Lisa, Gastone e il Maestrale che soffiava piano

Il vento, quel pomeriggio, non si limitava a soffiare: ballava il rock acrobatico con tutto ciò che gli capitava a tiro.

Correva per le strade come un branco di delfini liberi nell’oceano, faceva girare le foglie come trottole impazzite, sollevava i cappelli per studiare le leggi segrete della fisica, si infilava nelle maniche delle giacche e spettinava il mondo senza chiedere permesso. Arruffava capelli, ma soprattutto entrava nelle orecchie e faceva un allegro disordine nei pensieri: spostava ricordi, mescolava idee, faceva cadere certezze come bicchieri sul pavimento.

Lisa aveva tredici anni ed era una ragazzina magrolina come un segnalibro, leggera come una matita dimenticata sul bordo di un quaderno. Aveva occhi curiosi di quelli che guardano sempre un po’ più in là del necessario e un sorriso che arrivava con qualche secondo di ritardo, come se prima dovesse finire di sognare.

Sognava a occhi aperti così spesso che ormai confondeva la realtà con la fantasia e la fantasia con qualcosa di molto più serio. Mentre camminava una parte di lei restava indietro a immaginare mondi segreti, colori che non esistevano ancora, storie che crescevano da sole come piante ribelli. Parlava con le foglie che correvano sull’asfalto, con le panchine stanche del parco, con le finestre illuminate e perfino con i pali della luce contro cui ogni tanto andava a sbattere perché era troppo occupata a pensare.

Quando usciva di casa salutava tutti, ma proprio tutti: i vicini sulle scale, gli sconosciuti per strada, gli animaletti del parco, persino le statue un po’ tristi e gli alberi che fingevano indifferenza. Alcuni rispondevano, magari a modo loro, con uno sguardo, un fruscio o un colpo di coda, altri no. Ma Lisa salutava lo stesso: non si sa mai perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno di essere salutato.

Quel pomeriggio stava tornando a casa dalla biblioteca. Nello zainetto aveva qualche libro, una merendina al cioccolato un po’ schiacciata dal peso delle storie, una matita con la punta consumata dai pensieri e un’idea nuova che non sapeva ancora di avere nascosta tra una pagina e l’altra.

Si fermò su una panchina ad aspettare l’autobus.
In piedi vicino a lei due signore anziane: avvolte in caldi cappotti parlottavano fitto fitto del tempo che non è più quello di una volta, della puntualità dei reumatismi, dei nipoti che non chiamano mai e di altre piccole e grandi catastrofi quotidiane.

A un certo punto una delle due smise di parlare, sospirò e sentenziò con aria definitiva come se stesse chiudendo un capitolo della storia del mondo:

“Questo vento dà fastidio pure ai matti”.

Il vento, come se avesse sentito, diede a Lisa una gran scompigliata ai capelli.

“Ehi, piano… così mi fai il solletico!” pensò Lisa.

Il vento si fermò un istante. Poi fece un piccolo giro soddisfatto.

Fu allora che Lisa vide quel barattolo peloso.

Era un gatto rosso zenzero, cicciottello, con la coda corta e lo sguardo furbo di chi ne ha viste tante e ne ha ignorate ancora di più. Se ne stava seduto davanti a lei dritto come una statua importante.

Il gatto mormorò qualcosa.

“Ahem!”

Lisa sobbalzò.

“Hai detto qualcosa?”

“Certo” rispose il gatto. “E ho anche un nome. Mi chiamo Gastone. Ma puoi sentirmi solo se il vento è d’accordo”

"Cosa? Ma perché io? Cioè……perché ti sento, ti capisco……ti sento davvero?"

Gastone sorrise.

“Perché tu ascolti anche quando sembri lontana. E proprio lì, in quel momento in cui ti perdi un po’ le cose più importanti trovano il coraggio di farsi sentire ma non come pensa la gente comune ma nel modo tutto tuo, leggero e segreto”.

Le fece l’occhiolino.

“Io sono un custode della gentilezza e della bontà. Devo ricordare al vento che sulla Terra esiste ancora chi sa guardare senza giudicare, chi ama in silenzio, chi cammina leggero perché non ha cattiverie da far volare via, vieni con me e ti faccio vedere”.

Lisa sgranò gli occhi e si irrigidì. Il micione allungò la zampa e senza aspettare risposta tirò fuori da una tasca nascosta un palloncino rosso. Prese un fiocchetto blu che profumava di mirtilli e di segreti e glielo legò al polso.

“Tieniti forte, si parte”

“Dove mi porti?” chiese Lisa con stupore e incredulità.

“Non avere fretta. Fidati e lasciati cullare dai sogni” rispose il Gastone.

Il palloncino si gonfiò e con l’aiuto del vento si sollevarono in aria.

La città sotto di loro cambiò forma: i tetti sembravano scatole colorate, le strade fili aggrovigliati, le persone puntini distratti. Il vento non urlava più ma cantava piano una filastrocca rassicurante.

Uno stormo di uccelli lucenti li affiancò e li guidò verso un cipresso gigantesco così grande da sembrare un grattacielo travestito da albero. Le sue foglie si aprirono come una porta segreta.

Dentro c’era il Regno dei Venti.

Il cielo era color camomilla tiepida. Le nuvole parevano cuscini. Piccoli e colorati folletti correvano avanti e indietro trasportando brezze in bottiglia, sospiri del mattino, raffiche educate con il cappellino.

Al centro, seduto su uno sgabello di nuvole c’era Maestrale. Era enorme, con la barba di bruma e gli occhi stanchi.

“Sono arrabbiato con il mondo” disse. “I cattivi pensieri rendono l’aria irrespirabile. Gli adulti hanno dimenticato i sogni, la fantasia, la generosità. Io soffio e soffio per ripulire tutto”.

“Anche troppo” borbottò Gastone. “Ho dovuto legarmi cinque topolini alla coda per non finire in orbita”.

Maestrale fissò Lisa.

“Gastone dice che sei qui per dimostrarmi che mi sbaglio. Ma prima… una prova”

Tre folletti saltarono fuori da una nuvola.

“Ta DAAA!” cantarono. “Test di Purezza!”

Le porsero una valigia grigia.

“Contiene rabbia, invidia e sogni buttati via”

Lisa provò a sollevarla: era pesantissima.

“Aprila!” suggerì Maestrale.

Dentro c’erano biglietti stropicciati piegati mille volte come pensieri stanchi. Lisa li prese uno a uno e appena li leggeva si gonfiavano di luce ed esplodevano come bolle di sapone salendo piano verso l’alto leggeri come sospiri finalmente liberi. A ogni bolla che spariva la valigia perdeva peso finché rimase quasi vuota, leggera come se non avesse mai contenuto nulla di brutto.

“Seconda prova!” gridò un folletto.

Uno specchio enorme apparve.

Lisa vide una donna stanca… poi scosse la testa.

“Non sono io, non posso essere io! Io continuerò a sognare!”

Lo specchio cambiò immagine e fece vedere Lisa da grande: raccontava storie bellissime, sapeva ascoltare tutti e inventava mondi pieni di fantasia e subito dopo si ruppe in mille pezzettini che diventarono stelle.

Maestrale e i tre folletti trattennero a fatica un principio di entusiasmo. Bastò uno sguardo per capirlo: forse non tutto era perduto.

“Ultimo test” disse un folletto. “Dai qualcosa che non si vede”.

Lisa non ci pensò nemmeno per sbaglio. Il pensiero fece appena in tempo a partire che lei lo aveva già superato: si lanciò in avanti e abbracciò Maestrale come si abbraccia qualcosa che si stava aspettando da sempre, stringendo vento, nuvole e stupore senza chiedersi se fosse possibile.

Il vento si fermò.

Maestrale sentì il cuore fargli flap flap come una vela che scopre all’improvviso di saper volare.

Una purezza antica gli attraversò il petto, chiara come una mattina senza notizie brutte.

“Avevo dimenticato questa sensazione……”

Si fece più piccolo, quasi educato e sorrise con un sorriso da vento in vacanza.

“Avevo torto. Il mondo non è solo una raffica di guai. Finché esisteranno bambini come te proverò a soffiare piano. Magari a passo di danza”.

Gastone annuì, fece un inchino teatrale ed esclamò:

“Test superato”.

Una brezza gentile, profumata di cose buone e promesse mantenute, avvolse Lisa come uno scialle invisibile.

Poi, sbam!

Lisa sbatté le palpebre ed era di nuovo sulla panchina al suo posto come se nulla fosse successo.

Davanti a lei un gattone color zenzero la fissava immobile con quell’aria da io-so-cose-che-tu-non-sai.

“Gastone……è stato tutto vero?”

Il gatto sbadigliò spalancando la bocca come se stesse mostrando l’universo intero in versione dentata.

“Guarda che i gatti non parlano” rispose con un’aria vagamente altezzosa.

Eppure nei suoi occhi passò un bagliore inatteso, un luccichio lieve di emozione come se due piccole stelle si fossero accordate per fare l’occhiolino.

Alzò la coda tozza, si voltò e se ne andò con l’eleganza discreta di chi ha appena salvato il mondo e non sente il bisogno di dirlo a nessuno.

Ecco l’autobus.

Lisa salì con passo leggero e lo sguardo un po’ stralunato chiedendosi se ciò che era accaduto fosse stato vero oppure solo l’ennesima storia nata dalla sua fantasia troppo vivace.

Eppure tutta quella storia così stramba, improbabile e forse mai successa le aveva messo una fame solenne, una fame da fine del mondo o almeno da fine pomeriggio.

“È ora della merenda”, pensò, con la serietà delle decisioni importanti.

Allungò la mano nello zaino e, sorpresa delle sorprese, trovò il fiocchetto blu.

Profumava ancora di mirtilli, di vento buono e di quella magia gentile che non chiede spiegazioni.

Fuori il Maestrale si era calmato.

E forse, da qualche parte tra il mare e i sogni, aveva davvero imparato a ballare più piano.

Dedicato a questi giorni di vento,
nel giorno del mio compleanno
e a quel nuovo inizio che ha deciso di soffiare proprio qui, oggi, adesso.

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