ma sicuramente crudele. Durante una serata mondana il compositore Pierre Boulez si avvicina a Paul Simon e con la naturalezza di chi è abituato a non sbagliare mai lo chiama “Al” e subito dopo si rivolge alla moglie chiamandola “Betty”.
Non era un lapsus. Era proprio un errore totale: sbagliato lui, sbagliata lei. Un doppio scambio di identità ovvero un modo elegante per dirti: “Tu non sei tu e forse non lo sei mai stato davvero”.
Simon rimane spiazzato perché quando qualcuno ti chiama con un nome che non è il tuo non sta sbagliando solo una sillaba: sta sbagliando la tua essenza. Sta dicendo, senza dirlo, che non ti vede. Che non ti riconosce. Che potresti essere chiunque.
E se gli altri non sanno più chi sei la domanda successiva è inevitabile: lo sai tu?
Da quell’imbarazzo nasce la scintilla. Da quell’errore nasce la metafora. Da quel “tu non sei tu” prende forma Graceland ed in particolare You Can Call Me Al (canzone che adoro e che spesso mi ha aiutato…non chidetemi il perchè).
Ma è nella musica che il brano diventa un capolavoro. Il groove nasce da un pattern ritmico sudafricano, pulsante, caldo. La batteria è asciutta, geometrica. Sopra ci si incastra il basso di Bakithi Kumalo che non è solo un basso: è un manifesto. Quel celebre “bass run” (registrato e poi fatto ripartire al contrario) è una delle trovate più geniali degli anni ’80. E poi i fiati: reali e sintetici intrecciati come coriandoli sonori. Un mosaico che sulla carta non dovrebbe funzionare e invece funziona benissimo.
Mentre il mondo lo accusa, Simon sta facendo esattamente il contrario: sta dando voce a musicisti che il regime voleva invisibili creando un ponte culturale che scardina più barriere di quante ne costruisca. Ma questo lo capiranno dopo. All’inizio, lo massacrano.
E allora You Can Call Me Al diventa ancora più significativa: è la canzone di un uomo giudicato, frainteso, chiamato con il nome sbagliato. Un uomo fragile, confuso, smarrito. Un uomo che cerca un’identità mentre il mondo gli dice che ha sbagliato strada. E lui, invece di difendersi balla con grande disinvoltura insieme a Chevy Chase. Perché a volte la risposta migliore alle polemiche è l’autoironia.
Chevy (alto, ingombrante, istrionico) interpreta Paul Simon cantando al suo posto.
Paul Simon il vero “io” rimane seduto, muto, invisibile.
Certamente è una gag tagliente ma è anche una metafora: gli altri parlano per te, ti rappresentano male, ti sovrastano mentre tu resti lì, non visto, non riconosciuto.
Simon non si prende sul serio.
Non si arrabbia.
Non reclama il suo ruolo.
Si limita a sorridere, a suonare strumenti improbabili, a fare da spalla.
È la sua risposta zen al caos esattamente come quando Boulez lo chiamò “Al” e sembra dire educatamente: “Mi avete scambiato per un altro? Va bene non importa ma io so chi sono e quanto valgo”.
E così, mentre i critici lo accusano Simon trova sé stesso. Trova un suono nuovo, una libertà nuova, una verità nuova. E alla fine, in quel sorriso ironico, in quel basso che corre al contrario, in quei fiati che sembrano abbracciarti c’è la sua rivincita: puoi chiamarlo Al, puoi chiamarlo Paul, puoi chiamarlo come vuoi. Lui, in quel momento, stava solo cercando di ricordarsi chi era e ci riesce benissimo.
Lo so, lo so, l’ho presa larga. Anzi: larghissima. Un giro panoramico degno di una tangenziale emotiva ma avevo bisogno di un preambolo elegante per arrivare alla domanda che negli ultimi giorni mi rimbalza nella testa come una pallina da flipper impazzita: quanto siamo davvero capaci di essere (e soprattutto restare) noi stessi quando le condizioni si fanno ostili, scomode, perfino ingiuste?
Quanto sappiamo distaccarci dal rumore di fondo della realtà per provare a elevarci, anche solo di mezzo metro, verso una versione migliore di noi?
Quanto riusciamo a rimetterci in carreggiata dopo aver perso l’orientamento, a ritrovare quella bussola personale che spesso lasciamo arrugginire?
E, soprattutto, quanta parte della nostra identità siamo disposti a sacrificare pur di diventare ciò che gli altri si aspettano, invece di avere il coraggio di essere ciò che siamo?
Forse la verità è che ognuno di noi, prima o poi, vive un momento “Al & Betty”. Un istante in cui qualcuno ti chiama con il nome sbagliato e tu capisci che stai interpretando un ruolo che non ti appartiene più. Che ti sei perso. Che ti sei lasciato definire dagli altri.
E allora devi fare come Simon: trasformare la notte in un’alba, la confusione in un ritmo, lo smarrimento in un viaggio. Devi attraversare il tuo Sudafrica interiore, ignorare i boicottaggi altrui, ascoltare quella vocina sottile sottile che ti arriva da dentro.
Perché alla fine l’unica rivoluzione possibile è questa: ritrovare sé stessi ed essere sé stessi, anche quando il mondo insiste a chiamarti con il nome sbagliato.
E se poi continuano a chiamarti “Al” pazienza: Graceland ha venduto circa 16 milioni di copie nel mondo ed è al 46º posto nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi stilata da Rolling Stone. Quindi, in breve, chiamatemi pure come volete ma “io so' io e voi nun siete un caxxo”.
PS: Art Garfunkel scusami, ti voglio bene comunque.
Riferimenti:
Paul Simon - You can call me Al - Videoclip ufficiale (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=uq-gYOrU8bA
Art Garfunkel - Bright Eyes (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=Ui3jSFrlplw

