Bruegel e Orwell al tavolo della verità: manuale semiserio del XX secolo

La pittura fiamminga del Cinquecento, diciamolo senza troppi giri di parole, è una di quelle cose che oggi riduciamo a due immagini da poster da appendere sopra il divano: il Ritratto dei coniugi Arnolfini (Jan van Eyck - 1434) e La ragazza col turbante (Johannes Vermeer - 1665) come se tutto il resto non fosse mai esistito.

Stop. That’s it!

È un po’ come quando tutti si ricordano Light My Fire dei Doors (pezzo bellissimo per carità) e poi nessuno si fila The End o The W.A.S.P (Texas Radio and the Big Beat) che valgono due volte tanto. Ecco: con i fiamminghi succede la stessa cosa. Ci fermiamo al singolo da classifica e ignoriamo l’album intero.

E invece lì nel mezzo c’è un continente culturale ed estetico: un mondo vivo dove gli artisti sperimentavano tecniche, mescolavano pigmenti, giocavano con la luce come fosse una sfida personale. Altro che passatempo da bottega.

Era un’arte che pretendeva tempo, pazienza e soprattutto soldi perché quelle superfici lucide e quei dettagli che sembrano fatti con un pennello di un solo pelo non li realizzi con la stessa scioltezza con cui ti cambi le mutande, pardon, i mutandoni dell’epoca.

Ci vuole dedizione. Ci vuole ossessione. Ci vuole quella testardaggine un po’ folle di chi sa che la bellezza non arriva mai subito e non si concede al primo corteggiamento.

Per capire davvero la pittura fiamminga del XVI secolo bisogna immaginarsi un mondo in cui la luce non è solo un effetto scenico. I fiamminghi lavorano a velature sottilissime una sopra l’altra come se stessero costruendo un universo parallelo. I colori sono intensi e profondi, mai sguaiati. La materia pittorica è compatta, lucida, quasi smaltata.

Lo stile oscilla continuamente tra il sacro e il quotidiano. Anche quando dipingono immagini sacre i fiamminghi non rinunciano a mostrarci il riflesso della finestra sulla brocca di rame, il pelo del cagnolino, la crepa nel muro. È un’arte che osserva tutto, registra tutto e non giudica. Le composizioni sono ordinate e piene di vita: mercati affollati, paesaggi brulicanti, interni domestici dove ogni oggetto ha un significato anche quando a noi abitanti del XX secolo pare messo lì per caso.

E poi arriva Pieter Bruegel “il Vecchio” ed è un po’ come se la pittura fiamminga decidesse di uscire di casa per farsi un giro per il paese con in mano un bel boccale di birra scura, quella densa e robusta che all’epoca bevevano più dell’acqua e che ti apriva voragini nella testa.

Abbandona i salotti dei mercanti e va nelle piazze, nei campi, tra i contadini che ballano, che litigano, che mangiano, che lavorano. I toni diventano più terrosi, la luce più diffusa, lo sguardo più antropologico. È come se dopo aver esplorato il dettaglio la pittura fiamminga decidesse di esplorare l’umanità nella sua interezza.

Quando ci si mette davanti ai Proverbi fiamminghi di Bruegel si ha l’impressione di assistere a una seduta plenaria dell’umanità non convocata per decidere qualcosa ma per mostrare quanto sia straordinariamente brava nel coprirsi di ridicolo. È un villaggio del 1559  ma sembra il backstage della società contemporanea: un luogo dove ognuno recita un ruolo che non ha scelto ma che interpreta con un entusiasmo quasi commovente.

Philippe Daverio avrebbe sorriso, si sarebbe sistemato gli occhiali con quella sua eleganza un po’ teatrale e avrebbe commentato che qui la pittura diventa un vero manuale di istruzioni per l’essere umano… manuale che naturalmente l’essere umano non ha mai avuto la minima intenzione di leggere. Un po’ come quando proviamo a montare una libreria dell’Ikea ignorando le istruzioni: sappiamo già che finirà male ma ci ostiniamo lo stesso.

E allora eccolo l’uomo che “porta il fuoco in una mano e l’acqua nell’altra”. Un capolavoro di ambiguità. È l’antenato diretto della politica contraddittoria di oggi: quella che promette stabilità mentre agita il terreno, che predica moderazione mentre soffia sul fuoco, che rassicura con una mano e incendia con l’altra. È la politica che dice “calma, calma” mentre accende un cerino dietro la schiena del vicino. Bruegel lo dipingeva con ironia.

E accanto a lui c’è quello che “si mette i pantaloni sulla testa” che è praticamente il santo patrono della diplomazia spettacolarizzata. È il gesto che non serve a nulla ma che tutti guardano. È la provocazione elevata a metodo, la teatralità che sostituisce il contenuto, la convinzione che un colpo di scena valga più di un’idea. Bruegel lo dipinge come un buffo contadino: oggi lo troveremmo in prima serata ospite fisso nei talk show.

Poi c’è l’uomo che “copre il pozzo quando il bambino è già caduto”: rappresenta le emergenze annunciate, quel leader che arriva sempre dopo ma con grande enfasi come se il ritardo fosse una strategia. È la politica che si presenta come un Santo Salvatore dopo aver ignorato l’allarme, che costruisce consenso sulla gestione del disastro invece che sulla sua prevenzione. Bruegel lo rilega in un angolo del quadro ma nella nostra quotidianità è ovunque.

E come dimenticare quello che “si sbatte la testa contro il muro”? È l’immagine perfetta della perseveranza nell’errore, della strategia che non funziona ma che viene ripetuta perché ammettere il contrario sarebbe troppo faticoso. È la politica che continua a usare la stessa ricetta anche quando il piatto è immangiabile convinta che il problema sia il palato del pubblico.

A questo punto mi viene in mente uno dei miei scrittori preferiti: George Orwell. Lo immagino come un regista che osserva il villaggio di Bruegel e mentre sospira sistemandosi il cappotto dall’alto della collina commenta: “Interessante… ma qui manca un po’ di disciplina narrativa”. Ed eccovi, Signore e Signori, La fattoria degli animali: la versione organizzata del caos fiammingo. Niente brulicare spontaneo, niente umanità che si muove come un alveare impazzito ma la costruzione metodica di una narrazione che diventa realtà. Gli animali credono di essere liberi mentre ripetono slogan che non hanno scelto, gli abitanti del villaggio recitano proverbi che sembrano guidarli più della ragione.

E la politica contemporanea oscilla esattamente tra questi due estremi: da un lato il folklore disordinato del villaggio, dall’altro la rigidità semplificatrice della fattoria. Due poli opposti che convivono con una naturalezza quasi inquietante.

Un modo patetico ma subdolamente efficace di raccontare il mondo semplificandolo per pura ignoranza. Che trasforma la realtà in una favola a metà tra il grottesco e l’horror salvo poi dichiarare con aria innocente che “no, certe cose non si fanno… e soprattutto non si dicono!”. Che usa il linguaggio come arma di seduzione e di controllo salvo poi lasciarti lì, solo, con i tuoi problemi.

E allora altri proverbi diventano improvvisamente attuali. Chi “lega il diavolo al cuscino” è la politica che promette di controllare ciò che non può essere controllato. Chi “ha il sole nel sacco” è la politica che pretende di possedere la verità assoluta. Chi “cavalca la fortuna” è la politica che vive di momenti, di picchi improvvisi, di fiammate mediatiche. Chi “taglia il ramo su cui è seduto” è la politica che delegittima le istituzioni da cui dipende. Chi “porta acqua al proprio mulino” è la politica identitaria che trasforma ogni tema in un’occasione per rafforzare il proprio gruppo. E chi “si lascia trascinare dal vento” è la politica che cambia direzione a seconda dell’umore del pubblico come una banderuola che si crede bussola.

Alla fine il villaggio di Bruegel e la fattoria di Orwell raccontano la stessa storia: l’essere umano che quando si innamora delle risposte facili finisce per trasformare il mondo in un grande palcoscenico dove tutti recitano improvvisando sulla base di un copione senza titolo e senza autore (Pirandello insegna). Bruegel ci mostra il caos pittoresco della quotidianità, Orwell la disciplina un po’ inquietante della narrazione.

E così, guardando i Proverbi fiamminghi ci accorgiamo che quel villaggio del Cinquecento non è poi così lontano. Siamo ancora li tra chi porta acqua al proprio mulino, chi si sbatte la testa contro il muro, chi cavalca la fortuna e chi si lascia trascinare dal vento delle parole. E Bruegel con il suo sorriso ironico sembra ricordarci che la storia cambia ma l’umanità resta sorprendentemente fedele a se stessa.

Qualche secolo dopo, non più dall’Olanda ma dai paesi scandinavi Munch osserva lo stesso spettacolo, lo riconosce al volo e dalla disperazione non gli resta che urlare.

Io invece rimango qui davanti a Bruegel, a Orwell e a questo strano teatro dell’umanità senza urlare. Continuo a guardare e cercare un senso tra proverbi, slogan, quadri, poesie, musica, libri che possano parlano più di noi e più di quanto vorremmo. Rimango qui perché l’arte non salva (forse), non consola (forse), non aggiusta (forse) però illumina (sicuramente). E tante volte basta questo: un filo di luce, un chiarore ostinato, per convincerci a non spegnere tutto. Per continuare a cercare un modo, qualsiasi modo, per restare accesi.

Riferimenti da scoprire:

Proverbi Fiamminghi (da Wikipedia): clicca qui

Ragazza col turbante (da Wikipedia): clicca qui

Ritratto dei coniugi Arnolfini (da Wikipedia): clicca qui

L’urlo di Munch (da Wikipedia): clicca qui

George Orwell - La fattoria degli animali (da Wikipedia): clicca qui

The Doors - Light My Fire (da YouTube): clicca qui

The Doors - The End (da YouTube): clicca qui

The Doors - The WASP (Texas Radio and the Big Beat) (da YouTube): clicca qui

Pirandello Luigi - Sei personaggi in cerca d’autore tratto dalla RAI (1965) con Romolo Valli, Rossella Falk (da YouTube): clicca qui

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