Metro delle 7.30: sonno, smartphone e piccole collisioni umane

Alle 7.30 la metropolitana di Milano non è un mezzo di trasporto: è un acquario umano di sonnolenza e speranze stropicciate. Le porte si aprono con il rumore secco di una macchina che non ha tempo da perdere: un colpo di ingranaggi, un soffio d’aria compressa e il mondo dalla banchina entra nel vagone senza chiedere permesso. La città chiama scandendo il ritmo di ogni passo: TIC–TAC–TIC–TAC…

La chiusura delle porte è una morbida ghigliottina: ZAAC!

Un colpo secco metà acciaio e metà capriccio come se il treno dicesse: “Adesso basta esitare, Sali! Io VRRRRRRR mi faccio inghiottire GNAM!

Partiamo!

Dentro le carrozze l’aria ha il sapore del caffè bevuto in fretta e di un sonno rimasto a metà.

La signora con il cappotto color senape stringe la borsa come fosse un gatto nervoso: SCRUNCH! GNEK! Ha lo sguardo di chi ha già litigato mentalmente con il capo, con il marito e con il destino. Ogni fermata è per lei un rosario che fa TUMP TUMP, CIACK, come se ogni apertura di porta fosse una minuscola penitenza da attraversare.

Accanto a lei un ragazzo con le cuffie ascolta musica a un volume che potrebbe risvegliare i morti: BUM BUM TSH! ZANG ZANG! Tiene gli occhi chiusi forse per far finta di dormire, forse per non vedere il mondo che lo aspetta là fuori. Ogni tanto muove un piede come se stesse provando una fuga immaginaria ma è solo un riflesso condizionato del fiume di metallo che scorre veloce sotto di lui TRRRR TRONF! SKRAAANG.

C’è anche l’uomo del giornale. Leggenda metropolitana racconta che non abbia mai letto una pagina: sfoglia solamente. Le pagine gli scorrono tra le dita come carte da gioco, FRUSH FRUSH! FLAK! e lui sembra aspettare che ne esca un jolly capace di cambiargli la giornata. Ma il jolly non arriva mai e allora si accontenta di indignarsi lasciandosi andare a qualche goffo lamento HMPF! SNORT! come il Garelli anni ’70 di mio nonno ingolfato che non voleva partire.

Poi entra la madre-chioccia scortata da due gemelline: piccole guardie del corpo in miniatura.

Hanno entrambe lo stesso cappottino rosa e codine come due antenne per il Wi-Fi in cerca di connessioni con la superfice: “metropolitana chiama mondo in superficie, mi sentite?’”. SWISH SWISH! Segnale trovato, 4 tacche. La mamma tenta disperatamente di tenerle vicine ma le bambine, identiche e irrefrenabili, si muovono come due particelle subatomiche in missione per conto del caos quantistico: TAP TAP TAP! ZIG ZAG! FRULL!

Una si infila sotto il braccio di un signore attonito che la osserva con disinvoltura ZIP! E poi accenna ad un sorriso HI HI! L’altra osserva i passeggeri come se stesse pianificando un attacco strategico TIC TIC TIC… ZANG! La madre sorride ma è il sorriso di chi ha capito che la giornata è già in fuga, FLEE FLEE! e non c’è verso di riprenderla.

Accanto a loro tre studenti sono impegnati nell’operazione “Compito in Classe”. Hanno libri aperti e sguardi da generali alla vigilia di una battaglia persa.

Uno prepara bigliettini minuscoli piegati con la precisione di un origamista disperato.

L’altro li nasconde nei pantaloni convinto che quella zona sia immunizzata dagli sguardi della prof.

Il terzo sa che se va bene si porta a casa un quattro.

È un teatro di strategia, ansia e geometria.

E poi, quando le porte stanno per richiudersi CIUUFF arriva di corsa la ragazza. La si riconosce dal fiatone HAH HAH e da quel passo che dice: “O adesso o mai più”. Con un gesto acrobatico degno di una finale olimpica infila un piede tra le porte che oppongono una piccola resistenza, solo un educato TIC TLOC anticipato dal segnale acustico NNNIIIII!

Entra. E per un istante il suo cuore che batte come un tamburo tribale TUM TUM TUM TUM TUM TUM rimane fuori dal serpente d’acciaio, poi rimbalza, rincorre il corpo e si ricongiunge con il resto di lei, trafelato e disordinato: più rumore che emozione.

Lo so per certo: se lei avesse perso questo treno, se avesse dato retta a quel secondo di esitazione davanti alla riga gialla sulla banchina avrebbe incontrato l’Amore: sarebbe arrivato un ragazzo con un libro stropicciato in mano che con aria stralunata e una testa piena di aspettative FZZZ gli avrebbe detto:

“Ehi… hai lo zainetto aperto”. FRISS! Finalmente il suono di qualcosa di bello in una mattinata caotica (pensa lui).

Ma il destino, come spesso accade, ha deciso di estrarre un altro numero PLINK sufficiente a cambiare tutto.

Come faccio a saperlo? L'ho letto stamattina scrutando con un occhio solo il fondo di un caffè preso al distributore automatico della fermata di Rho Fiera, quello che ogni tanto, invece del resto ti restituisce un gettone per Atlantide.

Si riparte.

Prossima fermata Conciliazione Cenacolo Vinciano.

La metropolitana accelera, ruggisce, respira.

FFFSSHH… TONF TONF… SSSRRRHHH.

Nella carrozza sobbalzante una ragazza siede come un’isola di calma nel mare ondeggiante dei pendolari. Lei apre la sua borsetta con un FLAP! quasi teatrale. Da quel piccolo pozzo senza fondo escono, uno dopo l’altro specchietto, pennellino, fondotinta: una piccola orchestra da camera della metamorfosi. Il vagone trema TCHUM TCHUM ma lei procede solenne pennellando le guance come un’artista che ritocca l’alba. Il mascara vibra FRIP FRIP, la cipria danza PUFF! nell’aria mentre i passeggeri la osservano di sottecchi come si guarda una magia riuscita. E così, dentro quel treno che corre SFRRR ROAR! nelle gallerie lei diventa ciò che il ritardo di casa le aveva negato: una versione scintillante di sé costruita con la fermezza e la grazia di una fata urbana.

In piedi vicino alle porte e con il naso schiacciato sul vetro come due calamari spaesati catapultati fuori dall’oceano SPLAT!, due turisti inglesi, sono inchiodati davanti alla piantina delle linee come esploratori astrali alle prese con la mappa stellare di una galassia ostile.

«Red Line… than Blu Line…» borbottò il primo strizzando gli occhi come se le scritte fossero state scritte con inchiostro simpatico alieno ostile ed incomprensibile.

Il secondo, invece, teneva il cellulare sollevato ad angolo di 42 gradi esatti perché la Guida Galattica al Pendolarismo Milanese (versione beta) sosteneva che fosse l’inclinazione perfetta per orientarsi nei sotterranei.

Ogni tanto il telefono vibrava TRRR-TRRR-VIBRO-TRRR! non per una notifica ma per puro nervosismo elettronico, come se non volesse assumersi la responsabilità di portarli vivi fino all’aeroporto.

La piantina, dal canto suo, sembrava osservare i due turisti con l’aria di chi ha già visto tutto: studenti persi, lavoratori insonnoliti e perfino un americano che aveva cercato la fermata “Tiburtina” sulla M1.

Quante facce, signore e signori…. quante facce stipate in questo cilindro di metallo che digerisce chilometri. Se le guardi bene, tra un sussulto e un TLAC vedi storie che bollono pronte ad esplodere in emozioni.

La metropolitana è un animale grande e potente che porta sulle sue spalle i nostri ritardi, le nostre ansie, le nostre colazioni mancate, mentre sotto la pelle di metallo fa vibrare un BRUM BRUM sommesso come se si lamentasse piano ma senza smettere di andare.

E ogni volta che spunta dal buio con un suo annuncio elettronico ZING ZING sembra voler dire: “Forza, salite, che oggi vi porto tutti io” anche se poi parte con un piccolo scatto nervoso, TCHAK! come un vecchio leone che finge di essere ancora giovane.

Sopra il mondo si muove e qui sotto sfrecciamo come un lampo che taglia il buio tra strisce di luce e un lungo VRUUUM.

Energia.

Movimento.

Velocità.

Dentro, invece, regna la religione silenziosa degli smartphone.

Un silenzio che non è silenzio: è un TAC TAC lieve, un SWISH di dita, un BIP soffocato che si perde nell’aria.

La maggior parte dei passeggeri ha la testa piegata come in una preghiera consumistica.

Occhi incollati a schermi che succhiano attenzione, sogni, minuti, con un ZZZP continuo, il respiro elettronico dei dispositivi: SCROLLLL.

Sono tutti inghiottiti nella loro devozione che li abbaglia con un BLIP LUM appena percettibile, una lucciola digitale che si crede stella.

Non vedono niente del mondo che corre accanto a loro, il treno che vibra con un MMRNN discreto come se provasse a richiamare la loro attenzione con un colpetto di gomito.

E, cosa peggiore, non vogliono vederlo.

E i loro schermi lo sanno: rispondono con un ultimo PING soddisfatto come una porta che si chiude da sola.

Le relazioni umane, salvo rare eccezioni, sono diventate eco sbiadite.

Non per necessità.

Per paura.

Per incapacità.

Per l’imbarazzo di guardarsi negli occhi senza poter selezionare un filtro immagine.

Io li guardo e penso che forse siamo diventati passeggieri fantasma: corpi vicini, anime lontane, ognuna imprigionata nella propria scatolina luminosa.

Quando il treno si ferma le porte si aprono con quel sospiro antico.

Cairoli Castello, apertura porte a destra, open on the right

E l’atto teatrale si ripete.

Sempre uguale, sempre diverso.

Cambiano i volti, i cappotti, le occhiaie.

Non cambia la scena.

Accanto al sedile un guanto dimenticato giace piegato su sé stesso.

Solo.

Abbandonato.

Sembra piangere.

Sa che non troverà mai più suo fratello.

Lo consola vicino a lui un biglietto usato e scaduto che ha visto tempi migliori.

Duomo apertura porte a destra, open on the right.

Scendo, scale mobili, esco.

Un FFFSSS FFFSSS di gradini che si srotolano come un drago gentile sotto i piedi.

Sali, sali, sali, sali sali….Fuori!

Sole che arriva con un PAF!

Morbido, quasi timido, come se il giorno si aprisse in ritardo ma con buona volontà.

Urka! Qui sopra qualcuno ha messo in pausa!

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