Le dimissioni, ovvero quando l’outfit non è più quello giusto

C’è una verità semplice, lampante, quasi imbarazzante da quanto sia sotto gli occhi di tutti, eppure ci ostiniamo a far finta di niente. Ogni outfit, proprio ogni singolo tessuto che decidiamo di indossare ha una funzione, un codice non scritto, un habitat naturale. Non è un parere, non è una suggestione: sono i fatti nudi e crudi.

Perché, altrimenti, accade l’inevitabile: ciò che tutti vedono ma fanno finta di non vedere. Si scivola, passo dopo passo, nel campo minato del disagio estetico, quello che nessuno rivendica ma che prima o poi presenta il conto. E come sempre, di riffa o di raffa, finisce per mettere in difficoltà non gli altri, ma noi stessi.

Sembra banale ma provate a immaginare la scena: qualcuno che si presenta a una serata di gala vestito come se dovesse innaffiare l’orto. Oppure un colloquio di lavoro affrontato in braghe corte, sandali e t-shirt con il marchio della pummarola usata dal pizzaiolo sotto casa.

Dai, suvvia.

Ogni momento della vita, personale o professionale, richiede il vestito che ti permette di stare al posto giusto senza farti sentire in difficoltà, fuori tempo, fuori contesto.

E allora la domanda sorge spontanea: perché insistere nell’indossare un outfit che non è il nostro?

Perché continuare ad accanirci con giacche che non ci somigliano neanche per sbaglio, rattoppate a partire da taglie che gridano vendetta, ruoli cuciti su misura per qualcun altro, stili che ci costringono a camminare impalati come manichini in saldo e a vivere con quel fastidioso ronzio di disagio di fondo?

O, peggio ancora, perché ostinarci nell’indossare ciò che annulla i nostri punti di forza invece di metterli in mostra?

È lo stesso nei luoghi di lavoro.

Lasciamo perdere i proverbietti da fermata dell’autobus, tipo “l’abito non fa il monaco”. Comode scorciatoie per non pensare. La verità è un’altra, molto meno consolante: l’abito deve stare bene, deve essere appropriato e deve aiutarti a stare bene. E soprattutto, in molti contesti, l’abito fa eccome il monaco. Chi dice il contrario, di solito, lo fa per non guardare il problema.

Deve permetterti di muoverti, respirare, sentirti in armonia con il mondo che ti circonda e con ciò che fai, ti rappresenta.

Se un abito è troppo stretto, pizzica, tira lo cambi.

Perché l’abito sbagliato non migliora col tempo anzi ti peggiora e ti fa sentire anche stupido.

Ecco perché bisogna scegliersi l’abito giusto, quello davvero nostro: non solo il modello che non ci fa sembrare imbalsamati e la taglia che non grida aiuto ma anche il colore se possibile. Ovvio bisogna anche contestualizzarlo.

Ecco perché le dimissioni sono il gesto di chi riconosce che quell’abito (il ruolo, l’ambiente, la cultura) non lo rappresenta e non lo valorizza e sceglie di indossarne uno diverso e più adatto al proprio modo di essere.

Non contro qualche “stilista” sia chiaro.

E se quel vestito non ti entra non è colpa tua. E no, non devi sentirti in colpa tu.

È inutile trattenere il fiato, tirare su i pantaloni con l’ingegneria creativa di bretelle e cinture incrociate: questa non è resilienza, e nemmeno spirito di adattamento.

Allora stringi qui, allarghi là.

Un rattoppo emotivo di fortuna, due cuciture di emergenza.

Ma alla fine l’abito diventa una caricatura e tu ti ritrovi a interpretare un personaggio che non ti assomiglia più.

E sia chiaro: il body shaming qui non c’entra nulla.

Qui si parla di identità professionale, attitudini, aspirazioni e della libertà sacrosanta di dire: “Questo outfit non mi valorizza.”

Questo è il motivo per cui il cambio di abito non è un tradimento ma una forma di rispetto verso tutto e tutti te compreso.

Il sistema, però, reagisce sempre nello stesso modo: male.

Fino a un secondo prima di annunciare le dimissioni sei un punto fermo, uno che porta a temine sempre il tuo impegno. Un secondo dopo diventi un fantasma infestante.

Alcuni ti trattano come l’untore della peste bubbonica tagliato fuori da comunicazioni, salutato (forse) di traverso, evitato come se stessi per scatenare la terza rivoluzione intergalattica nella sala mensa.

E lì capisci una cosa tanto semplice quanto rivelatrice: nel momento peggiore emerge la vera natura delle persone con cui hai lavorato.

Sì, lavorato ed ho evitato accuratamente il termine collaborato perché la collaborazione è tutt’altra cosa.

Non sia mai che la tua scelta diventi un invito all’emancipazione, un promemoria scomodo che dimostra che si può sopravvivere benissimo anche fuori dal regno dei dipartimenti con i loro piccoli feudatari e i loro micro-regni incastonati nelle scrivanie.

Ed ecco che il sistema si svela: se ti svaluta all’istante nel momento in cui decidi di andartene allora non eri un valore ma uno strumento, direi più un appendiabiti o “servo muto” da camera che un essere umano e un professionista.

E ho volutamente messo “essere umano” prima di “professionista” perché senza umanità non esiste alcuna professionalità che possa reggere.

Eppure le dimissioni sono esattamente questo: scegliere un outfit che finalmente ci calzi addosso, senza strangolarci, comprimere i nostri movimenti o imporci otto ore al giorno a trattenere il respiro.

Un lavoro in cui non sembri un invitato fuori tema tipo chi arriva in smoking al brunch della domenica o in ciabatte alla cresima di tua nipote.

Ogni fase della vita ha il suo abito e lo capisci davvero quando smetti di presentarti a ogni evento con le solite sneakers di battaglia. È lì che scatta qualcosa: la consapevolezza che è arrivato il momento di scegliere un abito diverso per la vita che vuoi non per quella che hai ripetuto per abitudine.

Ma attenzione: non ci si cambia davanti a tutti mostrando le chiappe ma ci si chiude in camerino, si rimette a posto il colletto, si piegano i vestiti vecchi e si ringrazia comunque.

Perché non si lascia mai un’azienda con rabbia: nulla ti è dovuto o scontato.

Le dimissioni non sono un capriccio né un vezzo da boutique.

Sono un atto di stile: pensato, ragionato, complicato molto più di quanto ci si ostini a immaginare.

Forse l’unico gesto davvero elegante che ci resta quando tutto il resto sa di usato garantito o di rattoppato.

Senza gridare, salutando e ringraziando, se possibile senza rancore.

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