This is a space for free thoughts. I write what I think, what I see, and what I feel. Freestyle ideas that hit me while I’m in the subway, arguing with colleagues, showering, or sprinting through the countryside at 4:40 per kilometer (releasing more endorphins than a Colombian narcotics distillery).
I try to be polite even if my humor is politically incorrect. These are my ideas and opinion. You can read them. You might like them. You might hate them. You can approve them. Or not.
Frankly, I don’t give a damn (Gone with the Wind, citation mandatory).
P.S. For semantic reasons I write the Blog in Italian.
Suspicious Minds: Elvis, il karate e Las Vegas
Che Elvis sia il Re è un dato di fatto, come la gravità o le tasse. Non serve nemmeno perderci tempo a discuterne. Ma se dovessi portare una sola prova per sostenere questa tesi citerei Suspicious Minds. Una canzone così sfacciatamente perfetta che ogni ascolto mi manda letteralmente fuori di testa.
Ma attenzione.
Non mi riferisco alla versione in studio, quella elegante e trattenuta da 117 battiti al minuto. Parlo della versione “live in Las Vegas 1970”, quella che in tre minuti spiega da sola perché Elvis fosse chiamato "The King" e che corre a circa 145 battiti al minuto.
Fast Car: la fuga che non arriva mai a destinazione
Lo confesso: su “Fast Car” di Tracy Chapman ci giro intorno da un bel po'. Ho iniziato a lavorarci un numero imprecisato di volte. Poi l'ho cancellato e nella migliore delle ipotesi l'ho lasciato in una cartella salvo poi tornarci sopra e limarlo, e limarlo, e sfinirlo di editing, senza mai trovare il punto d'equilibrio tra l'emozione e l'informazione. Poi, un giorno, ho capito la cosa più semplice del mondo: di Fast Car” non si può scrivere stando comodi. Bisogna entrarci dentro ed uscirne un po' ammaccati.
Enola Gay: tre minuti e mezzo per raccontare la fine del mondo
Da ragazzino una canzone mi stregò all'istante. Non sapevo una parola del testo, ma poco importava: mi faceva muovere la testa, le mani, le gambe. Le dita andavano a ritmo sul tavolo. Mi agganciava e mi trascinava dove voleva lei. Io, disciplinatamente, la seguivo. Canticchiavo il ritornello inventando metà delle parole e storpiando l'altra metà, senza avere la minima idea di cosa stesse raccontando davvero. Sapevo soltanto che quel ritmo mi si infilava sottopelle e si rifiutava di andarsene.
Il diamante pazzo dei Pink Floyd, tra genio, follia e amicizia
C'è una canzone che dura ventisei minuti e che, in ventisei minuti, dice più cose sulla malinconia, sulla genialità sprecata e sull'amicizia che sopravvive alla rovina di un amico di quante ne dicano cento romanzi. Si chiama “Shine On You Crazy Diamond”. La firmano i Pink Floyd. E se dovessi scegliere un solo brano per spiegare a un alieno appena atterrato sulla terra che cos'è la nostalgia, quella feroce, quella che non smette mai di fare male, sceglierei questo senza pensarci due volte.
Art of Noise: quando il rumore diventò arte
Avevo circa quattordici anni quando iniziai a frequentare un negozio di dischi della mia città con pochi soldi in tasca e tante idee in testa. Onestamente mi sentivo un esploratore: ogni copertina era una mappa, ogni suono una scoperta. Erano anni in cui la musica online non esisteva, un CD costava 39 mila lire e gran parte del divertimento stava nello sfogliare le copertine e ascoltare quello che passavano in negozio. Ogni tanto mi facevo coraggio e chiedevo: “Scusi, me lo fa ascoltare per favore?”. Probabilmente perché mossi da compassione, il più delle volte mi accontentavano. Mi mettevo in testa quelle grosse cuffie e sparivo.
Lì dentro ascoltai per la prima volta quei suoni campionati ed in particolare un brano di quasi dieci minuti di atmosfera, senza una vera voce guida, costruiti su un mosaico di campionamenti che si rincorrevano, si sovrapponevano, si trasformavano continuamente. Non sembrava una canzone nel senso tradizionale del termine: era più simile a un paesaggio sonoro in costante movimento. Che accidenti stavo ascoltando?
“Here’s to You”: quando la musica diventa memoria viva
Certe volte una canzone sembra proprio non voler essere dimenticata: arriva in punta di piedi, si fa spazio dentro di noi e rimane molto più a lungo di quanto ci saremmo aspettati. Forse perché, consciamente o inconsciamente, intuiamo o immaginiamo in lei un significato molto più profondo rispetto a quello che le nostre orecchie hanno “semplicemente” ascoltato.
“Here’s to You”, firmata dal Maestro Ennio Morricone e dalla Regina del folk Joan Baez, appartiene a questa rara categoria.
Bruegel e Orwell al tavolo della verità: manuale semiserio del XX secolo
La pittura fiamminga del Cinquecento, diciamolo senza troppi giri di parole, è una di quelle cose che oggi riduciamo a due immagini da poster da appendere sopra il divano: il Ritratto dei coniugi Arnolfini (Jan van Eyck - 1434) e La ragazza col turbante (Johannes Vermeer - 1665) come se tutto il resto in mezzo non fosse mai esistito.
Stop. That’s it!
È un po’ come quando tutti si ricordano Light My Fire dei Doors (pezzo bellissimo per carità) e poi nessuno si fila The End o The W.A.S.P (Texas Radio and the Big Beat) che valgono due volte tanto. Ecco: con i fiamminghi succede la stessa cosa. Ci fermiamo al singolo da classifica e ignoriamo l’album intero.

