I fantasmi che inventarono il pop e il rock: “The Wrecking Crew”

Prendete uno dei Sacri Graal della musica anni Sessanta: Good Vibrations dei Beach Boys, per esempio. Ma se non vi piace potete scegliere Frank Sinatra, i Byrds, Mamas & the Papas, Nancy Sinatra, Elvis Presley, Simon & Garfunkel, Santana e compagnia bella.

Guardate la copertina. Studiatela per bene. Osservate i sorrisi, le pose plastiche, gli strumenti imbracciati come fossero appendici del corpo. Immergetevi dentro quella immagine.

Fatto? Bene.

Ora ponetevi una domanda semplice quanto letale: siete sicuri che gli strumenti che vedete nella foto siano stati davvero suonati dalle facce che vedete in fotografia?

La risposta, quasi sempre, è “no”. E non un “no” timido, da comunicato stampa diplomatico. È un “no” pieno, con eco, e tanti punti esclamativi cuciti addosso.

Dietro una quantità incredibile di capolavori della musica americana si nasconde il delitto perfetto. Musicisti fenomenali, pagati a gettone per costruire la musica pop americana. Gli applausi e le royalties, però, finivano a qualcun altro.

Li chiamavano "Wrecking Crew”.

Non era una band come la intende la mia generazione cresciuta a videoclip. Niente tournée, niente stadi, niente autografi all'uscita dei concerti o dalle sale di registrazione, semplicemente perché non facevano concerti e nessuno sapeva che faccia avessero. Niente TV e nella maggior parte dei casi nemmeno un nome tra i crediti del disco prodotto.

Ammettere che gran parte dei dischi attribuiti alle grandi star fossero in realtà opera di altri avrebbe smontato una delle favole più remunerative dell'industria musicale: quella del gruppo di ragazzi che scrive, arrangia e suona tutto da solo. Il sogno americano trascritto su un pentagramma. E le favole che fruttano milioni di dollari, si sa, non si toccano.

Prima della musica, però, vale la pena chiarire da dove arriva quel nome da pericolosa gang, perché anche lì la faccenda ha il suo perché. Il nome non se lo sono scelti: se lo sono ritrovati addosso, tra l'altro come un insulto in piena regola. Secondo la leggenda raccontata da Hal Blaine nel suo libro di memorie del 1990, il primo a squarciare il silenzio vent'anni dopo i fatti, a battezzarli così furono i vecchi turnisti. Gente cresciuta a blues e orchestre “old style”, che guardava con sospetto quella covata di ragazzotti scapigliati arrivati a suonare pop e rock and roll nei loro stessi studi. "Wrecking Crew", squadra di demolizione, li chiamavano con disprezzo, convinti che stessero mandando in rovina l'industria discografica a colpi di musica da adolescenti.

L'insulto avrebbe dovuto sminuirli. Invece gli ha consegnato il marchio con cui sono diventati leggenda: capita, quando sei più bravo di chi ti disprezza.

"Wrecking Crew" era un'etichetta appiccicata dall'esterno. Carol Kaye, unica donna del gruppo, e già questo meriterebbe un capitolo a parte, ha sempre raccontato che tra loro si chiamavano semplicemente "The Clique" o "The First Call Gang": quelli che ricevevano la prima telefonata. Perché se un produttore voleva andare sul sicuro, chiamava loro. Zero tempo perso. Zero soldi sprecati. Successo assicurato. Formula perfetta.

Ma al di là delle etichette, contava il mestiere. Ed è qui che finisce la favola romantica dei rocker selvaggi cresciuti a tre accordi in garage: questi erano professionisti veri cresciuti tra conservatorio, jazz raffinato e musica classica.

Gli mettevi davanti uno spartito impossibile e, mezz'ora dopo, avevi in mano un potenziale numero uno in classifica.

Le giornate se le passavano a fare la spola tra gli studi di Los Angeles: sessione al mattino, sessione al pomeriggio, sessione alla sera. Registravano per un cantante, due ore dopo per il suo rivale diretto, senza un grammo di dramma artistico. "Business is business".

Carol Kaye descriveva quelle giornate come una catena di montaggio: sveglia alle sette, alla Universal dalle nove a mezzogiorno, di corsa alla Capitol Records per l'una, giusto il tempo di arrivare, un jingle pubblicitario alle quattro, un'altra session alle otto e, se avanzava un buco, magari ci si infilava pure Sinatra, padre e figlia. Passavano dal 45 giri alla pubblicità del detersivo con la stessa disinvoltura con cui ci si cambiano le mutande.

I loro quartier generali erano i templi del pop: il Gold Star Studios, la United Western Recorders, la torre della Capitol su Vine Street, il complesso della Columbia, gli studi RCA su Sunset Boulevard. Non erano una band. Erano “La band”: unica, onnipresente, irrinunciabile.

Il disco vero l'avevano inciso i fantasmi. I ricavati, così come gli applausi, finivano alle band ufficiali.

Vale la pena, allora, dare un volto ad alcuni di questi “il mio nome è nessuno”: meritano di essere ricordati.

Partiamo da Carol Kaye. Si stima abbia partecipato a circa diecimila sessioni. Passò dalla chitarra ritmica al basso quasi per sbaglio e in pochi anni diventò la turnista più richiesta di Los Angeles.

Brian Wilson l'ha definita la miglior bassista mai incontrata. Paul McCartney ha ammesso di essersi ispirato alle sue linee di basso in Pet Sounds per costruire quelle di Sgt. Pepper's.

E Hal Blaine? Secondo le fonti più autorevoli è il batterista più registrato della storia: si parla di una stima folle, trentacinquemila session in carriera. Capace di inventarsi in due minuti un giro di rullante che avrebbe fatto scuola per trent'anni (Be My Baby - The Ronettes). Dal 1966 al 1971 mise le mani su sei incisioni premiate con altrettanti Grammy, ovviamente di fila. Morto nel 2019, gli dedicò un articolo persino il New York Times.

Hal aveva una batteria personalizzata, ribattezzata "Octoplus", talmente enorme e vistosa da lasciare tutti a bocca aperta. Peccato che nessuno sapesse mai chi ci fosse seduto dietro.

E Tommy Tedesco? Uno che con la chitarra faceva sembrare facile qualsiasi cosa: jazz, pop, colonne sonore, sigle tv, spot pubblicitari e senza mai perdere il senso dell'umorismo, merce rara tra i virtuosi.

Glen Campbell raccontava che durante una session Tedesco si mise a suonare con lo spartito capovolto, non per necessità, ma per il gusto di osservare la faccia terrorizzata del produttore che non capiva cosa stesse succedendo.

La sua capacità di leggere la musica era un talento talmente raro da sembrare impossibile. Secondo Guitar Player, probabilmente la rivista di chitarra più autorevole mai esistita, Tedesco è stato il musicista con più registrazioni all'attivo nella storia della musica a livello mondiale.

Ha inciso con mezzo mondo, dai Beach Boys a Barbra Streisand, da Frank Zappa a Sam Cooke. Nel tempo libero, per modo di dire, si è portato a casa le sigle di Bonanza, Ai confini della realtà, Kojak e Starsky & Hutch, oltre alle colonne sonore de Il Padrino, Lo squalo e Mission: Impossible. E già che c'era, pure quelle di Green Acres, MASH, Hawaii Five-O e Born Free. Se avete guardato la tv americana tra gli anni Sessanta e Ottanta, avete ascoltato la chitarra di Tommy Tedesco.

Tedesco è morto nel 1997, a sessantasette anni, per un tumore ai polmoni. È a quel punto che suo figlio Denny decise di raccontare finalmente chi fossero lui e i suoi colleghi, gente che aveva inciso centinaia di successi lasciando ad altri gloria, riflettori e autografi. Cominciò a lavorare al documentario nel 1996 e lo concluse dodici anni dopo, nel 2008.

Poi arrivò la burocrazia. Il film venne presentato, applaudito, apprezzato... e ovviamente subito parcheggiato in uno stallo legale infinito. Per arrivare nelle sale bisognò aspettare il 2015 e una campagna di crowdfunding che raccolse oltre trecentomila dollari, serviti a pagare i diritti delle canzoni contenute nel documentario stesso e che loro avevano creato e suonato.

Contraddizione beffarda.

Nel 2025 il documentario è stato ufficialmente consacrato dal National Film Registry. Ironia affascinante: un film dedicato a talenti rimasti nell’oscurità era rimasto bloccato fuori dalle sale cinematografiche per anni. Dopo anni di attesa, protagonisti e narratore hanno condiviso la stessa rivincita.

Se il riconoscimento è arrivato con cinquant'anni di ritardo, tanto vale affrontare subito l'altro argomento: i soldi. Quelli, invece, sono arrivati puntuali.

Perché la “Wrecking Crew”, diciamolo, non era una confraternita di martiri che campava a pane e cipolla per amore dell'arte. Tutt'altro. A fine mese portavano a casa cifre che facevano impallidire molti degli artisti per cui suonavano. La paga era quella sindacale dell'American Federation of Musicians, certo, ma il trucco stava nel volume: tre, quattro, cinque session al giorno, sei giorni su sette. Più che musicisti, una catena di montaggio di successi.

Carol Kaye lo raccontava senza pudore: "guadagnavamo più soldi del Presidente degli Stati Uniti". Non una spacconata da bar: matematica applicata agli straordinari.

Anche Hal Blaine non navigava esattamente in acque proletarie. Viveva da star di Hollywood pur essendo un perfetto sconosciuto: case, macchine, lusso, viaggi, il pacchetto completo. Poi arrivarono i divorzi, uno dei pochi fenomeni naturali capaci di prosciugare un conto corrente più in fretta del fisco, e buona parte di quella fortuna accumulata a colpi di batteria prese altre strade.

Insomma, il vero dramma della “Wrecking Crew” non fu la mancata paga. Furono pagati benissimo. Il problema era che, mentre i soldi arrivavano puntuali, la gloria prendeva sistematicamente l'uscita successiva.

Ed è dentro quest'ombra che si nasconde il caso più clamoroso di tutti: quello di un disco considerato senza mezzi termini uno dei monumenti assoluti del pop: Pet Sounds “firmato” Beach Boys (e no, non è un caso che l'abbia citato all'inizio).

Brian Wilson, visionario conclamato e perfezionista fino alla nevrosi, passava le giornate chiuso in studio mentre il resto dei Beach Boys era in tournée a suonare i propri successi. Eppure quel disco non l'ha inciso con i Beach Boys.

L'ha inciso con la “Wrecking Crew”.

Le voci, quelle sì, erano dei fratelli Wilson e soci. Gli arrangiamenti mozzafiato, i bassi caldi e sinuosi, le orchestrazioni che sembrano galleggiare nell'aria uscivano dalle mani della “Wrecking Crew”.

Ricapitolando: mentre il mondo immaginava cinque ragazzi della California intenti a cambiare il corso della musica, dietro il sipario lavoravano artigiani del suono che il pubblico non avrebbe mai conosciuto.

Sia chiaro: questo non toglie nulla a Brian Wilson. Anzi. Il genio, spesso, sta proprio nel capire di chi hai bisogno per realizzare quello che hai in testa. Wilson capì che per arrivare dove voleva servivano i migliori musicisti disponibili, non necessariamente i suoi compagni di band.

Ma c'è un altro indizio che aiuta a capire chi fossero davvero questi musicisti. Quando Brian Wilson decise di smettere temporaneamente i panni del Beach Boy in tournée per chiudersi in studio a costruire Pet Sounds qualcuno doveva pur salire sul palco al posto suo. La soluzione arrivò, quasi inevitabilmente, dal serbatoio della “Wrecking Crew”: Glen Campbell.

Campbell si unì temporaneamente ai Beach Boys occupandosi di basso, armonie vocali e, più in generale, di quel compito delicatissimo che consiste nel sostituire Brian Wilson senza essere Brian Wilson.

Ed è da qui che vale la pena seguire anche il cammino di Campbell perché anche lui era un talento straordinario: uno di quelli che per anni suonano nei dischi degli altri e poi, a un certo punto, si guardano allo specchio e pensano: sai che c'è? Quasi quasi divento famoso pure io.

Nel 1967 lascia la “Wrecking Crew”, abbandonando il comodo anonimato del turnista. L'anno dopo pubblica Wichita Lineman, e da quel momento diventa una star internazionale.

Da lì è un'escalation: dischi, classifiche, tournée, cinema, televisione. La CBS gli affida addirittura uno show tutto suo, privilegio riservato a chi, nell'America di fine anni Sessanta, non era semplicemente popolare, ma una super star a stelle e strisce.

Nel frattempo piazza oltre venti singoli nella Top 40 e diventa uno dei volti più riconoscibili della musica americana. Curioso, per uno che non sapeva nemmeno leggere la musica: imparava tutto a orecchio, e agli arrangiatori bastava fargli sentire la parte una volta sola perché la ricordasse per sempre.

Però non tutti scelsero il palcoscenico. C'è la storia piccola e perfetta di Al Casey, il chitarrista che incise il riff di "These Boots Are Made for Walkin'" di Nancy Sinatra, disco che nel 1968 fece incetta di Grammy, e che, invece di godersi la fama, sparì volentieri dai radar per finire a insegnare musica a Phoenix, lontanissimo dai riflettori di Hollywood. Ecco cosa erano questi musicisti: gente capace di cambiare il corso della musica pop e poi tornarsene a casa come se avesse solo timbrato un cartellino.

Nella loro orbita passarono anche futuri protagonisti come Jeff Porcaro (i Toto), Leon Russell, Dr. John e molti altri. Più che una banda di turnisti, la “Wrecking Crew” era una specie di Harvard della musica pop.

Ma il punto vero non è quanti musicisti abbia lanciato. È quanti dischi abbia condizionato durante gli anni Sessanta e primi anni Settanta.

Prendete i Monkees: il gruppo costruito a tavolino per fare da risposta americana ai Beatles. Nei primi album suonavano poco o nulla, cantavano quando andava bene, e dietro gli strumenti c'erano quasi sempre i soliti professionisti di Los Angeles, al punto che la casa discografica arrivò a tenerli fuori dallo studio quasi per intero, salvo poi lasciarli in copertina, sorridenti, come se il disco l'avessero inciso loro.

Discorso identico per i Byrds. Quando ascoltate Mr. Tambourine Man, il brano che ha praticamente inaugurato il folk rock, conviene ricordare che in studio Roger McGuinn era quasi l'unico Byrd presente. La celebre Rickenbacker a dodici corde era davvero sua; il resto apparteneva alla solita squadra di specialisti, mentre gli altri membri del gruppo imparavano le proprie parti solo dopo, per poterle riprodurre dal vivo.

E non finisce qui: Simon & Garfunkel, Sonny & Cher, The Mamas & the Papas, The 5th Dimension, The Righteous Brothers, Herb Alpert, Santana… alla fine si fa prima a elencare i dischi su cui non hanno suonato che a compilare la lista di quelli a cui hanno partecipato.

Perfino i cori, a volte, arrivavano da specialisti come i “Ron Hicklin Singers”, un altro gruppo di turnisti pronti a prestare armonie vocali a chiunque ne avesse bisogno.

Ed è questo che rende la “Wrecking Crew” così interessante ancora oggi. Non era una band. Era l'infrastruttura su cui poggiava una fetta enorme della musica americana.

Bastano tre o quattro canzoni per capirlo fino in fondo. Quel basso ipnotico che apre These Boots Are Made for Walkin'? Carol Kaye. Il battito irresistibile di Good Vibrations, con quel theremin che ancora oggi manda in visibilio chiunque lo ascolti? Hal Blaine e compagnia. Il colpo di rullante che apre Be My Baby delle Ronettes, probabilmente il suono più campionato della storia del pop? Ancora Hal Blaine. E la lista continua: River Deep, Mountain High, The Beat Goes On, California Dreamin', Strangers in the Night, la sigla originale di Mission: Impossible. Cambiano gli artisti, cambiano le copertine, ma dietro le quinte tornano sempre gli stessi venti o trenta nomi.

Phil Spector, probabilmente il produttore discografico più influente della storia, non faceva nemmeno finta di nasconderlo. Il suo celebre “Wall of Sound”, quelle cattedrali sonore costruite sovrapponendo strumenti, musicisti e arrangiamenti fino a ottenere un impasto gigantesco e inconfondibile, nasceva disco dopo disco dalle mani della “Wrecking Crew”. Poco importava chi si sarebbe presentato davanti al microfono. Ronettes, Crystals o qualunque altro nome destinato a finire in classifica: il motore restava quasi sempre lo stesso. Cambiava il cantante, cambiava l'etichetta, cambiava la confezione. La fabbrica del Rock restava la stessa.

C'è poi una curiosità che smonta parecchi luoghi comuni sugli anni Sessanta: mentre fuori dagli studi esplodeva la controcultura, tra acidi, marijuana e droghe varie, dentro gli studi della “Wrecking Crew” il carburante era ben più casereccio: caffè e sigarette a ciclo continuo. Difficile suonare tre session al giorno, sei giorni su sette, se devi garantire precisione assoluta a ogni sessione. L'eventuale “pozione magica”, quando c'era, restava dall'altra parte del vetro, nella control room. I musicisti veri dovevano arrivare puntuali e suonare in modo perfetto alla prima registrazione. Altro che rock'n'roll da leggenda: qui la vera ribellione era la disciplina.

Torniamo allora a Pet Sounds dei Beach Boys. E no, Brian Wilson non c'entra nulla con questo “processo”: semmai è uno dei pochi che meriterebbero l'assoluzione, perché fu tra i pochissimi a riconoscerne subito l'esistenza, il valore e il talento.

Il punto resta sempre lo stesso.

Mettete su Good Vibrations, chiudete gli occhi e il cervello farà quello che ha sempre fatto: vi mostrerà sempre quella band in braghe corte e camicia Hawaiana.

Non la “Wrecking Crew”.

Il marketing è una macchina straordinaria: riesce a sopravvivere perfino alla verità.

E forse è giusto così.

Dopotutto, le copertine servono a vendere i dischi.

Le star finiscono nei poster.

Qualcun altro, nel frattempo, si occupava nel rendere la musica immortale.

Chiudiamo provando a fare l’appello, chiamandoli per nome. Alcuni li abbiamo già conosciuti, altri forse non li avete mai sentiti nominare. Eppure è molto probabile che li abbiate ascoltati molto più spesso di quanto possiate immaginare.

Batteria e percussioni:

  • Hal Blaine – batteria, percussioni

  • Earl Palmer – batteria

  • Jim Gordon – batteria, percussioni

  • Jeff Porcaro - batteria, percussioni

Basso:

  • Carol Kaye – basso elettrico, chitarra

  • Joe Osborn – basso

  • Ray Pohlman – basso

  • Chuck Berghofer – contrabbasso, basso elettrico

  • Lyle Ritz – contrabbasso, basso elettrico

Chitarre:

  • Tommy Tedesco – chitarra

  • Bill Pitman – chitarra, basso

  • Glen Campbell – chitarra

  • Billy Strange – chitarra

  • James Burton – chitarra

  • Howard Roberts – chitarra

  • Jerry Cole – chitarra

  • Louie Shelton – chitarra

  • Mike Deasy – chitarra

  • Al Casey – chitarra

  • Barney Kessel – chitarra jazz

Tastiere e pianoforte:

  • Don Randi – pianoforte, organo

  • Leon Russell – pianoforte, tastiere

  • Larry Knechtel – pianoforte, organo, basso

  • Al De Lory – pianoforte, tastiere

  • Mike Melvoin – pianoforte

  • Jack Nitzsche – pianoforte, arrangiamenti

Fiati:

  • Plas Johnson – sassofono

  • Steve Douglas – sassofono

  • Jay Migliori – sassofono

  • Jim Horn – sassofono, flauto

  • Jackie Kelso – sassofono, clarinetto

  • Chuck Findley – tromba

  • Roy Caton – tromba

  • Ollie Mitchell – tromba

  • Lew McCreary – trombone

Docufilm “The Wrecking Crew” in lingua originale inglese (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=6E3nr--6IrQ

Lista orientativa di 493 successi della “Wrecking Crew”: Scarica QUI

26 ore di musica firmata “The Wrecking Crew”(da Amazon Music): https://music.amazon.it/user-playlists/3a0a110a9dc149b8ba626ffc369a291eitit?ref=dm_sh_HyEyFKhqRaLBuXovEbMGZzlBb

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