Gli Eroi del Nulla: breve anatomia degli sfigati sociali

È ormai evidente: la società cambia alla velocità dei bit mentre noi restiamo in attesa con il cervello ancora in fase di download e le informazioni ci piovono addosso come grandine senza darci il tempo di capire cosa stia realmente accadendo intorno a noi. Il risultato? Un perenne senso di affanno, di inadeguatezza, di disagio strisciante che sentiamo sottopelle ma che fieramente ignoriamo come fosse un percorso formale per l’ottenimento della beatificazione.

Così, per miopia, finiamo per guardare il mondo dal buco della serratura proprio come nei gloriosi film di Lino Banfi e Alvaro Vitali, quando si arrapavano davanti a Gloria Guida o Edwige Fenech sotto la doccia dimenticandosi, nel momento esatto dell’arrapamento, di essere fondamentalmente degli sfigati sociali. Ecco: quello stesso spirito anima oggi una fauna ben più triste e molto meno autoironica.

Gli sfigati sociali vivono tra noi. Silenziosi nella vita reale, assordanti nelle associazioni, gruppi di lavoro e sui social. Fierissimi paladini del loro hobby che non è più una passione ma una religione monoteista, intollerante e noiosa. Spiano il mondo sempre da quel benedetto/maledetto buco della porta convinti che il mondo sia solo quel piccolo fascio di luce filtrante.

Li riconosci subito: sono quelli che hanno trasformato il passatempo in una crociata. Non parlano d’altro, non pensano ad altro, non respirano altro. Se potessero si tatuerebbero il logo della loro ossessione sulla fronte così da evitare equivoci e risparmiare tempo agli altri. Venerano quel buco della serratura come fosse la Madonna di Lourdes: stessa fede cieca ma senza miracoli.

Il loro mondo è semplice, quasi commovente nella sua povertà: una cosa sola ripetuta all’infinito come un disco rotto che non hanno il coraggio di spegnere. Running, calcio, cosplay, modellismo, gaming competitivo, francobolli del ’43: non importa cosa sia. Importa che sia l’unica cosa. Il criterio con cui misurano il valore umano.

Se sei dentro e ti adegui sei “uno di noi”.

Se sei fuori sei un povero idiota che “non capisce che lo facciamo per te”.

E non è un problema di netiquette, di regolamento o direttive.

Chiariamo: la passione non è il problema. La passione è sana, vitale, persino sexy. Il problema nasce quando diventa un bunker. Un rifugio antiatomico contro il mondo reale, contro le relazioni, contro la complessità del confronto, contro mogli/mariti ossessivi, contro la monotonia della vita quotidiana. Perché confrontarsi è faticoso. Cambiare è rischioso. Crescere fa male. Molto meglio rifugiarsi nell’unica cosa che si sa fare discretamente e ripeterla fino a convincersi che la ripetizione sia talento.

E allora eccoli lì sui social, nei meeting e nelle riunioni a dispensare consigli, a pontificare come guru di nicchia. Si credono fighi, si credono esperti. In realtà sono solo prigionieri di una gabbia fatta di like autocelebrativi e applausi tra consanguinei cognitivi.

Non hanno più un hobby: hanno un’ossessione.

Non hanno più una vita: hanno un loop infinito.

Spesso li vedi parlare pieni di sé davanti a una platea composta esclusivamente da altri “sé stessi”. Giocano da soli con regole che impongono con zelo religioso ma che talvolta sono i primi a non rispettare senza mai arrivare alla fine della partita. L’unico punteggio che conta è il gonfiore del loro ego destinato, per semplice legge fisica, a fare la stessa fine dello Zeppelin del ’37. (no, non ve lo spoilero: scopritelo da soli).

Nel frattempo il mondo va avanti. Le persone si innamorano, cambiano lavoro, viaggiano, sbagliano, imparano, crescono, vivono. Loro no. Loro restano lì a lucidare i loro trofei ereditati convinti che basti per “essere qualcuno” (e che talvolta buttano pure nel cassonetto perché non sanno neanche riconoscerli).

Spoiler: non basta.

Non sanno o fingono di non sapere che fuori dalle quattro piastrelle del loro giardino mentale esiste un mondo che va dagli amici delle biglie da spiaggia di Cesenatico ai vincitori del Nobel. E in mezzo c’è la vita: chi ride, chi piange, chi insegna, chi impara, chi partecipa perché vuole e non perché lo impone un dogma travestito da passione.

Perché alla fine il vero coraggio non è trasformare la propria passione in una dottrina da predicare come un televangelista ma saperla condividere con la disarmante semplicità di chi non deve dimostrare nulla a nessuno.

Il vero coraggio è uscire dal bunker mentale e ricordarsi che la vita è un contenitore enorme in cui stanno anche gli hobby e non degli hobby che fagocita la vita.

Ma per farlo servono tre cose che agli sfigati sociali manca strutturalmente: curiosità, umiltà e la capacità di capire che le persone non sono un codice in una lista di invitati.

E a questo punto è bene chiarirlo senza ipocrisie né buone maniere:

personalmente non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me (Groucho Marx dixit).

Non per modestia.

Ma per legittima difesa dalla loro noiosa pochezza.

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