Fra i diversi 45 giri che ho a casa ce ne sono alcuni che occupano un posto speciale nel mio cuore, per mille ragioni. Un po' perché sono le canzoni che cantava mia mamma mentre era indaffarata nel sistemare casa. Un po' perché amo follemente quella musica piena di melodie eleganti e di arrangiamenti che sembrano ricamati a mano, anziché assemblati in uno studio di registrazione. E perché certi dischi hanno il potere misterioso di trattenere un momento della vita.
Basta che la puntina tocchi il vinile e il passato torna a galla: una stanza del 2026 diventa un vivace caffè del 1962, fatto di luci soffuse, conversazioni sottovoce e promesse d'amore.
Questo è esattamente ciò che accade con Io che amo solo te di Sergio Endrigo.
La canzone esce nel 1962, pubblicata dalla RCA Italiana come lato A del 45 giri Io che amo solo te / Vecchia balera. Nello stesso anno entra anche nel primo LP di Endrigo per la RCA, intitolato semplicemente Sergio Endrigo.
Se la canzone è una delle più belle dichiarazioni d'amore della musica italiana, la copertina va nella direzione opposta: sembra la tavola illustrata di un manuale per appassionati di birdwatching. Raffigura due uccelli.
Sul retro c'è Vecchia balera, che sembra arrivare da un altro mondo musicale: quello delle piste da ballo consumate, delle orchestrine e dei locali dove Endrigo aveva imparato il mestiere.
Siamo nell'Italia del boom economico. Le automobili cominciano a riempire le strade, gli elettrodomestici entrano nelle case, i juke-box diventano i megafoni della musica popolare e il futuro ha un profumo di modernità. Ma proprio nei juke-box, in quegli anni, funzionano soprattutto canzoni molto più ritmate e immediate.
E qui arriva una delle prime curiosità che mi fanno amare ancora di più questa storia.
Io che amo solo te era, per gli standard commerciali del momento, quasi un azzardo.
Non parte con una batteria scatenata. Non cerca di conquistare l'ascoltatore nei primi cinque secondi. Non strizza l'occhio al ballo. Al contrario: si apre con una lunga introduzione orchestrale, lenta, elegante, sospesa. La ritmica entra soltanto più avanti. Oggi ci sembra normale; nel 1962, invece, era una scelta tutt'altro che scontata.
Insomma, aveva tutte le carte in regola per finire male.
In quel periodo andavano di moda quelle che in casa discografica chiamavano, con un'espressione curiosissima, le "sedakate", dal nome di Neil Sedaka: arrangiamenti che partivano subito con diverse battute di batteria e poi lanciavano la canzone. Io che amo solo te, invece, faceva esattamente il contrario.
Partiva in punta di piedi, con la fisarmonica e gli archi, senza alcuna fretta di arrivare.
Il direttore dell'ufficio vendite, il signor Pulvirenti, secondo il racconto di Endrigo non voleva nemmeno far uscire il disco perché temeva che una partenza così lenta non avrebbe funzionato. Per fortuna qualcun altro ebbe più coraggio.
A dire il vero all'inizio nemmeno Endrigo era convinto di avere scritto qualcosa di speciale. Anzi, la considerava una canzone troppo facile, quasi elementare.
Solo mesi dopo avrebbe capito che proprio in quella semplicità si nascondeva la sua forza: dire moltissimo con pochissime parole e poche note, senza trasformare una canzone d'amore in una predica o in una dichiarazione pomposa.
Come se la storia non fosse già abbastanza sorprendente, c'è un altro particolare che sembra uscito da una sceneggiatura.
Endrigo raccontò di essersi innamorato di una segretaria e di avere scritto per lei Io che amo solo te in circa venti minuti.
Venti minuti.
Non venti giorni. Non venti mesi. Venti minuti.
Musica e testo arrivarono praticamente insieme. Sergio l'aveva immaginata quasi come un madrigale, raccolto e intimo. Poi portò la canzone a Nanni Ricordi, che ne rimase entusiasta. Fu Luis Enríquez Bacalov, con l'arrangiamento orchestrale, a trasformare quella piccola dichiarazione in qualcosa di molto più ampio.
Bacalov appartiene a quella categoria di musicisti che il grande pubblico spesso non riconosce pur avendoli ascoltati per una vita intera: figure rimaste dietro le quinte che hanno costruito l'immaginario musicale di intere generazioni. Anni dopo vincerà perfino l'Oscar per Il postino, ma già nel 1962 dimostra un talento raro: trasformare una canzone priva di effetti speciali in un paesaggio emotivo.
Inventa un arrangiamento fatto di pochissimi elementi e proprio per questo straordinariamente raffinato.
Gli archi accompagnano la voce con discrezione senza mai soffocarla.
Il pianoforte compare solo quando serve con poche pennellate. La ritmica entra senza imporsi.
E quella lunga introduzione orchestrale crea una specie di spazio vuoto nel quale la voce può finalmente entrare.
È quasi musica da camera prestata alla canzone popolare.
Endrigo, del resto, non era il classico cantante melodico ma qualcosa di diverso: uno dei primi grandi cantautori italiani, anche se allora quella parola non aveva ancora alle spalle la storia che avrebbe avuto negli anni successivi.
Era nato a Pola nel 1933, e l'infanzia istriana sarebbe rimasta una componente profonda della sua sensibilità. Nel 1947, ancora ragazzo, lasciò la città con la madre a causa dell'esodo istriano e arrivò in Italia, prima a Brindisi e poi a Venezia.
Non è una vicenda che entra direttamente in questa canzone, ma aiuta a comprendere quella vena di nostalgia che attraversa spesso la sua musica.
Lui stesso, a proposito della propria ispirazione, parlava di una sorta di "malinconia austro-ungarica" che aveva qualcosa in comune con la saudade brasiliana: la sensazione della perdita dentro l'intensità di un'emozione.
Perché in Endrigo la nostalgia non arriva dopo i ricordi: sembra esistere già nel presente, come se la provasse mentre la racconta.
Anche quando canta l'amore.
E infatti il testo di Io che amo solo te è disarmante.
Nessuna retorica, nessun grande gesto: c'è soltanto la serenità di chi ha scelto di amare.
Finché arriva quel passaggio sulla gioventù.
Il protagonista offre un dono rarissimo: ciò che resta della sua giovinezza.
In quella parola Endrigo concentra tutto ciò che ancora non è stato scelto. Eppure, a un certo punto, arriva qualcuno a cui decidiamo di donarne una parte.
A mio parere è uno dei concetti più belli della musica italiana.
Perché quella stagione della vita non possiamo metterla da parte per dopo.
La perdiamo mentre la stiamo vivendo. Possiamo regalare un gioiello, una casa, del denaro. Ma non il primo capitolo della nostra vita.
Il tempo è l'unica cosa che, una volta donata, non possiamo più riprenderci.
E allora quel verso diventa molto più di una frase romantica.
Ed è questo che rende la canzone così adulta, nonostante Endrigo, quando la incise, fosse ancora molto giovane.
Musicalmente, poi, il brano è una lezione di stile.
Bacalov costruisce un'atmosfera quasi cinematografica e ascoltando oggi il 45 giri si resta colpiti proprio dall'assenza di effetti.
Endrigo canta con pudore. Non interpreta un personaggio: sembra semplicemente raccontare qualcosa che conosce bene.
Canta quasi parlando, come se fosse seduto accanto a noi al bar, con un bicchiere di vino davanti, a raccontare una verità scoperta sulla propria pelle.
Anche per questo la sua voce sembra arrivare così vicino.
Il successo, comunque, non fu immediato, almeno non nel modo in cui oggi lo immaginiamo.
Il disco uscì nell'estate del 1962 e crebbe progressivamente, settimana dopo settimana. Le fonti riportano posizioni diverse a seconda della classifica considerata, ma su un punto non ci sono dubbi: Endrigo lo considerò il suo più grande successo e raccontò che il 45 giri arrivò a circa 650.000 copie vendute, anche grazie a una forte promozione.
Fra tutti gli aneddoti su questa canzone ce n'è uno che preferisco.
Endrigo raccontò di avere capito di aver fatto centro quando, a Bologna, sentì un panettiere fischiettare Io che amo solo te mentre andava a fare le consegne in bicicletta.
È una di quelle immagini che valgono più di qualsiasi classifica.
Perché è il momento esatto in cui una canzone smette di appartenere al suo autore e diventa patrimonio della gente.
Il brano viaggiò anche molto lontano dall'Italia.
Endrigo ebbe infatti un rapporto particolarmente importante con il Brasile e con l'America Latina. La sua sensibilità e il suo interesse per la cultura brasiliana trovarono laggiù terreno fertile e questa canzone contribuì a farlo conoscere oltreoceano.
È un aspetto interessante, perché spesso pensiamo a Endrigo come a un autore profondamente italiano, e certamente lo era.
Ma nella sua musica convivevano mondi diversi: la cultura italiana, la memoria istriana, quella malinconia asburgica e la fascinazione per il Sud America.
E poi, nello stesso arco di carriera Endrigo collabora con Vinicius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari e Pier Paolo Pasolini. Non male per uno che scriveva canzoni. Con Rodari arriverà anche Ci vuole un fiore, diventata nel mondo ancora più famosa delle immortali delle recenti Tagliatelle della nonna Pina.
Quello di Endrigo era un mondo nel quale la canzone sedeva allo stesso tavolo della poesia. Forse è anche per questo che Io che amo solo te riesce a essere così semplice senza diventare banale.
Dopo aver attraversato le radio, i juke-box e perfino un oceano, la canzone finì per incrociare anche la politica.
Nel 1974 venne utilizzata nella campagna per l'abrogazione della legge sul divorzio cioè dal fronte del "Sì" al referendum. È una curiosità storica piuttosto sorprendente: una canzone nata come dichiarazione di fedeltà assoluta a una persona finiva arruolata in una battaglia civile molto più ampia. Endrigo ricordò con una certa ironia che qualcuno aveva avuto il coraggio di usare la sua canzone contro il divorzio.
Segno di quanto il significato di un brano possa cambiare a seconda del contesto.
Ovviamente una canzone così non poteva fermarsi al suo autore. Negli anni è stata reinterpretata da decine di artisti italiani, attraversando generazioni diverse e dimostrando una cosa piuttosto rara: funziona indipendentemente da chi la canta. Sotto l'eleganza della melodia c'è qualcosa di universale che continua a parlare a chi ascolta.
Per un pezzo che Endrigo considerava poco più di una melodia semplice, non è andata affatto male.
Forse è questa la sua piccola lezione.
Le canzoni non sempre diventano immortali perché sono complicate.
A volte diventano immortali perché riescono a dire una verità elementare nel modo giusto.
Nel 2006, a Carrara, Io che amo solo te ricevette anche il Premio Lunezia per il valore musical-letterario del brano. E il sito ufficiale di Luis Bacalov ricorda che la canzone è stata inserita al decimo posto in una classifica di Rolling Stone dedicata alle grandi canzoni italiane.
È una bella rivincita per un disco che gli esperti dell'epoca avevano già condannato: troppo lento, troppo malinconico, troppo poco tutto. Insomma, invendibile.
Oggi è uno dei classici più longevi della musica italiana.
E allora capisco perché, quando ascolto quel vecchio 45 giri, non riesco a sentirci soltanto Sergio Endrigo.
Ci sento mia madre.
Ci sento la cucina, le faccende di casa e una radio accesa.
Ci sento un ragazzotto che si mette la camicia buona, che si passa una mano tra i capelli e sale sulla bicicletta. Non perché la bicicletta fosse una scelta poetica, ma perché per il motorino e per la macchina ci volevano gli sghei.
Così quel vecchio disco torna sul piatto.
La puntina scende.
Per un attimo si sente quel piccolo fruscio romantico del vinile, prima che cominci la musica.
E per qualche minuto non sono più qui.
Sono da qualche parte tra una cucina di tanti anni fa, una bicicletta che attraversa Bologna, uno studio della RCA, una segretaria di cui non sapremo mai il nome, Nanni Ricordi, Luis Bacalov e un giovane Sergio Endrigo.
E aveva ragione chi, contro il parere dell'ufficio vendite, ci credette. Perché più di sessant'anni dopo quella canzone continua a fare ciò che le grandi canzoni sanno fare: fermare il tempo per qualche istante e ricordarci chi siamo stati, chi siamo e chi abbiamo amato.
Io che amo solo te - Sergio Endrigo da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=qHp8tObcI_U

