Art of Noise: quando il rumore diventò arte

Avevo circa quattordici anni quando iniziai a frequentare un negozio di dischi della mia città con pochi soldi in tasca e tante idee in testa. Onestamente mi sentivo un esploratore: ogni copertina era una mappa, ogni suono una scoperta. Erano anni in cui la musica online non esisteva, un CD costava 35 mila lire e gran parte del divertimento stava nello sfogliare le copertine e ascoltare quello che passavano in negozio. Ogni tanto mi facevo coraggio e chiedevo: “Scusi, me lo fa ascoltare per favore?”. Probabilmente perché mossi da compassione, il più delle volte mi accontentavano. Mi mettevo in testa quelle grosse cuffie e sparivo.

Lì dentro ascoltai per la prima volta quei suoni campionati e, in particolare, un brano di quasi dieci minuti, senza una vera voce guida, costruito su un mosaico di campionamenti che si rincorrevano, si sovrapponevano, si trasformavano continuamente. Non sembrava una canzone nel senso tradizionale del termine: era più simile a un paesaggio sonoro in costante movimento. Che accidenti stavo ascoltando?

La mia mente lo associò a una pubblicità che in quegli anni passava continuamente in televisione. Per me quel suono era quello: un frammento accattivante destinato a vivere pochi secondi tra un programma e l'altro. Scoprii invece che dietro c'era un universo molto più grande: un modo nuovo di concepire la musica, dove i suoni diventavano materia da smontare e ricomporre, dove la tecnologia non era un semplice strumento ma parte della creatività stessa.

Per spiegarlo bene facciamo quasi venti anni di passi indietro.

Londra, 1982.

Il punk è morto da un pezzo; ha fatto il suo lavoro sporco e ha lasciato macerie fertili. Da quelle macerie nasce qualcosa di diverso: la new wave, il post-punk, la new romantic. E soprattutto una relazione nuova tra musica e tecnologia. I sintetizzatori non sono più un vezzo da prog-rock miliardario: sono diventati strumenti accessibili, quasi popolari. Gli Human League hanno appena portato "Don't You Want Me" al numero uno. I Depeche Mode muovono i primi passi. MTV ha acceso le trasmissioni il primo agosto del 1981 con quella profezia sinistra che era "Video Killed the Radio Star" dei Buggles. E non è certo un caso che dietro ai Buggles ci fosse un certo Trevor Horn, uno che di lì a poco avrebbe di nuovo sparigliato le carte. Ma questa teniamola tra noi: ho sempre avuto un debole per chi non sa mai stare fermo.

Il vero terremoto, quello silenzioso, non era nei sintetizzatori. Era in una macchina australiana grande come un frigorifero, dal prezzo atomico: il Fairlight CMI ovvero Computer Musical Instrument. Inventato da due ragazzi di Sydney, Kim Ryrie e Peter Vogel, permetteva finalmente di campionare un suono reale come quello di una sgommata di auto, un vetro rotto, una voce e di suonarlo su una tastiera, nota per nota, come fosse un pianoforte. Vi rendete conto di cosa significhi? Non un sintetizzatore che imita un suono: la realtà stessa, catturata e rimessa in musica. Era la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. E come ogni cosa il cambiamento costava un occhio della testa: circa 35.000 sterline, quando con quella cifra ci compravi una casa. Gary Langan, uno dei protagonisti di questa storia, ricorderà con ironia che la sua casa ne costava 21.750 e il Fairlight, piazzato sul tavolo da pranzo, valeva di più.

Fa sorridere, ma in quella cucina prende forma uno dei progetti musicali più innovativi degli anni Ottanta: gli Art of Noise.

Anche Trevor Horn, già produttore affermato con gli “ABC” che stava per esplodere nuovamente con i “Frankie Goes to Hollywood”, aveva appena comprato il suo Fairlight. Dettaglio tutt'altro che trascurabile: Trevor e Gary si conoscevano da molti anni. Langan, infatti, era il suo fidato ingegnere del suono e aveva appena concluso le registrazioni di “A Night at the Opera” dei Queen, mica bruscolini.

Dall’altra parte di Londra un altro “nerd” del suono, già conosciuto nel mondo della musica sperimentale: J.J. Jeczalik. Sapeva far cantare quella macchina infernale meglio di chiunque; aveva imparato a sfruttarne persino i difetti, la scarsa qualità audio, per creare suoni distorti e irriconoscibili, roba che si sente già nei lavori con Kate Bush su "The Dreaming" (e dietro c’è la benedizione di David Gilmour dei Pink Floyd).

Lentamente, e quasi senza che nessuno se ne rendesse conto, il gruppo iniziò a prendere forma. Anne Dudley era la musicista in senso stretto: pianista e arrangiatrice di formazione classica, capace di dare una struttura melodica a quel caos creativo.

E poi c'era lui, Paul Morley, giornalista musicale del NME, tagliente con le parole quanto Horn lo era con i suoni. Tanto che Horn ammise divertito di aver pensato, dopo un'intervista al vetriolo: "Che tipo brillante. Con uno così ci devo fondare un'etichetta". E infatti la fondò: si chiamava ZTT Records, da “Zang Tumb Tumb”, nome preso in prestito dal poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti. È affascinante pensare a come noi italiani riusciamo sempre a infilare il naso in qualunque svolta artistica.

Fu Morley a intuire che quel lavoro aveva un antenato preciso: Luigi Russolo (1885 – 1947) e il suo manifesto futurista "L'arte dei rumori". Se Russolo avesse immaginato una musica fatta dei suoni della modernità industriale, l’Art of Noise sarebbe stata il grammofono tecnologico perfetto per realizzarla. E si realizzò.

Ora, la parte che amo di più perché le cose migliori nascono dal caso. Nel 1983 Langan e Jeczalik lavoravano alle sessioni di "90125" degli Yes, quello che conteneva "Owner of a Lonely Heart". Durante quelle sessioni avevano scartato un giro di batteria che non serviva a nessuno. Prendete nota di questo particolare perché è la chiave di tutta la faccenda: dalla spazzatura nasce il primo disco del gruppo. Jeczalik campionò quel giro di batteria scartato, lo rielaborò, ci mise sopra clacson d'auto, campane, percussioni suonate al contrario, frammenti di voce tagliati e ricuciti. Non un synth-pop qualsiasi con qualche effetto sopra: musica costruita con la stessa logica con cui un regista monta un film, tagliando fotogrammi e incollandoli in un ordine che prima non esisteva.

Questo è il vero salto tecnico dell’Art of Noise ed è per questo che li considero i padri della cultura del sampling che sarebbe esplosa nell’hip hop e nella dance music dei decenni successivi. Attenzione a non scambiarli per dei cloni dei Kraftwerk: se i tedeschi sono gli architetti della sintesi elettronica, capaci di costruire il suono partendo dalle macchine, gli Art of Noise fanno l’opposto e, per certi versi, qualcosa di ancora più audace: prendono suoni già esistenti, li smontano, li manipolano e li ricompongono in forme completamente nuove.

Prima di loro il campionatore era poco più di un sofisticato generatore di effetti; loro capirono che poteva diventare uno strumento compositivo vero e proprio. Niente chitarre, bassi o batteristi in carne e ossa: solo tecnici, programmatori e ingegneri del suono trasformati in compositori. Come avrebbe raccontato Trevor Horn nella sua autobiografia, JJ Jeczalik indicava al Fairlight cosa doveva fare e il resto del gruppo passava settimane a raffinare l'idea, fino a trasformare una manciata di rumori in una sequenza musicale perfettamente orchestrata.

Nel settembre del 1983 esce il primo EP, "Into Battle with the Art of Noise", pubblicato dalla ZTT con un altro colpo di genio comunicativo: il gruppo si presenta senza volto. Niente foto, niente interviste in prima persona, niente frontman da copertina patinata. Un non-gruppo che gioca deliberatamente a confondere le idee. In un'epoca in cui il video musicale trasformava ogni artista in un'icona visiva, l'Art of Noise faceva l'esatto contrario: si nascondeva. Era un gesto di protesta. Voleva dire: ascoltate, non guardate. Un'eresia, per l'epoca della VideoMusic.

L'anno dopo, nel 1984, esce “(Who's Afraid of) The Art of Noise!” . È il disco che ridefinisce le regole del gioco. Al suo interno ci sono alcuni brani chiave, ognuno dei quali mostra un volto diverso dello stesso esperimento sonoro.

"Close (to the Edit)" è il manifesto sonoro del gruppo: un singhiozzo vocale campionato, un "Hey!" tagliuzzato che diventa esso stesso percussione, ritmiche spezzate e riassemblate come schegge. Il video, diretto dal polacco Zbigniew Rybczyński, è altrettanto audace nel montaggio: si porta a casa i premi per il Miglior Video Sperimentale e il Miglior Montaggio agli MTV Video Music Awards del 1985, prova che l'immagine, per questo gruppo, contava quanto il suono.

Poi c'è "Beat Box", pezzo secco, meccanico, quasi industriale: nella club culture americana diventerà un pezzo di culto, un mattone fondativo dell'elettronica da ballo, campionato a sua volta per anni da produttori hip hop e house. E infine "Moments in Love", dieci minuti, nella versione estesa, di ambient sensuale che ancora oggi resta un'esperienza quasi mistica, altro che chiesa.

Pitchfork ha definito "Moments in Love" il loro “masterwork", un capolavoro assoluto. Il brano nasce già nel 1983 dentro l'EP "Into Battle", confluisce poi nell'album del 1984; viene infine pubblicato come singolo nel 1985 in una versione remixata che ne diventa la forma definitiva, quella che tutti conoscono.

Il vero punto, però, non è il brano in sé: è il modo in cui è costruito. Lì dentro c'è tutta la filosofia dell'Art of Noise. "Moments in Love" non procede come una canzone tradizionale: è una creatura sonora che si sviluppa lentamente, si allarga, accumula dettagli e finisce per sollevarsi da terra fino a fluttuare nella stratosfera. Gli archi sembrano respirare lentamente, senza fretta di arrivare da nessuna parte. Una voce femminile appena accennata, più un sospiro che un canto, attraversa il brano delicatamente.

Non è un caso che Paul Morley lo considerasse uno dei migliori brani mai scritti. Le parole, quando arrivano, sono quasi sussurrate, più suggerite che cantate. Ed è forse questo il segreto della sua forza: non racconta una storia, amplifica sensazioni.

Ascoltandolo oggi colpisce quanto fosse avanti. Molto prima che si parlasse di chill-out, ambient house o musica d'atmosfera, l'Art of Noise aveva già capito che una canzone poteva essere anche un luogo da abitare, non solo un ritornello da ricordare. Per questo, a oltre quarant'anni di distanza, continua ad avere qualcosa di magico. Non invecchia mai.

E se vi state chiedendo quanto fosse entrato nella cultura musicale dell'epoca basti pensare che nel 1985 Madonna lo scelse come colonna sonora per il suo matrimonio con Sean Penn.

Momento "Amarcord": per molti di noi quel brano non era affatto un esperimento musicale. Era, semplicemente, la pubblicità del China Martini. Bastavano poche note e compariva subito nella mente una barca che avanzava lenta sull'acqua avvolta nella luce morbida del tramonto. Nessuna fretta, nessun effetto speciale: solo eleganza, silenzi e dettagli curati.

Nel 1985 succede quello che succede sempre nelle grandi storie: la rottura. Troppo bello per durare.

Dudley, Jeczalik e Langan da una parte; Horn e Morley, con la ZTT, dall'altra. Un divorzio niente affatto elegante. Jeczalik, in un'intervista a Melody Maker nell'ottobre di quell'anno, arriverà a dire con sarcasmo tagliente che il contributo di Morley e Horn al disco appena pubblicato ammontava, a spanne, al “1,73%”, "ma potrebbe anche essere il 2%".

In mezzo a tutte queste polemiche Anne Dudley riconobbe senza troppe remore il contributo di Trevor Horn e Paul Morley nel plasmare l'identità degli Art of Noise. Allo stesso tempo, però, fece capire che ormai il gruppo aveva imparato il mestiere: dopo anni passati accanto a due autentici fuoriclasse, le competenze artistiche e tecniche non mancavano certo. Insomma, per dirla con una metafora, era arrivato il momento di togliere le rotelle alla bicicletta e dimostrare di saper pedalare da soli.

Morley, dal canto suo, non si lasciò sfuggire l'occasione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Quattro anni dopo la separazione, lanciò una frecciata decisamente velenosa, sostenendo che senza di lui e Trevor Horn gli Art of Noise si fossero trasformati in poco più di un gruppo di curiosità pop, capace di tornare al successo soltanto grazie a Tom Jones.

Ma perché tirare in ballo proprio Tom Jones? E soprattutto, perché aspettare ben quattro anni per farlo? Domanda legittima. Portate ancora un po' di pazienza: tra poco tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto.

Mentre le frecciate continuano a volare, Dudley, Jeczalik e Langan scrivono il secondo capitolo della storia del gruppo.

Nel 1985 firmano per la China Records e nel 1986 pubblicano "In Visible Silence", l'album che li porta definitivamente al grande pubblico. Dentro c'è "Paranoimia", con la partecipazione di Max Headroom, il primo personaggio televisivo generato al computer: una presenza surreale ma perfettamente coerente con l'idea degli Art of Noise, fatta di identità artificiali e tecnologia che diventa spettacolo.

E soprattutto c'è "Peter Gunn", rilettura del celebre tema di Henry Mancini con la chitarra inconfondibile di Duane Eddy. Un ponte tra rock strumentale ed elettronica che vale al gruppo il Grammy Award come Miglior Performance Strumentale Rock e consegna loro uno dei temi strumentali più celebri della cultura pop.

Nel 1988 arriva un altro colpo che pochi si aspettavano: la cover di "Kiss" di Prince, con la voce graffiante di Tom Jones (et voilà!), leggenda gallese che all'epoca sembrava un reperto d'antiquariato, roba da polveroso juke-box da british pub. L'arrangiamento smonta la canzone originale e la rimonta con fiati sintetici taglienti, un groove più duro e meccanico, quasi da club, che lascia però intatto il gancio melodico scritto da Prince. È un equilibrio delicatissimo tra rispetto e dissacrazione.

E funziona!

Quello che sembrava un cantante destinato alla nostalgia viene catapultato nel presente grazie a un arrangiamento che rispetta l'originale ma lo ricostruisce secondo la logica del gruppo. Ancora una volta gli Art of Noise dimostrano di non voler distruggere il passato: preferiscono smontarlo e rimontarlo, trasformandolo in qualcosa di nuovo.

Se dovessi indicare una sola cosa per spiegare quanto siano stati importanti gli Art of Noise, sceglierei questa dichiarazione. Paul Morley, in un'intervista, ha rivendicato con un orgoglio più che giustificato che sono tra gli artisti più campionati della storia della musica. E non parliamo di una posizione qualunque: terzi, dietro a mostri sacri come James Brown e Kraftwerk.

E non è un caso che lo stesso Morley citi Daft Punk e Gorillaz come eredi diretti di quell'idea originaria: identità mascherata dietro personaggi animati o caschi da robot. L'Art of Noise l'aveva già fatta, senza caschi dorati e senza CGI.

Nel 1989 gli Art of Noise pubblicano "Below the Waste", album più melodico e orchestrale rispetto ai lavori precedenti. Il campionamento resta presente ma smette di essere il protagonista assoluto, lasciando spazio a influenze world music, arrangiamenti raffinati e atmosfere più ampie. Brani come "Yebo!", "Island" e la rilettura di "Robinson Crusoe" mostrano un gruppo ormai interessato a esplorare nuovi territori senza rinunciare alla propria identità. Anche la spettacolare versione della "James Bond Theme" conferma una qualità che gli Art of Noise non perderanno mai: la capacità di reinventare i classici senza snaturarli.

Ma le storie di successo, si sa, raramente rispettano il copione del lieto fine.

Ci furono reunion mancate, attriti creativi e perfino un viaggio a Cuba in cerca di nuove idee. Poi, nel 1998, arrivò un ultimo colpo di scena: Anne Dudley, Trevor Horn e Paul Morley tornarono in pista con “Lol Creme” dei 10cc e diedero vita a “The Seduction of Claude Debussy”, un album tanto ambizioso quanto sottovalutato. Talmente fuori dagli schemi da diventare la colonna sonora dei fuochi d'artificio del Millennio sul Tamigi. Non un finale, ma l'ennesima deviazione imprevedibile di una storia che non ha mai saputo andare dritta.

E chiudo con un dettaglio visivo che racconta gli Art of Noise quasi quanto la loro musica: la copertina di The Best of The Art of Noise con quella Madonna dal velo azzurro sospesa tra iconografia sacra, pop art e provocazione. Un contrasto tra sacro e tecnologia, tra Rinascimento e campionatore.

Un'immagine straniante e bellissima: un volto scomposto in una griglia di frammenti, alcuni nitidi, altri sfocati, con un mare in tempesta che si mescola alla figura fino a diventare parte del disegno.

Il colpo di genio è tutto lì. Gli Art of Noise facevano con le immagini esattamente quello che facevano con i suoni: prendevano qualcosa di familiare, lo spezzavano, lo ricomponevano in una forma nuova. Come il Fairlight campionava e riassemblava la realtà sonora, quella copertina ritaglia e rimonta un'icona visiva. È lo stesso gesto, fatto con gli occhi invece che con le orecchie.

Allora, mi chiedo: perché scrivere ancora oggi dell’Art of Noise, a più di quarant’anni da quel giro di batteria scartato dagli Yes?

Perché, in fondo, non se ne sono mai andati. Sono dentro ogni campione tagliato al millimetro, in ogni frammento vocale che diventa ritmo, in ogni pezzo costruito più per montaggio che per esecuzione. Hanno cambiato l’idea stessa di cosa può essere musica: non più solo qualcosa da suonare, ma qualcosa da ricomporre.

E l’hanno fatto restando nell’ombra, senza volto, senza mitologia personale da vendere. Solo suono. Solo struttura. Solo intuizione.

Forse è anche per questo che, dopo tutti questi anni, continuo a parlarne.

Gli Art of Noise sono ancora lì: dentro ogni campione trasformato in musica, dentro ogni frammento che trova una nuova forma.

Nel frattempo il negozio di dischi dove li ascoltai per la prima volta non esiste più da anni. Si chiamava Tune Dischi e credo che, nella mia città, abbia alimentato la passione musicale di intere generazioni. Al suo posto oggi c'è un negozio di frutta e verdura. Ogni volta che ci passo davanti rallento il passo e, per un istante, mi aspetto ancora di vedere una vetrina piena di copertine, qualche poster e qualcuno dietro al bancone pronto a consigliarmi un disco che non sapevo di cercare.

Si chiama progresso, dicono. Ma a volte somiglia terribilmente a una raccolta di grandi (in)successi senza musica.

Art Of Noise (official WebSite): https://theartofnoiseonline.com/

Close (to the Edit) - 1984 - Video Ufficiale (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=-sFK0-lcjGU

Beat Box - 1985 - Video Ufficiale (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=RKFeB30_0co

Moments in Love - 1985 - Video Ufficiale (da Youtube): https://www.youtube.com/watch?v=cen22TBHo9M&list=RDcen22TBHo9M&start_radio=1

Paranomia - 1985 - Video Ufficiale (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=6epzmRZk6UU&list=RD6epzmRZk6UU&start_radio=1

Mia play list personale Art of Noise (da Amazon Music): https://music.amazon.it/user-playlists/4002f37081de4c8ca0b79fc792dafea9itit?marketplaceId=APJ6JRA9NG5V4&musicTerritory=IT&ref=dm_sh_n4SRfC2OVlyGAc4ND2u8WnNwp

Luigi Russolo (da Wikipedia): https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Russolo

Spot China Martini - 1988 - (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=ey5Gwxb8HFY&list=PLCBC5dCM-F0dc_7KQfv5ghauax3CJK0iJ&index=12

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