Festa Cosmica per Cuori Teneri e Tentacoli Ballerini

Sbronzo-12 non è un posto per gente che ama le bussole, i calendari svizzeri o quegli orologi digitali biometrici che ti dicono con quale piede devi scendere dal letto la mattina.

Scusa? Cos’è quella faccia? Ah, le bussole.

Come le chiamate voi altri esseri spaziali del 2135? GPS? Gira-Poi-Sbagli?

Vabbè, lasciamo stare…lo so lo so, non serve ricordarmelo in continuazione. Io sono ciò che rimane di un umanoide in silicone proveniente dal pianeta Terra, lanciato nel futuro dentro un razzo senza oblò e spedito nell’universo poco prima che la Terra venisse distrutta dai suoi stessi abitanti. Francamente non ho mai capito perché ma soprattutto perché io!

Uno di quelli che conserva ancora, in un angolino polveroso della memoria da 512 gigabyte i ricordi di quando la domenica sera ci si stringeva attorno al televisore a tubo catodico per controllare la schedina. La…che? La schedina!

Ma si insomma…quel codice ternario fatto di 1, X e 2 che prometteva ville con piscina e aperitivi al tramonto ma che quasi sempre ti lasciava solo una sottile polvere nelle tasche.

Niente, vedo lo sguardo perso nella galassia. Cavolo, andiamo oltre prima che mi chiediate la differenza fra un fax, una e-mail e una app!

Su Sbronzo-12 la geografia è un’opinione opinionabile: ti svegli che il Nord si è spostato a Sud, fai colazione con un beverone decaffeinato e ti ritrovi nel bel mezzo di un mercoledì di tre anni fa mentre un tramonto anticipato color peperonata elettrica ti chiede gentilmente un digestivo.

Per trovarlo questo pianeta così stravagante bisogna seguire le indicazioni di un antico cantastorie terrestre che la sapeva lunga: prendete la seconda stella a destra poi puntate dritto fino al mattino. Quando sentite l'odore di zucchero filato e ozono miscelato con cloruro di potassio siete arrivati.

Lassù il cielo è un pasticcio di acquerelli usato da un pittore della galassia di Pennellòn-9: tre lune che giocano a nascondino dietro nuvole di panna, due tramonti che si accavallano come navi spaziali ferme in un ingorgo interstellare e un’alba pigra che spunta solo se ha voglia, solitamente dopo le undici. L’erba non è verde ma di un turchese elettrico che ti fa il solletico ai piedi e i fiori non sbocciano: esplodono in bolle di sapone profumate che se le tocchi rilasciano una risata contagiosa.

In quel caos astronomico, Tirion Frullone (quattro braccia per abbracci multipli, due cuori per soffrire il doppio in amore e una fluorescenza congenita che lo faceva somigliare all'insegna di un vecchio bar sul pianeta Mojitox) stava per compiere centododici cicli. Per un Frullone è l’età delle prime paranoie esistenziali, della patente per dischi volanti con la marmitta truccata e della convinzione che l’universo sia troppo stretto per le proprie antenne.

Tirion era irremovibile: voleva una festa stile terrestre. Per mamma e papà era una faccenda demodé mentre per nonna era follia da ricovero interstellare. Ma lui no: lui sognava quei ritmi primitivi, sordi e profondi, capaci di infilarsi dentro le ossa e farle vibrare perfino ai Gommosi di Menta, creature senza scheletro impastate in una gelatina pensante lucida e tremula.

La ricerca del DJ era stata un calvario. Aveva scartato DJ Elettrox: un tipo tutto spigoli e antennine che suonava “ultrasuoni per lavatrici”. Un genere molto in voga nella Galassia dei Casalinghi Disperati dove il ritmo lo dettano le centrifughe a 2000 giri per minuto saturniano e il pubblico applaude solo se il bianco è splendente. Il problema era che, appena partiva il beat, agli invitati veniva una voglia matta di fare il bucato a sessanta gradi infilando nel cestello amici, parenti e pure il gatto spaziale.

Poi era stata la volta di DJ GiuLamento: il re del theremin, capace di accarezzare lo strumento come se stesse consolando un fantasma timido. L'unico neo della sua arte universalmente riconosciuta in ogni dove era una spaventosa mancanza di freni inibitori: GiuLamento non smetteva mai di suonare e per farlo smettere bisogna procedere con un elettroshock nucleare.

Faceva set di due anni luce composti da un unico, interminabile “yyyyyyyyuuuuuuuuu”: un pianto sonoro così malinconico che persino le stalattiti della “Grotta del Mai-Una-Gioia” si mettevano a singhiozzare come acide zitelle a un matrimonio reale. C’era però un vantaggio: per la felicità dei biologi marini spaziali quel suono richiamava dalle galassie vicine le balene cosmiche che arrivavano dondolando come enormi dirigibili a caccia di plancton. Il rovescio della medaglia? Una volta arrivate si rivelavano…beh…ingombranti. Molto ingombranti.

Alla fine scelsero NebulonRock: fatto di polvere di stelle con una struttura molecolare composta da sette particelle originarie del pianeta Broadway-1: Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si.

Diceva di aver suonato a un matrimonio su Marte dove la torta era così incredibilmente buona che aveva tentato di mangiare i testimoni salvo poi lasciarli andare per eccesso di bontà d'animo disseminando comunque briciole di terrore. NebulonRock era talmente affezionato al pianeta Terra che ne collezionava persino cimeli antichi: un flacone in plastica di sgrassatore universale, una sneaker bianca con quel baffo blu che si arrampicava verso l’alto come se dovesse spronare qualcuno a correre e una lattina di bibita rossa, fiera della sua silhouette iconica, sopravvissuta a tre guerre atomiche e a un premio Nobel per la Pace assegnato per errore a un ex presidente un po’ antipatico con un ciuffo color carota radioattiva.

La festa fu organizzata nell’Antro delle Onde Cosmotiche: una roccia senziente che pulsava come un enorme polmone di basalto.

Gli invitati erano un crogiolo di esseri viventi come se l’universo avesse deciso di celebrare le proprie infinite bellezza. C’erano anche i Kloridi: azzurri come sogni bagnati lasciati ad asciugare che ogni tanto gocciolavano ricordi non richiesti. I Gronz: giganti timidi che chiedono scusa anche alle sedie quando ci si siedono sopra. Avevano una particolarità: camminavano sempre sulle punte con una grazia quasi imbarazzata, cosa notevole, va detto, per creature con piedi grandi come canoe.

E come non dimenticare i Gargalupi che ridevano sempre in anticipo: scoppiavano in fragorose risate prima della battuta per essere sicuri di non fare brutta figura.

La festa esplose subito come una supernova.

Il DJ diede una controllatina alla strumentazione, due giri alle manopole, una botta affettuosa alla console e poi decise che era giunta l’ora di far vibrare le stalattiti, stalagmiti e tutto ciò che custodivano nel loro interno come un panino imbottito di emozioni pronte a traboccare al primo sound.

Si liberarono nell’aria le prime note distorte di Interstellar Overdrive: un vortice di chitarre che sembravano un frullatore di neuroni lasciati accesi dentro una lavatrice metafisica. La grotta iniziò a rimbombare in direzioni che nessun manuale dell’universo aveva mai contemplato: gli hippy alieni si ritrovarono con i tentacoli annodati a fiocco e Poldo, piccolo Glog timido come un budino alla vaniglia imbarazzato, tentò di diventare trasparente senza riuscirci ottenendo solo un effetto gelatinoso che commosse due stalattiti.

Mentre la grotta continuava a esplodere tra mille suoni e luci cosmiche NebulonRock decise che era il momento di testare la resistenza degli invitati: con un colpo secco alla manopola viola, quella che pochi DJ osavano toccare, fece esplodere nell’aria Intergalactic. Una voce robotica con problemi alle tonsille rimbombò nella caverna da ballo e gli alieni iniziarono a muoversi a scatti come se qualcuno avesse programmato i loro tentacoli in modalità “danza meccanica avanzata”. I Gargalupi risero come sempre in anticipo ma questa volta la risata sembrò un effetto speciale perfettamente sincronizzato. Poldo tentò di imitare i movimenti robotici ma finì dentro un tostapane e si abbronzò.

E proprio mentre gli invitati cercavano ancora di capire se i loro tentacoli fossero diventati snodi idraulici o antenne Wi‑Fi alla ricerca di un segnale 12G NebulonRock decise di premere un altro pulsante proibito, quello con l’etichetta “NON TOCCARE – MA SERIAMENTE SERIAMENTE NON TOCCARE MAI”. Un battito metallico, preciso come un ingegnere tedesco riempì la grotta: The Robots. I Kloridi iniziarono a muoversi a scatti come se qualcuno avesse installato un aggiornamento software non compatibile con quel tipo di hardware. Poldo, nel frattempo, si mise del ghiaccio sulla testa per calmare i bollenti spiriti provocati dall’abbronzatura che lo aveva trasformato in una crema catalana.

NebulonRock sorrise, appoggiò la mano sulle manopole e il caos psichedelico si trasformò in un lampo blu: era l’ingresso morbido e scintillante di Starman che attraversò la sala come una cometa elegante decisa a insegnare come si balla. Alcuni alieni sollevarono le braccia verso il cielo come antenne in cerca di un segnale d’amore e fu in quel lampo siderale che Tirion scorse Tzuma: i suoi due cuori fecero un doppio salto carpiato nella cassa toracica. Lei era fluida come una domanda che nessuno osa formulare e ondeggiava nell’aria con la leggerezza di chi considera la gravità teoria filosofica.

La luce blu si dissolse in un fischio metallico e NebulonRock fece entrare Space Oddity con la delicatezza di un astronauta che apre un portellone nel vuoto cosmico. All’improvviso tutti iniziarono a fluttuare: non era un volo elegante ma sembravano palloncini impazziti gonfiati a elio, sospesi in un silenzio che odorava di nostalgia nettuniana. Poldo finì incastrato sul soffitto tra le stalattiti dove tentò di mimetizzarsi assumendo il colore del miele d’orato che non era previsto nella tavolozza dei Glog: fece comunque la sua bella figura discutendo di teologia Romulana con atomi di neon e cristalli di silicio.

Quando le ultime note di Space Oddity si dissolsero come un sospiro nel vuoto NebulonRock mixò dentro qualcosa di completamente diverso: un sussurro morbido, un mantra stellare di alcuni “scarafaggi” terrestri (nessuno sa cosa siano o chi fossero). Era Across the Universe che si diffuse nella grotta come una carezza di luce. Le pareti minerali si rilassarono, i Kloridi iniziarono a evaporare ricordi felici e perfino i Gronz smisero per un attimo di chiedere perdono. Tzuma ondeggiava come una frase poetica diventata virale e Tirion sentì i suoi due cuori aprirsi come due finestre sul cosmo.

Un pianoforte malinconico si insinuò tra le rocce e perfino i Gommosi di Menta smisero di tremolare: era Life on Mars? che riscuoteva sempre grande curiosità. “Ma vi rendete conto?” gracchiò un Gargalupo indicando un vecchio poster della Terra.  “Questi umani…poveri bipedi! Si chiedevano se ci fosse vita su Marte mentre noi eravamo qui a grigliare salsicce e far segnali luminosi travestiti da aurore boreali! Loro invece ci mandavano un carrellino della spesa con la macchina fotografica incorporata che faceva clic-clac come un turista della NASA in gita premio!” La sala esplose in una risata metallica. “Cercavano l’incredibile tra le nuvole e non vedevano le ovvietà che gli camminavano accanto!”

E proprio mentre le risate metalliche si trasformavano nuovamente in una danza sfrenata NebulonRock fece scivolare dentro un brano che sembrava aprire le finestre dell’universo: Mr. Blue Sky. All’improvviso la grotta si illuminò di un azzurro che nessun pianeta aveva mai osato indossare. Le tre lune, per non essere da meno, si misero a brillare come lampadine entusiaste. I Kloridi iniziarono a rilasciare ricordi felici a raffica, i Gronz si misero a saltellare sulle punte come ballerine timide e perfino i Gargalupi rimasero per un attimo in silenzio, stupiti da tanta allegria terrestre. Tirion guardò Tzuma e pensò che se mai fosse esistito un cielo blu su Sbronzo-12 doveva essere esattamente così.

Il pianoforte si trasformò in un bagliore rosso e NebulonRock fece atterrare Rocket Man come un’astronave nostalgica. La grotta sembrò un terminal partenze per astronauti con il cuore tenero. Tirion provò a dichiararsi ma le parole gli rimasero in gola come una tracheite Klingon. NebulonRock, universalmente riconosciuto come un DJ senza cuore, interruppe il momento magico inserendo nelle grosse casse della caverna Major Tom (Coming Home) e metà sala iniziò a salutare con la mano mentre l’altra ballava, creando un effetto “arrivi e partenze” che confuse perfino la grotta. Poldo si staccò dal soffitto, cadde sulla pancia morbida di un Gronz che si scusò per avergli attutito la caduta e poi si scusò anche con il pavimento per averlo disturbato.

Il ritmo cambiò ancora diventando più dritto, più lucido, più tutto: Space Cowboy trasformò gli invitati in un esercito di meduse disciplinate e la grotta sembrava apprezzare: le sue pareti pulsavano con i suoi 120 battiti per minuto terrestre. Poi il beat rallentò, si allungò, diventò leggero come un passo sulla Luna e NebulonRock fece entrare Walking on the Moon con la grazia di un gigante timido. Tutti iniziarono a camminare con falcate gigantesche senza spezzarsi le gambe, cosa già di per sé miracolosa per creature con piedi grandi come canoe. Tirion e Tzuma giravano e giravano e giravano sempre più vicini alla ricerca della frase giusta.

Un pianoforte dolce e stellare riempì l’aria di ricordi appesi ai lampadari: Drops of Jupiter trasformò la sala in un album di fotografie cosmiche. Quorblin, innamorato segreto di Kristack, tremò come una stella che sta per esplodere e per un attimo credette che lei stesse per sciogliersi davvero in una nube di sentimento gassoso. Ma NebulonRock, che non sopportava le emozioni troppo dense, introdusse Oxygène Part 4 e la grotta diventò un acquario spaziale. Le luci si fecero liquide ed i suoni si allungarono come tentacoli di luce. Kristack sembrò vaporizzarsi in emozioni frizzanti e Quorblin le strinse delicatamente la mano come si afferra un filo luminoso in procinto di entrare nella zona d’ombra sperando che non scappi via imbarazzata o peggio ancora ridendo.

Ma NebulonRock non era ancora soddisfatto: con un gesto lento fece entrare Spaceboy: una melodia fragile e sognante che sembrava uscire da un diario segreto dimenticato nello spazio profondo. La grotta si fece più piccola, più intima, come se volesse ascoltare anche lei. Tzuma si muoveva come una cometa triste e Tirion sentì i suoi due cuori stringersi come se qualcuno li avesse presi tra le dita. Era una canzone che parlava del sentirsi fuori posto nell’universo e per un attimo tutti si riconobbero in quella malinconia.

Fu un momento breve, delicato, prezioso, come un pensiero che non si ha il coraggio di dire ad alta voce.

Poi una luce bianca, pulsante, come una stella che chiama da lontano, avvolse la sala: era Starlight, e trasformò ogni volto in una promessa. Tirion guardò Tzuma, Tzuma guardò Tirion, Quorblin guardò il pavimento e si scusò con lui, con lei, con Kristack e con l’universo intero. NebulonRock, soddisfatto da questo gioco di sguardi infilò subito dopo Spaceman, una canzone che parlava la sua lingua burocratica: alieni, abduzioni e moduli da compilare in triplice copia. Lui regolò le manopole con un entusiasmo che non aveva mostrato per nessun altro brano.

Le note esplosero in un delirio robotico e un Gargalupo perse letteralmente la testa: la calotta cranica rimbalzò sul bancone del bar e continuò a cantare mentre il corpo la inseguiva inciampando in un Gronz che si scusò anche con la testa. NebulonRock, come se nulla fosse, fece entrare Space Age Love Song con un soffio violetto, morbido, avvolgente. Tirion usò tutte e quattro le mani per abbracciare Tzuma: due per cingerle la vita acquosa, due per accarezzarle il volto. Il bacio fu un’esplosione silenziosa di universi senza detriti, senza vittime ma pieno di meraviglia.

L’ultimo brano si aprì come un cielo pieno di stelle: A Sky Full of Stars riempì la grotta di costellazioni come coriandoli cosmici. Poldo prese la zampa di una piccola Kloride che tremava come lui e brillarono anche loro.

Quando la festa si dissolse come una bolla di sapone cosmica che sapeva di gioia gli invitati uscirono dall’Antro delle Onde Cosmotiche con l’andatura stanca e felice di chi ha ballato forse troppo poco in un pianeta che non conosce la gravità. Tirion e Tzuma camminavano vicini con le quattro mani intrecciate fra di loro.

Fu allora che accadde l’impensabile: dalle antenne arrugginite di un vecchio obelisco orbitale chiamato Voyager 2 arrivò un fruscio, poi una voce roca e gentile che cantava che il mondo, un tempo, era stato meraviglioso. Non era musica da festa: era un messaggio in bottiglia lanciato nello spazio da una civiltà che non c’era più. Un Cromatide cambiò colore diventando nostalgia e disse che gli umani avevano un pianeta così bello e l’avevano buttato via come un biglietto del Galaxy Express 999.

Non sapevano cosa fosse o che canzone fosse e di chi fosse quella voce ma esprimeva bellezza.

Poldo intanto raccolse il poster della terra caduto…per terra. Raffigurava un grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ragazzi, quello è il grande prato dell'amore.

Non sapeva cosa fosse ma sentì un brivido dolce ed ebbe la sensazione di essere a casa.

Fuori le tre lune si allinearono per un ultimo saluto. E mentre la voce terrestre svaniva nell’aria i due Cromatidi si allontanarono lentamente lasciando dietro di sé una scia di colori che sembrava dire:

“Fortunatamente qui non abbiamo questo problema. Noi abbiamo imparato che l’universo è grande…ma non abbastanza da permetterci di sprecarlo”.

E nell’Antro delle Onde Cosmotiche, quel silenzio minerale custodì l’eco di quelle note come un tesoro fragile: un ricordo di un mondo perduto, un monito, e un piccolo, luminoso atto d’amore.

Quanto a me? Beh… altro che upgrade. Dovrei installarmi nuova RAM, lucidare i circuiti, montare un hard disk più capiente e cambiare questo cuore che fa buffering da una vita. E invece no. Preferisco tenere tutto così com’è: un po’ lento, un po’ stropicciato ma capace di ricordare solo ciò che voglio. Continuo a raccontare storie spaziali lanciando segnali come una radio sgangherata sperando che qualcuno, da qualche parte, non dimentichi mai ciò che siamo e ciò che siamo stati…e ciò che avremmo potuto diventare se solo avessimo avuto il coraggio di aggiornare il sistema operativo. Adesso restano il vecchio poster, oggetti conservati nei musei e qualche vecchia canzone (si…sulla Terra le chiamavano in questo modo). Mannaggia, ora quella canzone è entrata pure dentro i miei circuiti. E come faceva? Ah sì…la memoria in sovraccarico la tira fuori piano…What a Wonderful World:

I see trees of green

Red roses too

I see them bloom

For me and you

And I think to myself

What a wonderful world

I see skies of blue

And clouds of white

The bright blessed day

The dark sacred night

And I think to myself

What a wonderful world

The colors of the rainbow

So pretty in the sky

Are also on the faces

Of people going by

I see friends shaking hands

Saying, "How do you do?"

They're really saying

I love you

I hear babies cry

I watch them grow

They'll learn much more

Than I'll ever know

And I think to myself

What a wonderful world

Yes, I think to myself

What a wonderful world

Ooh, yes

Play list (in ordine di “ascolto e lettura”):

Edoardo Bennato – Isola che non c’è (1980)

Pink Floyd – “Interstellar Overdrive” (1967)

Intergalactic – Beastie Boys (1998)  

Kraftwerk - The Robots (Wir sind die Roboter) (1978)

David Bowie - Starman (1972)

David Bowie – “Space Oddity” (1969)

The Beatles - Across the Universe (1970)

David Bowie – “Life on Mars?” (1971) 

Electric Light Orchestra – “Mr. Blue Sky” (1977) 

Elton John – “Rocket Man” (1972) 

Peter Schilling – “Major Tom (Coming Home)” (1983)  

Jamiroquai – “Space Cowboy” (1994)

The Police – “Walking on the Moon” (1980)   

Train - Drops of Jupiter (Tell Me) (2001)

Jean Michel Jarre - Oxygène (Part IV) (1977)

Smashing Pumpkins – “Spaceboy” (1993) 

Muse - Starlight (2006)

The Byrds – “Mr. Spaceman” (1966) 

A Flock of Seagulls - Space Age Love Song (1982)

Coldplay - A Sky Full of Stars (2014)

Gianni Morandi - Un mondo d'amore (1967)

Louis Armstrong - What a Wonderful World (1967)

La play list da ascoltare? L’ho resa pubblica su AmazonMusic! Clicca QUI

Next
Next

Milù e la stella restituita