La canzone che seppellì Dio e i Beatles

Ogni tanto mi metto davanti ai miei dischi per rimetterli in ordine.

“Celo”

“Celo”

“Celo”

Non perché siano in disordine, ma perché ho bisogno di riguardarli. Di viaggiare dentro quelle copertine cosi magiche ed iconiche. Leggere i crediti. È una forma di archeologia sentimentale. E ogni volta succede che qualche disco mi mette in imbarazzo perché non so mai dove metterlo.

Poi fra molti “Celo” arriva un “Manca... aspetta un attimo. E questo dove accidenti l'ho messo?”

Plastic Ono Band è uno di questi.

Di istinto mi verrebbe da infilarlo accanto ai Beatles. Dopotutto c'è John Lennon in copertina e dentro ogni Beatles. Poi però lo prendo in mano e mi fermo. Perché mi rendo conto che quel disco con i Beatles c'entra quanto una seduta di psicanalisi in una festa di compleanno.

I Beatles erano stati il sogno.

Plastic Ono Band è il risveglio.

E il risveglio, si sa, fa sempre un po' male. Specialmente se arriva l'undici dicembre 1970, quando nei negozi di Londra e New York spunta questo disco che nessuno aveva davvero chiesto.

Esce lo stesso giorno dell'omonimo album di Yoko Ono, tanto per gradire, e verso la fine del secondo lato nasconde quattro minuti e nove secondi che il critico Nicholas Schaffner battezzerà la Big Statement dell'intero album.

Si intitola “God”, tradotto “Dio”.

Punto. Nessun sottotitolo, nessuna captatio benevolentiae. Non esiste titolo più indigesto che un ex Beatle potesse scegliere proprio a Natale, e Lennon lo sapeva perfettamente. Anzi, ci contava.

Per capire cosa sia davvero questo pezzo bisogna riavvolgere il nastro fino alla primavera prima. Il 10 aprile 1970 Paul McCartney annuncia la fine dei Beatles con un comunicato stampa infilato dentro il suo primo disco solista: una mossa che oggi chiameremmo marketing aggressivo, mentre milioni di persone nel mondo si rifiutano ancora di credere che i Beatles siano davvero finiti.

Lennon incassa anche perché in realtà quella stessa decisione di rompere con il gruppo l'aveva già comunicata ai suoi tre soci mesi prima, in una riunione tenuta segreta su pressione di Allen Klein. Il 1970 è un anno di macerie, ovunque si guardi. Da un punto di vista musicale a settembre muore Jimi Hendrix. A ottobre tocca a Janis Joplin. Il sogno psichedelico si consuma a una velocità sconcertante, e Lennon, che di quel sogno era stato uno dei volti più fotografati, si ritrova a fare i conti con macerie non solo collettive ma tremendamente private.

In quei mesi Lennon e Yoko si buttano nella terapia primaria inventata dallo psicologo americano Arthur Janov, prima a Londra e poi in California. Il metodo punta a far riemergere i traumi infantili sepolti attraverso un pianto liberatorio, il famoso “primal scream”, per sciogliere quello che Janov chiamava il dolore primario. Lennon ci si getta con la stessa foga totale con cui affrontava ogni cosa, che fosse una canzone o una guerra. Ne esce trasformato, spogliato, meno interessato a recitare la parte del Beatle e più deciso a raccontare senza rete la sua infanzia complicata, l'abbandono della madre Julia, il padre sparito, la solitudine che si nasconde perfettamente sotto la fama planetaria. Da questa seduta collettiva nasce l'intero disco, e nasce soprattutto la frase che apre “God”, quella in cui Dio diventa un concetto attraverso cui misuriamo il nostro dolore. Lennon raccontò che quella formula gli era rimasta incollata addosso proprio dopo le chiacchierate con Janov su fede e sofferenza.

Una prima bozza risale a luglio 1970, ancora dentro la terapia californiana. Le registrazioni vere partono il 26 settembre agli studi di Abbey Road, gli stessi corridoi percorsi per un decennio insieme agli altri tre. La versione definitiva viene incisa il 9 ottobre, giorno in cui Lennon compie trent'anni. Non è un caso da poco. Chiudere una resa dei conti e una dichiarazione d'indipendenza proprio il giorno del proprio compleanno ha il sapore di un rito scelto, non subito.

Sul fronte sonoro, “God” nasce da un'idea immediatamente cestinata. Lennon voleva un arrangiamento gospel, corale, quasi da funzione domenicale in una chiesa nera del sud degli Stati Uniti. Le prime session con quella impronta non lo convincono affatto, e allora decide di spogliare tutto fino all'osso, tornando alla sua massima preferita di quel periodo: semplice, rock e nient'altro. Il risultato è scarno, costruito su due pianoforti soltanto. Lennon suona un tack piano, uno strumento con i martelletti rivestiti di puntine metalliche che regala un timbro secco, quasi sfiatato, da vecchia pianola da saloon. Al gran pianoforte siede Billy Preston, il tastierista che i Beatles avevano già arruolato l'anno prima durante le session di “Let It Be”, e che qui porta finalmente quel calore gospel che Lennon aveva cercato altrove senza trovarlo. Il fedelissimo Ringo Starr si siede dietro la batteria, Klaus Voormann suona il basso, e la produzione è firmata da Lennon, Yoko e Phil Spector, che qui rinuncia quasi del tutto al suo celebre muro di suono per lasciare che il pezzo respiri nel vuoto. I tecnici del suono si soffermano a lungo sui piccoli riempimenti seminati lungo tutta la sequenza centrale. Dettagli minimi, che alzano la tensione senza mai rompere la linea del brano. Starr avrebbe detto più tardi che quelle sedute restano tra le più belle di tutta la sua carriera.

La struttura si articola in tre blocchi netti, ed è proprio questa architettura a trasformare una canzone in un piccolo trattato filosofico da quattro minuti. Il primo blocco è la definizione, quella frase secca su cosa sia Dio per lui in quel preciso momento della vita.

Il secondo blocco è la celebre lista, forse il passaggio più riconoscibile dell’intera canzone. Lennon procede per accumulo, citando uno dopo l’altro personaggi, idee e simboli che per anni avevano incarnato sogni, speranze e certezze collettive. È una dichiarazione di distacco personale, ma anche il ritratto di un mondo che vede sgretolarsi molti dei propri miti. La magia, l'I Ching, la Bibbia, i tarocchi, Hitler, Gesù, Kennedy, Buddha, il mantra, la Gita, lo yoga, i re, Elvis. E persino Bob Dylan, chiamato per l'unica volta con il suo vero cognome, Zimmerman, quasi a volerlo spogliare del mito che si era costruito addosso da solo. È un elenco spietato, che mescola religioni millenarie, ideologie criminali, miti pop e simboli della controcultura nello stesso calderone, senza gerarchie, come se in quel momento fossero tutte facce della stessa illusione. La sequenza culmina nella frase più clamorosa dell'intera sua discografia, quella in cui dichiara di non credere più nemmeno nei Beatles. Lennon raccontò che quella lista era nata quasi da sola, in un flusso spontaneo, e definì il gruppo che lo aveva reso immortale semplicemente un altro mito da abbattere insieme a tutti gli altri.

Il terzo blocco è il più intimo, il momento in cui la canzone smette di elencare e comincia a confessare. Lennon guarda indietro agli anni Sessanta come a un sogno collettivo di cui era stato uno degli architetti. E rivendica di non essere più il tessitore di sogni, né il “Walrus” del celebre verso di “I’m the Walrus”, ma soltanto John. C'è pure un rimando neanche troppo velato a “Yesterday” di McCartney, quasi una risposta a distanza tra due ex soci che in quei mesi si stavano sfidando a colpi di carta bollate. McCartney avrebbe intentato causa proprio a fine dicembre 1970, per sciogliere formalmente la società Beatles. La chiusura, quella in cui Lennon dichiara che il sogno è finito, non riguarda solo la fine del gruppo. Lennon la spiegò più tardi come un commiato più largo, rivolto agli ideali stessi della controcultura, di cui i Beatles erano stati colonna sonora e insieme simbolo più riconoscibile al mondo.

E qui, se mi permettete una divagazione, casca l'asino. Perché un uomo che rifiuta ogni mito, elencandoli tutti con la pazienza di un contabile, finisce inevitabilmente per costruirsene uno nuovo, forse il più ingombrante di tutti quelli nati dalla musica popolare del Novecento. “God” anticipa di parecchi anni un tema che diventerà centrale nella cultura pop successiva, la sfiducia programmatica verso ogni forma di autorità, religiosa, politica, artistica. Punk, grunge, buona parte del cantautorato italiano più corrosivo, tutti hanno respirato quell'aria. Ma la contraddizione resta lì, scoperta e mai risolta, ed è proprio quella a rendere il pezzo così vivo ancora oggi.

Da un punto di vista critico “God” ha avuto un destino curioso. Al momento dell'uscita l'album incassò recensioni tiepide e discordanti, salvo poi essere rivalutato nel tempo come uno dei vertici assoluti della discografia solista di Lennon. Il critico americano Greil Marcus scrisse nel 1979 che il modo in cui Lennon canta l'ultima strofa potrebbe essere la miglior interpretazione vocale mai registrata nella storia del rock, giudizio audace ma tutt'altro che isolato. Lo stesso Marcus incluse “God”, unico brano solista di Lennon, nella sua celebre antologia critica Stranded, quella dei dischi da portare su un'isola deserta. Un riconoscimento che pochissimi pezzi ottengono.

Il bello di “God” è che continua a provocare risposte. Gli U2 gli hanno replicato con “God Part II”. Larry Norman con “God Part III”. Perfino Bowie, anni dopo, si divertì a ribaltare la frase più famosa del brano dichiarando di credere ancora nei Beatles con “Afraid”.

Vale la pena fermarsi un momento sulla scelta del gospel, poi abbandonata ma non del tutto cancellata dal risultato finale. Lennon veniva da un'infatuazione crescente per la musica nera americana, coltivata fin dai tempi di Liverpool sui dischi di Little Richard e Chuck Berry. E in quei mesi frequentava spesso Billy Preston, che di quella tradizione era figlio naturale, cresciuto tra le chiese battiste di Houston prima ancora di sedersi dietro un organo Hammond per i grandi nomi del soul. Vestire una dichiarazione così radicale di miscredenza con il suono più tipicamente religioso della musica popolare americana non è un dettaglio buttato lì per caso. È un cortocircuito voluto, la stessa contraddizione che percorre tutto il testo, dove la forma richiama la fede mentre le parole la smontano pezzo per pezzo. Anche se l'arrangiamento finale rinuncia a cori e ottoni, quella tensione resta leggibile nel tocco di Preston, negli accordi aperti, nel modo in cui il pianoforte accompagna la voce come farebbe un organo durante una funzione domenicale.

Anche il resto dell'album cammina nella stessa direzione. “Mother”, “Isolation”, “Well Well Well” condividono con “God” la stessa produzione scarna, la stessa urgenza confessionale, lo stesso rifiuto di ogni orpello che potesse ammorbidire il messaggio. Il critico Paul Evans arrivò a scrivere che pezzi come “Well Well Well” e “I Found Out” anticipavano una durezza sonora che sarebbe esplosa pienamente solo anni dopo, con il punk dei Sex Pistols. “God” resta comunque il punto più alto di quel percorso

C'è un ultimo dettaglio che vale la pena raccontare, perché racchiude tutto lo spirito del disco meglio di qualsiasi analisi. Subito dopo “God”, a chiudere l'intero album, arriva “My Mummy's Dead”, quarantanove secondi registrati da Lennon da solo con un registratore a cassette, dedicati alla madre morta quando lui era ancora adolescente. Dopo aver smontato pezzo per pezzo ogni mito collettivo in cui l'umanità aveva creduto, Lennon lascia che l'ultima parola del disco sia un lutto privato, quasi sussurrato. Forse è proprio questa la vera chiave di lettura di “God”. Non un manifesto ateo nel senso stretto del termine, ma il tentativo disperato e sincero di un uomo di trent'anni di ripartire da zero. Spogliato di ogni certezza ricevuta in eredità, per credere finalmente soltanto in quello che poteva toccare con mano: se stesso, e la donna che aveva scelto di amare.

Forse è per questo che non so mai dove mettere Plastic Ono Band.

Perché i Beatles sono come certi parenti ai pranzi di Natale: puoi lamentarti quanto vuoi ma alla fine occupano sempre i posti migliori della casa. ella libreria. Dello scaffale porta dischi.

Invece dopo aver ascoltato “God” capisci che Lennon può anche smettere di credere nei Beatles, ma la tua libreria probabilmente no.

God - John Lennon (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=aCNkPpq1giU

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