Milù e la stella restituita

C’era una volta, ai margini di una foresta così fitta che anche i rami parevano dita intrecciate in preghiera, un piccolo villaggio di case in pietra e tetti di legno. In quel luogo, dove il tempo non veniva misurato dalle ore degli orologi ma dal lento mutare delle stagioni viveva una gatta dal mantello color della brace ardente.

Il suo nome era Milù.

Non era una creatura che cercava il calore del focolare o le carezze distratte dei viandanti. Troppo da gatto…pardon…da gatta! Lei si muoveva tra le case con la solennità di una regina che vegliava non solo sulle case ma anche sulle anime dei suoi abitanti, topolini compresi. I suoi occhi erano due lune d’ambra che parevano non guardare le cose bensì attraversarle. Si diceva che Milù non vedesse il legno ma la linfa dell’albero che lo costituiva. Non il volto dell’uomo ma il segreto del suo destino. Aveva la capacità di leggere il mondo come un libro aperto sfogliando le pagine invisibili del tempo con la pazienza ed il peso di chi sa che ogni inizio porta in sé il seme di una fine e dopo una fine ricomincia un inizio.

La gatta era nata, così raccontavano i vecchi, durante una notte di San Lorenzo di molti anni prima. Una stella, la più superba e luminosa delle sue sorelle, si era staccata dal firmamento precipitando con un sibilo d’argento dentro un antico tronco cavo. Quando i curiosi si erano avvicinati avevano trovato solo cenere tiepida e, nel mezzo di quel tronco bruciacchiato, una minuscola gattina rossa il cui pelo lungo e folto pareva alimentato da una fiamma perenne.

Milù si era stabilita in una piccola casa insieme ad Ermete e ai suoi genitori. Lo aveva fatto con una naturalezza disarmante come se appartenere a quella famiglia fosse la cosa più ovvia di questo mondo e forse persino di quell'altro, quello misterioso da cui era giunta!

Il fanciullo era una creatura delicata con un corpo così sottile da sembrare un ramoscello di Biancospino e la pelle così chiara che le vene ai polsi parevano rami azzurri. Si narrava, per dare un senso a quel suo corpo fragile e sottile che Ermete fosse una scintilla caduta dal mantello di Astraia.

Mentre gli altri bimbi correvano veloci tra l'erba alta, intrecciando le loro corse con gli aquiloni e seminando risate nel vento, il piccolo Ermete rimaneva seduto su ciò che rimaneva di un antico muro che si affacciava sulla collina.

Lui rimaneva posato come un uccellino dal volo interrotto e con lo sguardo perduto nell'immensità del cielo. Lassù, con il pennello della fantasia, vedeva nuvole con la forma di panna, feroci tigri di zucchero filato e persino il severo parroco del villaggio che con quell'enorme tricorno in testa metteva un po’ paura!

E quando i contadini tornando dai campi si chinavano per scompigliargli i capelli con una carezza il suo sorriso fioriva illuminando l’intera vallata.

Ma il bambino non era mai solo. Accanto a lui, accoccolata come un gomitolo stava Milù, la sua inseparabile compagna. Quella creatura fedele faceva la guardia ai suoi pensieri e, con il suono continuo e rassicurante delle sue fusa, scandiva il tempo che passava. Tra Ermete e la gatta non vi era bisogno di parole: lei vegliava il suo sonno e ogni volta che un colpo di tosse scuoteva il petto fragile del piccolo le posava la sua zampetta morbidosa proprio lì, sul cuore, quasi volesse prestargli la propria energia. Inutile negarlo: erano legati da un filo che non apparteneva al mondo terreno.

Ma ahimè il destino è spesso crudele verso le cose più belle e stava per bussare alla loro porta.

In una sera d’estate, quando il sole pareva addormentarsi in un cielo dai colori inquietanti e la morsa del caldo restava ancora imprigionata tra le fronde degli alberi Milù s’inoltrò nel cuore del bosco in cerca di una pozza d’acqua. Si portò dinanzi al vecchio stagno e lì, in quel piccolo specchio naturale l’acqua riposava nera e immobile come un frammento di notte precipitato sulla terra.

Quando la gatta vi si sporse non vide i propri baffi né il riflesso delle foglie. Vide invece un’ombra lunga e affilata come una falce che si avvicinava lenta sopra i tetti del villaggio.

In quell'istante, il canto degli uccelli si spense e persino il vento, che fino a un momento prima sussurrava tra i rami, ammutolì per il terrore. Una voce profonda, che pareva sorgere dalle radici della terra vibrò nell'aria gelida:

“La candela del bambino ha ormai consumato la sua cera. È giunto il tempo che la fiammella si spenga affinché l'anima torni a essere polvere di luce nel cielo”.

Milù irrigidì la coda ed il pelo divenne un cespuglio di ortiche. Lei conosceva le leggi del mondo: sapeva che ciò che nasce deve morire ma il suo amore per Ermete era più vasto della comprensione del cielo.

Non passarono che tre giorni e la premonizione si abbatté sulla casa. Una febbre maligna, secca come la sabbia del deserto s'impossessò del bambino. Ermete giaceva nel suo lettuccio: il respiro ridotto a un fischio sottile, le labbra screpolate e gli occhi chiusi in un sonno che non dava riposo. La madre piangeva seduta sul letto torcendosi le mani nel grembo e il padre invocava santi i cui nomi venivano dispersi nel vento.

Il cerusico del villaggio arrivò con passo sapiente, osservò a lungo e poi, con un lento scuotere del capo colmo di mesta rassegnazione si sedette in un angolo della stanza ad attendere l’inevitabile. Si presentò anche il curato il quale cercava di tessere parole di luce per lenire il dolore e consolare quelle povere anime affrante sperando in un miracolo.

Milù rimaneva immobile accanto al cuscino del bambino vegliando sul suo respiro come un’attenta sentinella.

Ogni sussulto del piccolo era un colpo di martello sul suo spirito. La micia sentiva l'Ombra avvicinarsi, sentiva il freddo del nulla che premeva contro le pareti. Ma lei non era una gatta terrena: ricordava la sua origine e sapeva che dove i rimedi degli uomini falliscono comincia il sentiero dell'antico sacrificio.

Quando scese la notte e la luna non era che un graffio d'argento Milù abbandonò la stanza, corse fuori e si addentrò nel cuore della foresta. Lì, in una radura si trovava il Pozzo dei Tempi. Era un luogo che gli uomini evitavano credendo che chi vi guardasse dentro potesse perdere la propria anima nelle sue profondità senza fondo.

Milù saltò sul bordo di pietra e guardò giù.

“Spirito del pozzo, Custode delle Soglie, ascolta la mia voce!” Gridò la gatta e il suo miagolio risuonò come un inno di guerra contro la vita.

L'acqua scura in fondo al pozzo cominciò a ribollire e una testa fatta di fumo e riflessi stellari emerse lentamente. Era lo Spirito Antico, colui che pesa il valore di ogni vita.

“Perché disturbi il mio riposo creatura di fuoco?” chiese lo Spirito, con una voce grava e terrificante.

“Prendi la mia vita” disse Milù, in piedi sulle sue zampe sottili. “Prendi ogni mio giorno, ogni mio respiro, ogni mio ricordo. Donali al bambino Ermete. Egli è troppo giovane per l'Ombra e la sua luce è troppo pura per spegnersi così presto”.

Lo Spirito rise di gusto con il piglio di chi sapeva di poter tessere l’ultimo filo del destino: “Tu non sei una creatura comune.  Tu hai nove vite come vuole l'antica legge dei gatti. Vorresti davvero perderle tutte? Non una, non due, ma il sacrificio totale? Perderai la tua forma, perderai il tuo calore e diverrai cenere. Sei certa di voler perdere tutto questo per un amore mortale?”

“Sono certa”, rispose Milù senza esitazione.

Allora lo Spirito allungò una mano fatta di nebbia. La radura fu inondata da un bagliore così intenso da illuminare l’intero bosco. Nove scintille di fuoco rosso, vivide come rubini si staccarono dal corpo di Milù. Danzarono nell'aria intrecciandosi in una spirale di luce e poi volarono via attraversando velocemente la foresta e le pareti della casupola fino a posarsi sul petto di Ermete.

In quello stesso istante il bambino trasse un respiro profondo, l'aria tornò a riempire i suoi polmoni e il colore rosa rifiorì sulle sue guance. La febbre svanì.

Ma tutto questo ha un prezzo.

Nella radura del pozzo Milù crollò al suolo. Il suo mantello si fece grigio e opaco, il calore l'abbandonò e il suo piccolo corpo rimase immobile nell'erba, freddo come la pietra del pozzo.

Dai calici dei fiori chiusi e dalle fessure delle rocce emersero a migliaia le farfalle notturne. Non erano insetti comuni: le loro ali erano fatte di velluto scuro ricamate d'oro, d'argento e di blu cobalto. Volarono verso la gatta esanime e iniziarono a battere le ali all'unisono creando un soffio d'aria tiepida che profumava di muschio e stelle.

Con una delicatezza che solo la natura possiede le farfalle iniziarono a tessere un bozzolo di seta lucente attorno al corpo della gattina. Filo dopo filo la seta avvolse la micia creando un involucro che brillava di una luce propria. Quando il lavoro fu compiuto le farfalle si allontanarono e tornarono nell’oscurità.

Intanto Ermete si era alzato dal letto. Si sentiva pervaso da una forza che non aveva mai conosciuto: nel suo corpo scorreva una nuova energia ma il suo animo era inquieto. “Milù?” chiamò a voce bassa perché dentro di sé sapeva.

I suoi genitori rimasero impietriti come statue di sale incapaci di dire anche una sola parola: negli occhi brillavano lacrime di gioia mescolate allo stupore come se il mondo avesse improvvisamente deciso di cambiare colore. Il medico consultava il suo libricino inseguendo soluzioni che era ben consapevole di non riuscire mai a fornire, Il parroco travolto da un sacro fervore sventolava il breviario in aria gridando al prodigio.

Ermete, tra lo stupore generale si alzò dal letto: le sue gambe ora rinvigoriti lo guidarono verso la foresta. Non aveva paura e sentiva un filo invisibile che lo tirava, una traccia di calore che lo conduceva verso il Pozzo dei Tempi.

Quando giunse nella radura e vide il bozzolo splendente Ermete cadde in ginocchio e comprese immediatamente il prezzo della sua guarigione.

“Spirito del Pozzo!” gridò il bambino con la forza di un uomo fatto. “Non voglio una vita comprata col sangue di chi mi ama! Se lei ha dato la sua vita per me io ti offro la mia per lei!

Dal pozzo si sollevò una voce profonda e cavernosa:
“Lei ha donato le sue nove vite…nove scintille d’eternità in cambio di una sola. Sei certo che una luce mortale possa valere tanto?”

Ermete rispose:

“Riprenditi la mia salute,

riprenditi i miei anni futuri,

riprenditi il mio respiro ora più forte,

riprenditi il coraggio che ancora non ho usato,

riprenditi i miei sogni non nati,

riprenditi la gioia che avrei potuto condividere,

riprenditi la mia fortuna,

riprenditi la mia luce,

riprenditi il mio destino…

ma restituisci al mondo terreno la mia amica!”

L'acqua del pozzo si scosse di nuovo. Lo Spirito apparve stavolta con uno sguardo quasi paterno. “Il sacrificio chiama il sacrificio”, mormorò. Il tuo amore è puro quanto il suo. Non ti toglierò nulla di tutto questo poiché il debito è già stato pagato con la devozione. Tuttavia, sappi che lei non sarà più la gatta di prima. Sarà una creatura della Soglia, un essere che appartiene ai due mondi”.

In quel momento una stella cadente, la più luminosa di tutte, precipitò dal cielo e venne a posarsi proprio davanti a Ermete che tese le mani e la catturò con delicatezza per poi posarla con estrema dolcezza sul bozzolo.

Il bozzolo si aprì con la leggerezza di un sospiro di sollievo. Milù balzò fuori ma non era più lei…o meglio: era lei e non era lei. Il suo mantello non era più solo rosso ma era cangiante con riflessi che mutavano dal rubino all'oro zecchino. Le sue zampe sfioravano appena la terra e i suoi occhi d'ambra ora brillavano di una sapienza eterna. Si avvicinò a Ermete e strofinò il muso contro la sua guancia: in quel tocco vi era il calore del sole e la freschezza della pioggia.

Non era un inizio ma era “l’inizio”.

Ermete e Milù rientrarono al villaggio: lui camminava fiero mentre lei gli gironzolava intorno ai piedi ed entrambi lasciavano impronte che fiorivano in quadrifogli come se stessero seminando fortuna.

Da quel giorno il bambino non fu più fragile e si fece uomo: crebbe forte, saggio, e guidò il villaggio verso una nuova prosperità. Sapeva prevedere le tempeste e i raccolti furono sempre ricchi e abbondanti. In ogni passo fu accompagnato dal sussurro della sua gatta che vegliava su di lui come un raggio di sole.

Milù non invecchiò mai e rimase al suo fianco per decenni identica a come era uscita dal bozzolo: eterna e regale. Era divenuta la Custode della Soglia, colei che veglia sul confine sottile tra la vita e il sogno, tra il buio e la luce e che accompagna gli esseri umani senza che essi se ne accorgano, lungo la strada tortuosa del loro destino.

Si dice che molti anni dopo, quando Ermete giunse alla fine dei suoi giorni terreni non vi fu dolore nella sua casa. Egli chiuse gli occhi sorridendo e Milù si sdraiò accanto a lui. Gli abitanti del villaggio videro due scie luminose elevarsi dal tetto della casa e dirigersi verso il firmamento dove due nuove stelle, una rossa come la brace e una bianca come il giglio, presero posto l'una accanto all'altra.

E ancora oggi, nelle notti di San Lorenzo, se un viaggiatore si perde nella foresta e giunge presso l'antico pozzo, può udire delle fusa vibranti come il tuono e vedere una farfalla rossa danzare attorno a una stella cadente. È il ricordo di Milù ed Ermete: la prova vivente che l'amore, quando è vero e assoluto non conosce morte ma solo cambiamento in luce eterna.

E vissero così, per sempre uniti, nel respiro infinito dell'universo.

Ah, che sciocco che sono…quasi mi scordavo dello Spirito del pozzo.

Be’, lui è sempre lì raggomitolato nelle profondità della terra e non ha la minima intenzione di spostarsi: sostiene che l’umidità gli faccia bene alla pelle anche se nessuno, proprio nessuno, ha mai capito che pelle possa avere uno Spirito fatto di fumo e aria e luce.

Se ne sta a mollo tra i riflessi delle stelle e tra le monete arrugginite lanciate più per curiosità che per autentico desiderio. Si abbandona in pisolini lunghi secoli aspettando che qualche umano con il cuore limpido o qualche bestiola coraggiosa trovi la forza di bussare alla sua porta per ripetere il miracolo dell’amore donato.

E così, nel buio profondo del Pozzo dei Tempi, la magia attende solo di potersi ripetere.

Anche la mia micia si chiamava Milù esattamente come la gatta di questa antica favola che si è scritta da sola: io mi sono limitato nel farla entrare nei vostri cuori.

Da lei aveva ereditato il manto color zenzero, il passo maestoso e la dolcezza dello sguardo.

Dopo ventuno anni di gioia, ora che hai posato le zampine sulla Soglia e ti sei incamminata verso le stelle questa storia è il mio modo per dirti grazie per avermi scelto e per continuare a farmi compagnia anche dalle stelle.

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Elian e l’Athanor della Foresta