Qualche mese fa, durante una conversazione con Alessandro, devoto collezionista di San Vasco Rossi a livelli che sfiorano la venerazione religiosa, ci siamo posti una domanda apparentemente semplice. Che fine hanno fatto quelle band il cui destino è far da spalla alla star, pur essendo spesso mezzo spettacolo? Quelle che non danno il nome al tour, che non prestano solo gli strumenti ma un pezzo della propria identità?
I primi nomi arrivati sono stati ovvi, la Steve Rogers Band al fianco di Vasco e gli Stadio accanto a Lucio Dalla. All'estero, specie negli anni settanta e ottanta tra Stati Uniti e Inghilterra, si potrebbero scrivere enciclopedie intere. Ma in Italia, ci siamo chiesti, basterebbe la memoria a riempire anche solo una pagina?
Pensavo di dedicare a quella domanda pochi minuti. Quella risposta invece ha deciso di occupare abusivamente i miei pensieri per giorni.
Esiste infatti un momento preciso, in quasi tutte queste storie, in cui un gruppo di musicisti smette di essere semplicemente la spalla di qualcun altro e comincia a costruire una propria identità. Raramente è una scelta studiata a tavolino. Più spesso è una coincidenza, un'occasione imprevista, un concerto qualunque che prende una piega diversa, un provino organizzato senza troppe aspettative, oppure l'incontro giusto capitato nel momento giusto.
La musica italiana è piena di vicende di questo genere, storie di musicisti nati come comprimari che, quasi senza accorgersene, diventano protagonisti assoluti. E osservandole con attenzione si scopre un aspetto ancora più affascinante, il fatto che gli stessi nomi tornino continuamente, passando da una collaborazione all'altra, da una tournée a un nuovo progetto, come se esistesse una grande famiglia musicale le cui strade finiscono sempre per incrociarsi di nuovo. Un intreccio di talenti, amicizie, intuizioni e opportunità che, spesso lontano dai riflettori, ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più significative della musica italiana.
Partiamo da Milano, dal Santa Tecla, un locale che negli anni cinquanta era già leggenda prima ancora di sapere di esserlo, un covo di ragazzi che suonavano jazz e rock and roll senza sapere che stavano inventando qualcosa. Lì, sul finire del decennio, un manipolo di ragazzi suona per accompagnare Ghigo Agosti, poi il cantante Guidone, cambiando nome tre volte quasi fosse ancora alla ricerca della propria identità. Si chiamano gli Amici, poi The Ghenga's Friends, infine, a metà dei sessanta, trovano il nome giusto e diventano I Giganti. Non è un caso che il salto arrivi proprio quando smettono di suonare per gli altri.
Con Morirai senza di lei si affrancano dal ruolo di manovalanza sonora, e l'anno dopo arrivano terzi a Un disco per l'estate con Tema, un pezzo che ancora oggi sa di estate vera, non di nostalgia costruita a tavolino. Poi Sanremo, il terzo posto con Proposta, quella richiesta di mettere fiori nei cannoni che nel 1967 suonava quasi come una bestemmia gentile, cantata da quattro ragazzi che un tempo si limitavano a fare da tappeto sonoro a qualcun altro, con Enrico Maria Papes alla batteria e alla voce baritonale a fare da contrappunto scuro alle armonie vocali degli altri tre. E infine Terra in bocca, un concept album sulla mafia dell'acqua che nessuno, tra i gruppi beat dell'epoca, aveva il coraggio di tentare, tanto che oggi resta uno dei dischi più politicamente scomodi del suo tempo, e forse anche per questo il meno ricordato, quasi dimenticato accanto ai concept album più celebrati del progressive che sarebbe arrivato di lì a poco.
Negli stessi anni l'Italia scopre che ogni cantante, per esistere davvero in televisione, ha bisogno di un complesso fisso alle spalle, e alcuni di questi complessi cominciano a scalpitare. Adriano Celentano ha prima i Rock Boys con Giorgio Gaber alla chitarra e poi i Ribelli, che nel tempo si conquistano un pubblico proprio e diventeranno un vero e proprio serbatoio di musicisti per mezza Milano. Tony Dallara ha i Campioni, la stessa band in cui un adolescente romano di nome Lucio Battisti impara a suonare la chitarra, molto prima di diventare l'autore più imitato e meno capito della canzone italiana. Gianni Morandi ha il Coro degli Angeli. Sono nomi che oggi il grande pubblico ricorda meno di Celentano, Morandi o Battisti, ma nessuno di loro nasce per caso, e quasi tutti finiscono per intrecciarsi tra loro in modi che oggi sembrano quasi cospirazioni familiari.
Prendiamo per esempio Alberto Radius, che prima di diventare il chitarrista più importante di questa storia suona in un gruppo chiamato I Quelli, nato nel 1965 tra i banchi di scuola milanesi con Franz Di Cioccio alla batteria e Franco Mussida alla chitarra. I Quelli passano gli anni sessanta a fare cover di successi inglesi, ma la loro vera specialità diventa un'altra, quella di essere richiestissimi in sala di incisione come turnisti per Mina, per lo stesso Battisti, per Fabrizio De André, per i Nomadi e per i Camaleonti, un curriculum da far invidia a chiunque e che nessuno, all'epoca, avrebbe scommesso potesse portare così lontano.
Quando Mussida viene richiamato per il servizio militare in marina, tocca proprio a Radius sostituirlo per qualche mese, e al ritorno di Mussida viene congedato dal gruppo senza nemmeno un ringraziamento, come racconterà lui stesso molti anni dopo in una intervista, con un filo di amarezza ancora evidente. È il classico bivio che nella vita di un musicista può sembrare una sconfitta bruciante e che invece è solo l'anticamera di qualcos'altro, perché I Quelli, rimasti senza Radius, cambiano nome in Krel e infine, nel 1970, in Premiata Forneria Marconi (per gli amici P.F.M.), un nome preso in prestito da una pasticceria di Brescia vicino alla loro sala prove, quasi che il destino della musica italiana passasse sempre dai luoghi più improbabili.
Anche la P.F.M., prima di diventare la più importante band progressive mai uscita dall'Italia, fa per un tratto la gavetta come gruppo di supporto, aprendo i concerti italiani di Procol Harum, Yes e Deep Purple grazie a un impresario di nome Franco Mamone che crede in loro più di quanto credano loro stessi. È proprio in quei concerti da spalla che il pubblico rock comincia a conoscerli, prima ancora che esca un solo disco a loro nome. Nel 1971, con La carrozza di Hans e Impressioni di settembre, smettono definitivamente di aprire i concerti degli altri, e anni dopo sarà addirittura Fabrizio De André a volerli come sua backing band per un tour memorabile, in una specie di scambio dei ruoli che restituisce alla band il favore ricevuto anni prima.
Radius, intanto, si ritrova a Rimini, al dancing L'Altro Mondo di Miramare, insieme a Tony Cicco e Gabriele Lorenzi, due musicisti già passati per altre formazioni minori, uno addirittura nella band di un ex componente dei Giganti, segno che la scena musicale dell'epoca era molto più piccola di quanto sembri oggi. I tre provano ogni giorno per due mesi in una sala prove ricavata in un albergo chiamato Il Gufo, un nome che sembra uscito da una favola per bambini insonni, e nel 1969 danno vita alla Formula 3. L'incontro decisivo arriva quello stesso anno al Paip's di Milano, un locale ormai leggendario, quando conoscono Lucio Battisti e Mogol, che stanno cercando proprio una band elettrica per il loro nuovo progetto discografico.
L'incontro decisivo arriva quello stesso anno al Paip's di Milano, quando conoscono Battisti e Mogol, che stanno cercando una band elettrica per il loro nuovo progetto discografico. Proprio Battisti diventa presto il loro sponsor più autorevole.
Nel 1969 e nel 1970 la Formula 3 diventa l'unica band che lo accompagna in tournée, venti concerti in tutto, un numero che oggi fa quasi tenerezza se paragonato ai tour infiniti di certi colleghi contemporanei. Lui stesso produce il loro primo disco, Dies Irae, e scrive per loro Questo folle sentimento ed Eppur mi son scordato di te, due canzoni che restano sue anche quando le cantano altre voci, con quella chitarra di Radius che diventa il vero filo conduttore dell'album.
La Formula 3 non è mai stata l'ombra di Battisti, era semmai la sua controparte elettrica, quella che sul palco trasformava in rock quello che nei dischi restava melodia sofisticata. Arrivano terzi a Sanremo 1971 con La folle corsa, in abbinamento a Little Tony, e si spingono fino in Brasile, al Festival Internacional da Canção, dove vincono il gradimento popolare della giuria. Ma il meccanismo è lo stesso di sempre. Prima il servizio, la disciplina di suonare per un altro, poi il credito accumulato che si trasforma in identità propria, fino a quel momento in cui il nome sulla locandina diventa finalmente il proprio.
Nel 1974, con un gesto che oggi farebbe gridare allo scandalo, è lo stesso Mogol a decidere di sciogliere la Formula 3 (esigenze di marketing o visione musicale? Ancora oggi non riesco a darmi una risposta sensata) per farne rinascere i pezzi in una nuova creatura chiamata Il Volo, insieme a Mario Lavezzi, a Vince Tempera e a Gianni Dall'Aglio, che veniva proprio dai Ribelli di Celentano. È la prova che, in fondo, la musica leggera italiana di quegli anni era un unico organismo con moltissime teste, dove i musicisti passavano da un gruppo all'altro come soldati di ventura prestati a cause diverse ma sempre imparentate.
Radius, dal canto suo, non smetterà mai davvero di girare, arriverà persino a collaborare con Franco Battiato per un disco capolavoro come La voce del padrone, e nel 2021 tornerà persino a Sanremo, questa volta accanto ai giovanissimi Coma Cose, per accompagnarli in una cover di un vecchio classico di Battisti, a dimostrazione di quanto certe storie non finiscano mai davvero.
A proposito di personaggi poco conosciuti, anzi quasi invisibili nella grande narrazione della musica italiana, c'è un episodio che tutti quelli che amano davvero la musica ricordano con un sorriso, il duetto tra Mina e Battisti a Teatro 10, registrato il 18 aprile del 1972 e trasmesso in differita dalla Rai cinque giorni dopo, il 23 aprile, come se la televisione dell'epoca avesse avuto bisogno di riprendere fiato prima di mandarlo in onda. La cosa sorprendente, che quasi nessuno racconta, è che dietro Battisti e Mina quella sera non c'era l'ennesima orchestra televisiva raccogliticcia, ma un manipolo di musicisti che rappresentava il meglio della scena rock e pop italiana del momento. Dall'Aglio, Salvador e Lorenzi, tre nomi che a un ascoltatore distratto diranno poco o nulla, arrivavano rispettivamente da gruppi che questa storia ha già incrociato più volte, i Ribelli, la Formula 3 e Il Volo, quasi a riassumere in una sola serata buona parte della storia dei turnisti italiani. E c'è un dettaglio curioso, quasi un premio di consolazione per chi resta sempre dietro le quinte, il fatto che tra quei cinque musicisti il più influente nella storia della musica italiana dopo lo stesso Battisti sia forse proprio Massimo Luca, che oltre a suonare la chitarra ha contribuito, molti anni più tardi, al lancio di artisti come Biagio Antonacci e Gianluca Grignani.
Bisogna aspettare la metà dei settanta, e spostarsi a Bologna, per trovare un'altra, pazza storia, quella degli Stadio. Curreri, Pezzoli, Nanni e Portera accompagnano Lucio Dalla in tour, gente del suo giro, musicisti che vivono nell'orbita di un genio senza ancora saperlo, presenti già nel 1975 sull'album Anidride solforosa e poi su Com'è profondo il mare del 1977. Sul nome del gruppo circolano due leggende, entrambe bellissime e forse entrambe vere. Una vuole che Dalla lo abbia scelto ispirandosi al quotidiano sportivo bolognese che porta lo stesso nome, l'altra racconta che le prove del tour Banana Republic con Francesco De Gregori si tenessero sempre dentro un vero stadio, e che il nome sia nato semplicemente guardandosi intorno.
Durante un concerto a Castel Sant'Angelo suonano due loro pezzi, buttati lì come spazio libero nel programma della serata, e tra il pubblico c'è Carlo Verdone, che si precipita nel camerino di Dalla folgorato da quello che ha appena sentito e che di lì a poco diventerà quasi un quinto membro non ufficiale del gruppo, tanto la collaborazione tra loro proseguirà anche nel film Acqua e sapone del 1983. Quelle due canzoni, Chi te l'ha detto e Grande figlio di puttana, diventano la colonna sonora di Borotalco, e da lì parte tutto. Ci vorranno ancora anni prima che gli Stadio smettano ufficialmente di essere la band di Dalla, e Curreri lo farà con la delicatezza di chi non vuole tradire un affetto vero, ma solo allargare lo spazio della propria voce, mentre Dalla stesso, in quegli anni, non smetterà mai di scrivere per loro, di cantare nei loro dischi in coro e persino di prestare la propria voce come corista in un brano intitolato, non a caso, Vedovo Armando e signora.
Quarant'anni dopo, nel 2016, vinceranno Sanremo con Un giorno mi dirai, la stessa band, lo stesso spirito, un percorso lunghissimo che parte da un tour altrui e arriva a un palco tutto loro. Curreri dedicherà quella vittoria proprio a Dalla, morto quattro anni prima, come si dedica un traguardo a un padre severo di cui si porta ancora dentro la voce. Nel 2022 la band perderà anche Giovanni Pezzoli, il batterista che di quella storia era stato uno dei fondatori silenziosi, e gli altri lo saluteranno con parole semplici, quelle di chi ha suonato la stessa musica per una vita intera.
E infine Vasco, con la Steve Rogers Band, l'ultimo grande capitolo di questa storia che si ripete sempre uguale eppure non stanca mai. Il nome nasce nel 1980, subito dopo le registrazioni di Colpa d'Alfredo, per un'idea di Guido Elmi, chitarrista e futuro produttore storico di Vasco, che sceglie come pseudonimo proprio Steve Rogers. Non è mai stato chiarito del tutto se il riferimento fosse davvero all'alter ego di Capitan America, ma l'ambiguità, con il tempo, ha contribuito non poco a costruirne il mito, tanto che qualcuno ancora oggi giura che sia tutto voluto.
La prima formazione comprende Massimo Riva alla voce e alle chitarre, Maurizio Solieri, Mimmo Camporeale, Andrea Righi e Roberto Casini, e i testi dei primi singoli, a partire da Neve nera, portano quasi sempre la firma dello stesso Vasco, che in quegli anni si divertiva a immaginarli come la sua personalissima E Street Band, la stessa che negli Stati Uniti sosteneva Bruce Springsteen. C'è persino un piccolo dettaglio che pochi ricordano, ovvero che lo stesso Vasco, almeno fino alla metà degli anni ottanta, possedeva un cane lupo chiamato Buck Rogers, come se quel nome, per qualche ragione, gli fosse rimasto appiccicato addosso ben prima ancora della band. Anche loro nascono per sostenerlo, anche loro imparano a conoscerlo nel momento più fragile della sua carriera, quando ancora Bologna e i palazzetti erano un miraggio lontano e Vasco era solo un rocker scomodo di provincia. Nel 1987, dopo il tour di C'è chi dice no, la band decide di staccarsi definitivamente e tentare la strada da sola, vincendo persino un Telegatto come gruppo dell'anno grazie al singolo Bambolina, con lo stesso coraggio silenzioso di chi prima di loro aveva già fatto lo stesso passo.
Massimo Riva morirà nel 1999, a soli trentasei anni, e resterà per sempre legato a quella stagione, quando la Steve Rogers Band era ancora la costola elettrica di un cantante che stava per diventare il più discusso e amato della sua generazione. È una storia che si chiude con un lutto, come spesso capita a chi vive di musica vissuta fino in fondo, ma che nel frattempo aveva già dato al gruppo il tempo di dimostrare, con dischi come I duri non ballano, di potercela fare anche senza il nome grosso in copertina.
Se volessimo allargare ancora lo sguardo, dovremmo aprire il capitolo dei coristi, un altro gigantesco serbatoio di talenti. Paola e Chiara hanno iniziato accanto agli 883, Alexia ha prestato la voce ai progetti di Roberto Zanetti prima dell'esplosione eurodance, mentre Giorgia ha affinato il mestiere nel coro di Zucchero e Mike Francis. Anche qui la storia si ripete: prima imparare nell'ombra, poi trovare una voce capace di stare al centro del palco.
Quello che colpisce, ripensando a tutte queste storie insieme, è quanto sia fragile e quanto sia necessario quel passaggio dall'ombra alla luce. Nessuno di questi gruppi ha rubato niente a chi accompagnava, hanno solo smesso, a un certo punto, di accontentarsi di essere sfondo, e lo hanno fatto quasi sempre con rispetto, a volte persino con gratitudine dichiarata. Colpisce anche notare quante volte gli stessi nomi tornino, da un gruppo all'altro, come se la musica leggera italiana degli anni sessanta e settanta fosse in realtà una piccola comunità che si scambiava chitarristi e batteristi con la stessa naturalezza con cui ci si scambia un favore tra vicini di casa.
È una lezione che vale ancora oggi, in un'epoca che confonde la visibilità immediata con il talento, che pretende risultati prima ancora della gavetta, che dimentica troppo in fretta quanto tempo ci voglia per costruire un'identità che non sia in prestito. Ed è forse per questo che raccontarla, ancora una volta, non stanca mai: perché dietro ogni grande solista italiano, quasi sempre, c'è un gruppo di ragazzi che ha imparato a suonare per un altro prima di trovare il coraggio di suonare per se stesso.

