Siamo tutti figli di Dio

Mia nonna non aveva letto Kant e nemmeno il catechismo. Però aveva una frase. Una sola, buona per tutte le stagioni, che tirava fuori ogni volta che qualcuno inciampava nella vita davanti ai suoi occhi. Si asciugava le mani sul grembiule, “u sunàle”, che si sfilava soltanto per coricarsi e per la messa della domenica. Poi faceva un sospiro lungo e diceva: “Sìmə tùttə figghjë d' Ddìə”. Tradotto: “Siamo tutti figli di Dio”.

Subito dopo, quasi sempre, apriva la credenza per offrire quello che c’era. Che fosse quella della cucina, della borsetta o del cuore, cambiava poco.

Da bambino quella frase la prendevo alla lettera, e qualcosa non mi tornava. Pensavo soprattutto all'omino a cui lei, più di una volta, aveva riempito il piatto. Parlava un italiano fatto di poche parole e di molti gesti scomposti, e io sospettavo che a casa sua si pregasse un altro Dio, con un altro nome e in un'altra lingua. Un giorno lo feci notare alla nonna, con la pignoleria insopportabile dei bambini che hanno appena scoperto la logica. Lei mi squadrò come si squadra chi crede di aver capito tutto. “Mbè, e cə n'import?”. Ovvero: “E che importa?” Poi tornò alle sue faccende.

Ci ho messo anni a capire che aveva ragione lei e che il saputello ero io. Nel suo Dio c'era posto per tutti. Non era il Dio di una parrocchia o di un dialetto. Era un padre solo, identico per chi si inginocchia in chiesa e per chi si prostra su un tappeto rivolto alla Mecca. Lo stesso per chi accende un bastoncino d'incenso davanti a un altare che lei non avrebbe saputo nominare. Ognuno lo chiama a modo suo, qualcuno non lo chiama affatto. Ma i figli, per lei, restavano figli. E se il padre è uno, siamo fratelli, e tra fratelli non si guarda il passaporto.

Del resto, glielo aveva insegnato la sua stessa lingua. In tutto il Sud la parola cristiano non ha mai avuto bisogno del certificato di battesimo. Quando il telegiornale mostrava guerre, carestie o gente ridotta alla fame, lei commentava sempre allo stesso modo: “Povrə cristiànə…”, cioè “povera gente”. Lo diceva di chiunque la sorte avesse preso a schiaffi, senza domandarsi in quale chiesa entrasse la domenica.

Lo registrano perfino i dizionari: nel parlato meridionale, cristiano significa semplicemente essere umano. Cristiano era chiunque avesse due mani, una fame e una pena. Cioè tutti.

Così mia nonna arrivava alla fratellanza universale. Niente convegni, niente documenti programmatici, niente hashtag. Un piatto in più a tavola e una frase detta a mezza voce, come si dicono le cose ovvie, perché, come mi diceva sempre, “Addò mang'n tréndə, sə mang'n pur trəndùnə”. Ovvero: “dove si mangia in trenta si mangia anche in trentuno”.

La cosa bella, e l'ho scoperta tardi, è che non era sola a pensare in modo così rivoluzionario. Quella frase di paese aveva cugini sparsi in ogni angolo del mondo e in ogni secolo.

Persone che parlano altre lingue, pregano in altri modi e mangiano cose che lei non avrebbe mai immaginato. Eppure si riconoscono al primo sguardo.

Il parente più stretto abita nella Bibbia, nel libro di Malachia, e sembra cucito sul suo grembiule: “Non abbiamo forse tutti un solo padre? Non ci ha creati un unico Dio?”. Il profeta lo diceva per rimproverare chi tradiva il proprio fratello. La nonna lo diceva per sfamare uno sconosciuto. Stesso concetto, uso più pratico. Sempre nella Bibbia ebraica, il Levitico chiede di amare lo straniero come sé stessi, perché anche voi foste stranieri in terra d'Egitto. Che è il modo più elegante mai trovato per dire: “ricordati da dove vieni”.

Poi c'è Terenzio, commediografo nato a Cartagine e arrivato a Roma da schiavo. È lui a scrivere il verso destinato a diventare il motto di ogni umanista: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. “Sono un uomo, e niente di ciò che è umano mi è estraneo”. Il dettaglio delizioso è che nella commedia lo pronuncia un vecchio impiccione, per giustificare il vizio di ficcare il naso negli affari del vicino. Ecco, mia nonna era esattamente così. Si occupava delle faccende di tutti, certo, ma con un interesse genuino, mai con malizia o calcolo.

Un paio di secoli dopo Seneca ne dà la versione filosofica: “siamo membra di un grande corpo. Se soffre una parte, soffre l'insieme”.

La stessa immagine, oltre mille anni più tardi, riaffiora in Persia. Il poeta Saadi di Shiraz scrive che i figli di Adamo sono membra di un unico organismo, nati dalla medesima essenza. Quando il destino ferisce un membro, gli altri non trovano pace. E chi resta indifferente al dolore altrui, aggiunge, non merita di chiamarsi uomo. Quei versi oggi sono tessuti in un tappeto appeso al Palazzo delle Nazioni Unite, a New York. Mia nonna all'ONU non c’è mai stata, ma la sostanza era quella.

L'Islam ha la sua versione nel Corano, là dove Dio dice di aver diviso gli uomini in popoli e tribù perché si conoscessero a vicenda. Non per combattersi, non per giudicarsi. Per conoscersi. E un detto attribuito al Profeta suona come un esame di coscienza tascabile: nessuno di voi crede davvero finché non desidera per il fratello ciò che desidera per sé.

In India, nella Maha Upanishad, c'è una formula sanscrita che somiglia a un abbraccio: “vasudhaiva kutumbakam”, il mondo intero è una sola famiglia. Il verso che la precede è ancora più tagliente. Dice che soltanto le menti piccole tengono il conto di cosa è mio e cosa è degli altri. Alla nonna sarebbe piaciuta moltissimo, perché lei di conti non ne faceva mai. Tranne quando mi mandava al negozio di alimentari all'angolo e poi mi faceva le pulci sul resto: “Uè guagliò, aqquà manc'n cind lèr!” Ovvero: “Ehi ragazzo, qui mancano cento lire!”

I Sikh, con il loro Guru Arjan, cantano che nessuno è nemico e nessuno è estraneo e che con tutti si può andare d'accordo. Il Buddha, nel Dhammapada, invita a mettersi nei panni dell'altro prima di fargli del male perché tutti temono il dolore e a tutti la vita è cara perché il dolore non ha passaporto.

In Cina, nei Dialoghi di Confucio, c'è una scena che potrebbe svolgersi tra i fornelli di casa nostra. Un discepolo si lamenta: “tutti hanno fratelli, io soltanto non ne ho”. Un compagno lo consola con una frase che attraversa i secoli: “entro i quattro mari, tutti gli uomini sono fratelli”. Uno è triste, l'altro gli ricorda che non è solo. Manca giusto il piatto di minestra.

Scendendo verso l'Africa australe si inciampa in una parola che il vescovo Desmond Tutu ha contribuito a far conoscere al resto del pianeta: “ubuntu”. I nerd la conoscono perché compare sullo schermo del loro PC quando Linux decide di collaborare, ma prima di essere un sistema operativo era una filosofia di vita. Un vecchio proverbio Zulu la riassume meglio di qualsiasi manuale di auto-aiuto da aeroporto: una persona diventa davvero persona attraverso le altre persone.  Non esisti da solo, esisti perché qualcuno ti guarda, ti chiama, ti tende una mano.

In Nuova Zelanda i Maori hanno trovato una risposta a una domanda che il resto del mondo continua ostinatamente a complicare: qual è la cosa più importante al mondo? La gente. La gente. La gente. No, non è un errore di battitura e non mi si è incastrato il tasto copia e incolla. Va ripetuta tre volte, come si fa con i bambini distratti. O con gli adulti, che ultimamente sembrano averne molto più bisogno.

E poi ci sono i Lakota, nelle praterie del Nordamerica, che chiudono le preghiere con due parole: “mitákuye oyás'iŋ”. “Siamo tutti parenti”. Loro però allargano il cerchio anche agli animali, agli alberi, ai fiumi, alla terra. Su questo punto mia nonna era più prudente. Il gatto del vicino, per dire, non lo considerava proprio un parente. Ma gli avanzi del pranzo glieli lasciava lo stesso. Sempre.

Perfino Papa Francesco, qualche anno fa, ha intitolato un'enciclica “Fratelli Tutti”, prendendo in prestito le parole di San Francesco. Quando l'ho saputo ho sorriso. Mi è sembrata la versione ufficiale, con timbri e note a piè di pagina, di una cosa che a casa mia si diceva da sempre senza bisogno di firmarla.

Per anni ho pensato che fossero soltanto belle parole. Di quelle che funzionano benissimo nei libri, nei sermoni e nelle citazioni condivise sui social insieme a una foto del tramonto.

Negli anni quella frase me la sono portata dietro come un santino nel portafoglio. Per lavoro e per piacere ho viaggiato e abitato in Medio Oriente e in Africa. E lì ho scoperto che funziona anche lontano dalla cucina di casa. A volte persino meglio.

In Palestina, per esempio, non mi sono mai sentito in pericolo. La paura vera, quella che ti scioglie le gambe, l'ho provata in un posto solo: al checkpoint israeliano. Un militare controllava il mio passaporto mentre una sua collega mi teneva il fucile puntato contro. Se quella soldatessa avesse starnutito per errore, o magari nemmeno per errore, mi avrebbe riempito di piombo. Lo ammetto senza vergogna: me la sono fatta addosso. In quel momento quelle parole di mia nonna mi sembrarono lontanissime.

Israele è una terra bellissima. Gerusalemme ha rapito il mio cuore e tra le vie della Città Vecchia ho capito che Israele e Palestina non possono vivere l'una senza l'altra ma come due voci diverse in una stessa melodia non devono confondersi per creare armonia, ma conservare ciascuna la propria identità.

Poi c'è il Libano. Durante un altro viaggio fui invitato a pranzo da una famiglia musulmana, e da quelle parti, quando qualcuno ti invita hai già perso ogni possibilità di rifiutare. A quella tavola nessuno mi chiese quale fosse la mia religione. Ai loro occhi ero, come avrebbe detto la nonna, “nu cristiànə”. Cioè una persona. Anzi, un italiano, figlio di quel Paese che negli anni Ottanta aveva aiutato il loro popolo e che loro non avevano dimenticato. In famiglia ricordavano ancora il nome del nostro caro Presidente Pertini. In Italia, oggi, sfido chiunque a ricordare chi fosse Yasser Arafat.

Seduto lì, tra portate che continuavano ad arrivare, mi sono accorto di sentirmi a casa pur trovandomi a migliaia di chilometri dall'Italia. Era la credenza della nonna, spalancata in un'altra lingua e sull'altra sponda del Mediterraneo. Perché siamo, o forse eravamo, parte della stessa famiglia umana.

Dico "forse" perché negli ultimi anni ci siamo impegnati parecchio per convincerci del contrario. Passiamo il tempo a dividerci in tribù sempre più piccole, ciascuna chiusa nella propria riserva, grande quanto lo spazio compreso tra la seconda e la quarta piastrella del pianerottolo. Da lì osserviamo il resto dell'umanità come se fosse una popolazione straniera.

In Egitto a Port Said abitavo a due passi dall'istituto Don Bosco. La sera talvolta mi fermavo a prendere il tè con il parroco, un sacerdote egiziano che parlava un italiano migliore di quello di tanti italiani, congiuntivi compresi. Tra un sorso e l'altro si discuteva di tutto e il mondo sembrava molto più piccolo e molto meno cattivo. Nel cortile dell'oratorio i bambini cristiani, questa volta nel senso religioso del termine, e quelli musulmani giocavano senza il minimo problema. Del resto non erano loro ad averne. I problemi stavano quasi tutti nei miei occhi e nelle idee che mi ero portato dietro da casa.

In Qatar mi capitò persino di essere “adottato” durante l'Eid al‑Adha, la festa che chiude il Ramadan. Alcuni colleghi si presentarono in ufficio con due fette di montone appena macellato. Era il loro modo di festeggiare con me e di farmi entrare nella loro gioia. Io, però, la carne non la mangio.

Accettai lo stesso il dono, abbracciando i colleghi e ringraziandoli di cuore, perché rifiutarlo avrebbe significato respingere la loro amicizia. Poco dopo regalai quella carne al giovane addetto alle pulizie dell'ufficio. Probabilmente le avrebbe apprezzate più di me, e forse ne aveva anche più bisogno.

Ad Abu Dhabi, invece, ho vissuto per diversi anni. E lì, sorpresa delle sorprese, appena potevo andavo alla St. Joseph's Cathedral. Una cattedrale cattolica in piena terra musulmana, cosa che a raccontarla al bar sotto casa ti guardano come se avessi assistito a un miracolo. Eppure nessuno mi ha mai fatto sentire fuori posto, e non servivano scorte militari. In compenso mi sono beccato una multa da 400 dirham per aver attraversato fuori dalle strisce, a due passi dal mio portone. Negli Emirati ho imparato che il pedone è sacro, purché attraversi dove gli è stato ordinato. Da noi, spesso, ce la prendiamo con chi fa i controlli più che con chi viola le regole.

Ricordo un altro episodio curioso. Era il novembre del 2016, il giorno dopo l'elezione di Donald Trump al suo primo mandato. Un venerdì, giorno festivo, pedalavo tranquillo con la mia attrezzatura fotografica sul portapacchi della bici quando un gruppo di ragazzi emiratini vestiti con il kandura, mi fermò. Mi avevano scambiato per un americano. Con un misto di incredulità e preoccupazione mi chiesero: “Com'è possibile che abbiate eletto uno come Trump?”. La mia risposta fu semplice: “I'm Italian, not American. And no, I don't think I would have voted for Trump. If those were the only two choices, I would have held my nose and voted for Hillary Clinton”. Ovvero: “Sono italiano, non americano. E no, non credo che avrei votato Trump: fra i due, mi sarei tappato il naso e avrei scelto Hillary Clinton”.

A distanza di anni mi chiedo se quei ragazzi non leggessero il mondo meglio di molti di noi. Forse avevano già intuito che qualcosa si stava incrinando nelle certezze occidentali. Che stava cominciando una fase più imprevedibile, più polarizzata, più difficile da decifrare.

Non è la prima volta che scambiamo la presunzione per progresso.

A volte noi occidentali, che poi c'è sempre qualcuno più occidentale di noi pronto a spiegarci come si fa a essere davvero occidentali, siamo convinti che siano gli altri ad avere l'anello al naso. Lo pensiamo perché parlano una lingua diversa, pregano in modo diverso o vivono in luoghi che, dalla comodità del nostro divano, immaginiamo lontani dalla modernità. Poi succede che siano proprio loro a vedere arrivare la tempesta prima di noi. E a quel punto scopri che l'anello al naso, ogni tanto, ce l'abbiamo noi. Solo che noi lo chiamiamo piercing, gli mettiamo un nome inglese e diventa pure una tendenza.

Viviamo in un'epoca che ama dividere. Noi e loro, dentro e fuori, i nostri e gli altri. I muri si costruiscono con le parole prima ancora che con i mattoni. In un clima come questo, la frase di mia nonna mi sembra quasi un manifesto politico. Il problema è che lei l'avrebbe detta con la stessa naturalezza con cui annunciava che la pasta era pronta e con la stessa impressionante precisione balistica con cui mi centrava con la ciabatta.

Rivendichiamo le nostre radici religiose con il rosario in mano e cinque minuti dopo interroghiamo l'intelligenza artificiale come un oracolo con la fibra ottica.

Mi viene in mente un vecchio sketch della Smorfia. Troisi e Arena pregano San Gennaro perché suggerisca loro i numeri del lotto. Poi arriva il parroco, li rimprovera per la scarsa devozione e subito dopo, rivolgendosi al Santo, gli raccomanda il 6 e il 21. Cambiano gli strumenti, ma non sempre le domande. Abbiamo sostituito i santi con gli algoritmi, le reliquie con i dati e i responsi con i prompt.

Eppure continuiamo a cercare qualcuno che ci rassicuri, possibilmente senza farci fare troppa fatica.

Intendiamoci, non sono diventato un santo e nemmeno un ingenuo. I coglioni, i maleducati e i delinquenti esistono dappertutto: in Italia come al Cairo, a Milano come a Beirut, a Tel Aviv come ad Abu Dhabi. E non dipende certo dal Dio che pregano, o che fingono di pregare. Ma quelli, avrebbe detto la nonna scuotendo la testa, “Chidd nùn sò cristiène”. Non nel senso della chiesa, nel senso dell'umanità. Perché a casa mia cristiano era un titolo che si guadagnava con il comportamento, non con il battesimo.

Ripensandoci adesso, credo che il segreto di quel “Sìmə tùttə figghjë d' Ddìə” stesse proprio nella sua modestia. Non pretendeva di cambiare il mondo. Chiedeva soltanto che, quando il mondo ti passava davanti con la faccia stanca, tu non girassi la testa. Era una teologia minima, da cortile. E forse proprio per questo funzionava meglio di tante altre.

A modo loro lo dicevano Terenzio e Saadi, Confucio e i saggi dell'India, i Lakota e gli Zulu, i profeti e i poeti. Lo diceva lei, con le mani ancora umide e il fuoco acceso. Ognuno con il proprio vocabolario, ognuno con il proprio Dio, o senza. E se qualcuno le avesse chiesto di quale Dio stesse parlando, avrebbe risposto come quella volta: “Mbè, e cə n'import?”.

Io ci provo ancora, ogni tanto. Non sempre ci riesco. Ma quando mi capita di guardare qualcuno come lo guardava lei, mi sembra quasi di rivederla: il grembiule addosso, il sospiro lungo e quella frase semplice, che conteneva più saggezza di tanti trattati.

“Sìmə tùttə figghjë d' Ddìə”.

PS: Nel mio blog, che racconta la musica e le emozioni che sa regalare, non potevo chiudere questo articolo senza una canzone. Scelgo il finale di Aggiungi un posto a tavola, canzone scritta da Armando Trovajoli per il leggendario musical di Garinei e Giovannini che ho sempre amato e che ho visto più volte a teatro. La colomba, la voce del "Dio" e quel messaggio di accoglienza universale sono il modo migliore per salutarvi.

Emozionatevi anche voi. 🙂

Finale di Aggiungi un posto a Tavola del 1978 con Jonny Dorelli, Paolo Panelli e Bice Valori (Da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=Rp6m4QqZw1g&list=PLBrphzcv5JFk_s9Erqzn83PW5KDr05Jcs&index=17

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