Il Rosso Volo in “Summertime”
La palude sotto di me non dorme mai nemmeno all’alba quando il cielo è ancora color arancio e si solleva lentamente dalla terra. Adoro questo momento e resto fermo qui sopra con gli occhi aperti.
Inclino la testa. Ascolto. Il silenzio qui non esiste anche se siamo lontani da quelle scatole puzzolenti degli umani. Il ronzio degli insetti, il gracidio delle rane, il tonfo sordo di un corpo che scivola nell’acqua, un ramo sottile che vibra sotto il peso del vento.
Ogni suono è un indizio, ogni indizio è un avvertimento, ogni avvertimento è un passo più vicino al buio e non è una questione di luce ma di sopravvivenza.
Dall’alto vedo tutto e molto bene anche se mi espongo a chi è più grande e veloce di me.
Il mondo sotto è un mosaico di ombre e riflessi. L’acqua scura si apre in pozze immobili: specchio rotto da un ribollio improvviso. Un cerchio si allarga, un sussurro, qualcosa si muove là sotto: è il gioco paziente di chi si garantisce ancora un altro giorno e di chi lo perde.
L’odore è un miscuglio di fango, foglie macerate e di segreti che fermentano lentamente.
Il verde delle piante è un verde marcio come se la luce filtrata fra gli arbusti arrivasse già vecchia.
La palude non è ostile.
È paziente.
Ti guarda immobile con la calma di chi sa che tutto ciò che vede gli appartiene e gli ritorna con gli interessi.
Un regno di trappole: denti affilati camuffati da tronchi, acqua che nasconde insidie, erbe alte che si muovono senza vento. Un tronchetto ha un fremito e si sposta lentissimo come chi non vuole farsi notare e mentre avanza le rane smettono di gracchiare, le cicale si azzittiscono e le libellule si alzano in volo: quel ramo… non è un ramo e quelle vibrazioni non sono un caso.
Mi sposto. Un salto breve, preciso, poi lascio che un soffio mi sollevi. Le correnti calde mi prendono ai lati del corpo come due veli che si aprono con naturale fierezza.
Peso meno dei pensieri. Mi lascio portare. Non è pigrizia. Per me è un gesto antico come respirare.
Una macchia mi attraversa sopra la testa. Non fa rumore ma solo un delicato fruscio. Cerco un riparo. L’ombra scivola via come se avesse deciso che oggi non sono abbastanza interessante. Sono troppo colorato per passare inosservato anche se mi nascondo tra il fogliame: è il prezzo della mia bellezza.
Scendo più in basso su un cipresso. Un insetto passa davanti a me, lento, grasso, inconsapevole. Lo seguo con gli occhi. Un lampo d’istinto mi attraversa. Lo lascio andare. Non è il momento.
Il sole ora ci guarda dall’alto. Il pantano si scalda. E allora, mentre tutto intorno a me diventa un forno umido e tremolante apro le ali e mi sollevo ancora.
È in quel momento che la luce mi colpisce. Un riflesso. Un bagliore. Un lampo di colore vivo che tradisce ciò che sono davvero.
Un punto rosso nell’azzurro. Un piccolo incendio che vola. Un cardinale rosso.
Mi poso sul tetto della piccola palafitta di legno appoggiata da un lato alla terraferma mentre sugli altri sembra galleggiare sullo stagno, sospesa tra l’acqua e l’orizzonte. Sotto il porticato un uomo riposa su un’amaca che dondola lentamente. Il suo respiro affannoso si fonde con l’aria arida.
Da qualche parte là sotto una radio lascia uscire una nota lunga che sembra sciogliersi nell’aria.
Summertime and the livin' is easy
Fish are jumpin' and the cotton is high
L’uomo dorme con il cappello calato sugli occhi, accanto a lui una bottiglia vuota riposa sul pavimento e il suo braccio penzola abbandonato come una gioventù dimenticata.
Il ventilatore appeso al soffitto gira piano, sposta aria calda più veloce delle mie ali.
Non capisco perché gli umani lo adorino così tanto ma li vedo sedersi davanti a quell’oggetto come se potesse salvarli.
La voce è un graffio che scivola nell’aria come una lama che non vuole ferire ma lascia comunque il segno.
Oh your daddy's rich and your ma’ is good lookin'
So hush little babby, don't you cry
Nel frattempo quelli li percepisco ancora prima di scorgerli.
Un ronzio sottile, insistente come un pensiero che ti sfiora l’orecchio e non se ne va.
Si muovono in piccole nuvole nervose attorno all’uomo addormentato, gli girano intorno con la precisione di un branco che conosce a memoria la strada verso quel corpo abbandonato a sé stesso.
Ogni tanto l’uomo agita le braccia, un gesto frettoloso quasi disperato nel tentativo di scacciarli. Ma loro no. Loro sembrano prendersi gioco di lui, tornano subito, più ostinate, più affamate.
Io guardo questa lotta tra l’uomo e le zanzare dall’alto quasi divertito.
Potrei intervenire ma non è il mio gioco. Conosco il limite e ignorarlo porta sempre lo stesso esito: guai che non sanno aspettare.
La tromba intanto vibra ancora più forte, ci scuote un attimo.
One of these mornings
You're going to rise up singing
Poi vedo lei.
Una vecchia signora esce dalla porta laterale con un fazzoletto in testa e un ventaglio in mano.
Ha lo sguardo consumato da chi ha combattuto battaglie peggiori e sicuramente non ha intenzione di perdere proprio questa.
“Via! Via, maledette!”
La sua voce roca taglia l’aria come un coltello smussato.
Si muove a piccoli passi, agita nervosamente il ventaglio andando fuori tempo colpendo la calura come se potesse farla a fette.
Le zanzare si disperdono ma solo per un attimo.
Tornano subito, ostinate come tutte le cose che qui non vogliono morire.
La donna sospira, si asciuga la fronte, poi guarda l’uomo sull’amaca.
“Sempre a dormire…” mormora ma senza rabbia, con amorevole rassegnazione.
Then you'll spread your wings
Quelle note si appiccicano alla pelle, si mescolano all’afa e la rendono ancora più pesante. Ogni sfumatura di questo ritmo sembra sciogliersi prima ancora di arrivare alla fine.
Poi qualcosa mi strappa via dal torpore: un guaito sottile, un filo di suono che cattura la mia attenzione.
Il vecchio cane trascina le zampe dentro l’acqua torbida, ci infila il muso, poi le zampe e resta lì immobile a farsi abbracciare da quel fresco che non è fresco davvero ma è abbastanza.
La sua coda si muove appena: frusta lo specchio dell’acqua con delicatezza a ritmo della tromba. Anche lui, come me, sa che in questo posto si vive un giorno alla volta.
And you'll take to the sky
Io resto sul tetto: un piccolo punto rosso contro il cielo che brucia. Guardo tutto: l’uomo che cerca di dormire, la vecchia che combatte le zanzare, il cane che si arrende allo stagno.
E poi lo vedo: un secchio di legno lasciato accanto al pozzo. Dentro un po’ di acqua appena tirata su da quel buco senza fondo. Per gli umani è niente. Per me è molto.
Scendo piano planando senza fatica. Mi poso sul bordo. Quel riflesso nel secchio trema come se volesse consumarsi nel nulla prima ancora che l’abbia toccato.
Abbasso il becco. Bevo.
Poi immergo le zampette. L’acqua è fresca, una freschezza fragile ma sufficiente a lavare via la polvere del volo che si infila tra le piume.
Quando ho bevuto abbastanza, quando le zampette sono pulite, quando il secchio ha fatto il suo miracolo, apro le ali: mi sento più leggero, più pulito e più degno di me.
La vecchia signora mi vede. Si ferma. Sospira. “Almeno tu non fai male a nessuno…” dice mentre scaccia un’altra nuvola di zanzare con il ventaglio. Lo dice a me ma non lo dice a me. Lo dice al mondo. A quel mondo a cui ha dato tanto e che in cambio le ha lasciato solo il caldo, la torbiera, e un uomo che dorme troppo.
Poi accenna un sorriso che dura un battito d’ali.
“Vieni qui, piccolo…”. Allunga la mano e mi lascia cadere briciole di pane con il rispetto e la ritualità di un gesto di pace tra due creature che stanno cercando di raggiungere lo stesso tramonto ognuno con le proprie ombre al seguito.
Mi avvicino alle briciole di pane e le raccolgo. Due piccoli intrusi si infilano in quella che dovrebbe essere una faccenda privata tra me e lei: ronzano attorno come usurpatori minuscoli convinti che tutto appartenga a loro. Piccoli. Fastidiosi. Arroganti.
Li scaccio con un colpo d’ala secco. “Quelle briciole non le cedo!”
Il torpore mi avvolge ma lo spazio sulla nostra testa è ancora mio.
There's a nothin' can harm you
Nel prato vicino due bambini scalzi giocano con una palla scolorita e consumata.
Il sudore gli scivola sulle tempie, le magliettine sudate sono incollate alla pelle, il terriccio sulle ginocchia sono le ginocchia piccole medaglie eroiche.
With daddy and mammy standin' by.
Io che vivo dall’alto osservo quel disordinato “marécage” o forse è lei che osserva me.
Dall’altra parte dello stagno un vecchio pescatore fissa la lenza della sua canna. Gli aironi, invece, seguono quel filo sottile che si perde sotto il pelo d’acqua con occhi pazienti di chi sa aspettare il momento giusto per strappargli il premio dell’attesa.
Non credo stia pescando. Credo invece che stia semplicemente lasciando che il tempo gli scivoli addosso come fanno i cattivi pensieri davanti ad una resa.
I suoi movimenti sono vuotati. La mano che regge la canna la sostiene appena. Ogni tanto la lenza vibra: un tremito minuscolo, un sussurro nell’acqua. Lui alza il capo, gli occhi stretti contro il sole e per un istante spera che sia un falso allarme perché se fosse vero, se davvero qualcosa avesse abboccato dovrebbe ricominciare da capo: tirare, lottare, sollevare. No, meglio di no. Solo gli Aironi continuano sperare.
Così resta immobile. Lascia che la lenza tremi da sola, che il destino decida per lui. Sembra più un uomo che aspetta che il giorno finisca che un pescatore in cerca di pesci.
Summertime and the livin' is easy
Fish are jumpin' and the cotton is high
Io, piccolo cardinale rosso riprendo il mio posto tra i raggi del sole.
Nel nostro circo tutto sotto di me continua a muoversi come uno spettacolo che non vuole finire.
Mi chiamo… be’, voi umani non capireste il mio vero nome. È un suono breve, un “tic-tic-tiuu” che vibra nel becco.
Questa mattina ho lasciato il mio nido tra i rami di un vecchio cipresso e ho aperto le ali sopra la Louisiana d’estate quando l’aria è così calda che sembra di volare dentro una pentola di gumbo.
Oh, your daddy's rich (Dad is rich)
And your ma’ is good lookin'
(Your ma good lookin', ah, don't you see it? Ooh)
So hush, little baby (new mornin'), baby, don't you cry
Laggiù, nel fango e negli arbusti, una tartaruga sonnecchia. La raggiungo, mi avvicino scrutando quel castello d’ossa e melma poi con un balzo mi appoggio sulla schiena. Con il mio becco busso, la sveglio.
Lei solleva appena la testa, gli occhi lucidi come due pozze d’olio scuro. Per un istante sembra immobile, eterna. Poi, senza alcun preavviso si muove: un’accelerazione improbabile un paradosso che smentisce la sua stessa natura. Uno slancio lento ma deciso come un pensiero che scatta in ritardo ma arriva comunque dove deve.
Io mi sollevo in volo stupito.
La palude torna al suo ritmo antico.
Lei, invece, nel suo mondo va veloce.
Nel nostro mondo il caldo continua a restarci addosso.
(Oh, don't you cry, oh, don't you cry)
Don't you cry (oh, don't you cry, oh, don't you cry)
Arriva la sera.
La radio si spegne e cambia l’atmosfera.
La luce del tramonto affoga tingendo tutto di rame scuro.
Quando il sole cala mi poso su una fronda in alto del mio cipresso.
Canto.
Non per farmi sentire ma per ricordare a me stesso che sono vivo, che la storia che qualcuno continua a scrivere non ha ancora raggiunto l’ultima riga e io, nonostante fossi un minuscolo punto rosso, sono la riga principale in questa “Summertime”.
E mentre canto quel pantano ascolta.
Anche gli alligatori secondo me.
Ci vediamo domani in un altro giorno d’estate.
Oggi ho vinto io.
Ella Fitzgerald & Louis Armstrong - Summertime (1957). Ascoltala su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=5JGIJjXpbOo

