La notte e quello che resta sotto

Ci sono notti in cui il silenzio dovrebbe bastarmi, altro che andare in giro.

Il problema è che nella mia testa il silenzio non arriva mai: si accumula, si incrina, si moltiplica fino a diventare qualcosa di più rumoroso del rumore stesso.

Mi scende nelle gambe, poi risale di colpo, mi si pianta dietro la fronte.

L’orologio dice che è tardi.

Non dovrei uscire.

Non serve. Non cambia niente.

Lo so prima ancora di infilarmi le scarpe, prima di chiudere la porta, prima di sentire quel rumore secco che rimbalza nelle scale come una scelta sbagliata.

Eppure esco lo stesso.

Non è una decisione.

È già successo.

È una fuga e come tutte le fughe finirà sempre nello stesso posto.

Non subito. Sarà un posto sbagliato e sotto una luce sbagliata.

In un incrocio che sembra uguale a tutti gli altri.

Lo riconosci solo quando sei già dentro.

La città a quest’ora è un’altra storia. Non è Milano di giorno, non è quella che ti raccontano gli altri per convincersi che qui abbia un senso restare.

La notte prende la città, la svuota, la filtra, la gira al contrario e la lascia esposta con tutte le sue crepe.

E dentro quelle crepe ci finisco sempre dentro.

Cammino senza una direzione precisa verso qualcosa che mi somiglia più di quanto non vorrei.

I tram sferragliano quasi vuoti, odore leggero di ferro caldo, finestrini segnati dalle dita.

Dentro facce spente, occhi persi. Persone che non sono in viaggio. Sono sospese dentro il viaggio.

“Potresti salire”, mi dico.

Ma non salgo mai.

Perché sui tram di notte c’è qualcosa che fa più male del restare fuori. È quel movimento lento, inevitabile, che ti porta avanti anche quando non vuoi. Io preferisco restare fermo mentre mi muovo. È una contraddizione che conosco bene.

Faccio un passo. Poi un altro.

Il telefono vibra nella tasca.

Non lo controllo.

Potrei. Dovrei.

Lascio che smetta da solo.

L’asfalto è bagnato ma non piove.

C’è un odore tiepido di acqua sporca, aiuole umide, qualcosa che ristagna vicino ai tombini.

Il giorno lascia sempre qualcosa dietro.

Parole, tensioni, piccole bugie.

Di giorno le nascondi sotto i piedi.

Non per scelta ma per funzionare.

La fretta aiuta.

La confusione anche.

Poi con la scusa del buio ci inciampi. E allora, già che sei caduto, ti chini un pochino di più e guardi sotto.

Sotto non c’è una rivelazione.

C’è accumulo.

Paura senza forma, pensieri interrotti, qualcosa che non hai mai chiuso davvero.

“Basta non guardarci”, mi dico.

“Ci sono caduto sopra”, mi rispondo.

“L’hai fatto apposta”.

“Volevo vedere quanto sporco c’era”.

Io resto lì un secondo in più del necessario come se quel secondo potesse cambiare qualcosa.

Non cambia niente.

Sento il corpo più pesante.

Le spalle leggermente chiuse.

“Perché sei uscito?”

“Non lo so”.

“Non è vero”.

“Non volevo stare in casa”.

“Non volevi stare con te”.

La voce non è aggressiva.

È precisa. Secca.

Arriva sempre allo stesso punto senza girarci intorno come se mi conoscesse perfettamente.

“È vero”. Anche se non voglio ammetterlo, cercavo qualcuno più solo di me, per sentirmi meno solo. Che dolce e amara soddisfazione”.

Sorrido appena.

“Va bene. Hai ragione”.

Ma la verità è che anche fuori è tutto uguale anche se diverso.

Fuori cambia solo forma: luci sbavate, vetri sporchi, neon che friggono con un ronzio costante.

Una serranda vibra leggermente al passaggio dell’aria.

Diventa un posto che non trattiene niente, dove ogni cosa resta solo per il tempo minimo necessario.

Passo davanti a un bar chiuso.

Le sedie sono impilate, capovolte, una sopra l’altra. Dentro c’è ancora un’ombra di vita, un riflesso nei bicchieri, sul bancone.

Un odore residuo di alcol e detersivo.

Penso a chi c’era prima. Penso a cosa si sono detti. Penso a cosa non si sono detti e che forse avrebbero voluto dire.

Appoggiato all’angolo del bar lo vedo.

Sta lì. Come un’ombra che ha deciso di restare, incollata al muro mentre il resto del mondo scorre senza lasciare traccia.

Un uomo, fumo pigro tra le dita, occhi accesi da una luce che non viene dalla sigaretta. Non fa nulla, eppure ha l’aria di chi sa esattamente cosa sta aspettando.

Gli passo accanto.

Lui aspetta.

Io no.

La differenza è più netta di quanto vorrei.

A pochi metri, sotto un portone socchiuso, dove la luce non arriva del tutto, due ragazzi stanno stretti l’uno all’altra come se il mondo finisse a pochi centimetri dai loro corpi.

Non si parlano. Non serve.

Si cercano con una romantica lentezza come se volessero trattenere il tempo invece di attraversarlo. Le mani esitano un attimo, poi trovano la loro strada.

Si baciano.

Non è un bacio veloce, né rubato.

È qualcosa di più ingenuo.

Restano lì, chiusi nelle loro promesse silenziose, come due foglie che non sanno ancora di poter cadere.

Li guardo solo per un istante, ma è abbastanza.

Sento qualcosa stringere dentro.

Non invidia.

Qualcosa di più sottile.

Come il ricordo di qualcosa che mi è appartenuto ama che col tempo si è trasformato in una fastidiosa polvere sottile.

Il telefono vibra ancora.

Non lo guardo.

“Smettila”.

“Con cosa?”

“Con questa continua analisi freudiana, con questo scavare”.

“E se è l’unico modo che ho per capire?”

“E se non capisci mai?”

Mi fermo.

Quella domanda rimane sospesa.

È una di quelle che non hanno risposta ma che continuano a tormentarti.

Riprendo a camminare più veloce provando a seminarla.

Non funziona mai.

Il telefono vibra di nuovo.

Uno, due colpi secchi.

Immagino un nome sullo schermo. Un messaggio breve.

“Dove sei?” oppure “Tutto bene?”

Non rispondo.

Sarebbe come ammettere che sono qui.

Da lontano arriva un autobus.

Lento. Giallo. Illuminato male.

Si ferma poco più avanti. Le porte si aprono con un suono stanco. Nessuno scende. Nessuno sale.

Rallento.

Lo guardo.

“E se questa volta…”

Non finisco la frase.

Perché so già come va.

Resto sul marciapiede.

Le porte si chiudono.

L’autobus riparte.

E io resto.

Sempre lì.

“Non cambi mai”.

“Nemmeno tu”.

Il tono si fa più duro.

Come quando stai discutendo e smetti di voler avere ragione; desideri solo cambiare parole. Metterti a parlare delle mezze stagioni che non esistono più.

“Non è vero”.

“Ah no? Allora dimmi una cosa che hai fatto diversamente”.

Il silenzio che segue è pesante.

“Appunto”.

Riprendo a camminare.

Più avanti, all’angolo di una strada che non ricordo di aver mai percorso una presenza si raccoglie nell’ombra. Ombra nell’ombra.

Un clochard.

Steso a terra.

Non dorme davvero, non completamente. È come sospeso nello stesso stato in cui resto io: a metà tra esserci e sparire.

Non chiede nulla.

Niente mano tesa. Niente voce.

Neanche più l’elemosina.

Mi fermo a poca distanza.

Lo guardo senza volerlo guardare.

Un cartone sotto la schiena. Una coperta. Gli occhi chiusi o forse sono solo stanchi di guardare.

“E se fosse qui da così tanto da non voler chiedere più niente?” penso.

“Se avesse smesso di voler essere?”

Il telefono vibra ancora, breve.

Quasi fastidioso, quasi vivo.

Io ho ancora qualcuno che scrive.

Lui ha smesso di aspettarsi che qualcuno lo faccia.

E per un attimo, breve ma preciso, mi vedo in lui.

Stessa resa, solo anticipata.

Stesso silenzio, solo più elegante, più formale.

Abbasso lo sguardo.

“Non siamo così diversi”, mormoro.

Riprendo a camminare.

Sento qualcosa crescere dentro.

Non è rabbia o frustrazione. È qualcosa di più complicato. È un insieme di rimpianti, stanchezze, aspettative, errori ripetuti. È quella sensazione di essere sempre a un passo da qualcosa che non arriva mai.

Un passo che non basta mai.

“Ti piace così”, mi accuso.

“Cosa?”

“Questa tensione. Questo stare sul limite”.

“Non è una scelta”.

“Certo che lo è”.

“E cosa dovrei fare allora?”

“Fermarti”.

“E poi?”

“E poi vedere cosa succede”.

“Ho paura di…”

“Fermati! Non serve completare la frase, si completa da sé”.

Quasi senza difese.

“Lo so”.

“E allora?”

“E allora continui a scappare”.

Mi fermo davvero.

Nel mezzo del marciapiede.

Una macchina passa e rallenta appena come se stessi disturbando il flusso invisibile delle cose.

“Non sto scappando”, dico piano.

“Stai evitando”.

“È diverso”.

“No. È la stessa cosa raccontata meglio”.

Mi viene da ridere.

Una risata breve, senza gioia.

“Sei spietato”.

“Sono te”.

Riprendo a camminare.

Le strade si fanno più vuote.

Le luci più rare.

C’è una parte della città che sembra esistere solo per chi non riesce a dormire. Una parte che non ha bisogno di inutili scenografie, che non si mette in mostra.

Quella parte mi somiglia e lo ammetto senza fare storie: mi piace guardarla da vicino. Mi piace guardarmi da vicino.

Masochista? Sì. Abbastanza da chiamarlo vizio.

Arrivo a una fermata.

Mi siedo.

La panchina è fredda. Umido.

Guardo la strada.

Aspetto qualcosa.

Non so cosa.

“Forse stavolta sali”.

“Forse”.

“E poi?”

“E poi vedo dove arrivo”.

“Non è questo il problema”.

“E qual è?”

“Che lo sai già”.

Un altro autobus arriva.

Due persone sedute in fondo. Nessuno parla.

Le porte si aprono.

L’autista mi guarda con quella faccia stanca di chi aspetta solo la fine del turno e chiede:

“Sali?”

Resto fermo e penso: “pure lui fa domande!”.

“Alzati”.

“No”.

“Alzati”.

“No”.

“ALZATI”.

Non mi muovo.

“Mmm… no grazie”, facendo cenno con la mano. “Io aspetto il 96”.

Le porte si chiudono.

Il motore riparte.

E l’autobus se ne va tossendo.

Lentamente.

“Ecco”.

“Ecco cosa?”

“Ancora una volta hai scelto”.

“Non ho scelto niente”.

“Esatto”.

Il colpo arriva lì.

“Non scegliere è scegliere”.

Non rispondo subito perché non c’è alternativa credibile.

“Lo so”.

Lo so da sempre.

Mi piego in avanti, con i gomiti sulle ginocchia.

Respiro.

“Cos’hai paura di trovare?” mi chiedo.

“Te”.

“Non può essere così terribile”.

Silenzio.

Poi:

“Lo è, quando sai già cosa troverai”.

Chiudo gli occhi.

Per un attimo tutto si ferma.

La città, i rumori, i pensieri.

Ma dura poco.

“Sei stanco”, mi dico.

“Sì”.

“Di cosa?”

“Di girare in tondo”.

“Allora smetti”.

“Non è così facile”.

“Non è così difficile”.

“A te sembra sempre semplice”.

“A te sembra sempre impossibile”.

Apro gli occhi.

Un’altra strada si riflette nelle vetrine davanti a me.

Non è diversa dalle altre.

Eppure ogni notte sembra l’ultima possibilità.

“Ti ricordi quando pensavi che…”

“Non iniziare”.

“Quando pensavi che sarebbe cambiato qualcosa”.

“Ho detto non iniziare”.

“E invece?”

“E invece niente”.

“E invece sei sempre qui”.

Mi alzo di scatto.

“Basta!”

Cammino veloce.

Senza guardare.

Senza pensare.

Ma è inutile.

La voce resta.

“Corri pure”.

“Sto camminando”.

“Stai fuggendo”.

“Non è vero”.

“Allora fermati”.

Non mi fermo.

Le luci scorrono.

I passi si fanno più veloci.

Il cuore segue.

“Vedi? Non riesci”.

“Sto andando al Bar Jamaica”.

“Lo sai che a quest’ora è chiuso…stai solo evitando di stare fermo”.

La strada si allarga.

Un incrocio vuoto.

Semaforo rosso.

Nessuno.

Attraverso lo stesso.

“Non ti interessa niente, vero?”

“Non stanotte”.

“Mai davvero”.

“Non è vero”.

“Allora dimmi cosa ti interessa”.

Apro la bocca.

La richiudo.

“Non lo so”.

Il silenzio che segue è più pesante di prima.

“Ed è questo il problema”.

Mi fermo al centro dell’incrocio.

Guardo intorno.

La città sembra sospesa in una risposta che non arriverà mai.

“Vuoi una soluzione?” mi chiede la voce.

“Sì”.

“No, non la vuoi”.

“Perché dici così?”

“Perché se l’avessi, dovresti cambiare”.

“E?”

“E non sei pronto”.

Stringo i pugni.

“Non puoi dirlo”.

“Lo sto dicendo”.

“Non puoi decidere per me”.

“Io sono te”.

Respiro forte.

“Basta”.

“Non puoi fermarmi”.

“Basta”.

“Non puoi”.

“BASTA”.

Silenzio.

Quasi irreale.

Resto lì.

Nel mezzo della strada.

Con il cuore a mille.

Con le mani strette.

Con qualcosa dentro che finalmente non parla.

Per qualche secondo.

Poi torna.

Più piano.

“Sei solo”.

La frase mi attraversa non come un’accusa ma come un fatto.

“Dimmi qualcosa che non so”.

Il silenzio che segue è diverso.

Non è vuoto.

È… meno ostile.

Riprendo a camminare.

Ma stavolta più piano.

Allungo la mano nella giacca, afferro la moneta dimenticata e comincio a giocarci nervosamente. Mi aggrappo a lei come fosse un salvagente ma in realtà è solo un rumore metallico tra le dita.

È in quel momento che la sento arrivare.

Prima il basso.

Un colpo sordo, distante, come un cuore che non è il mio.

Poi il resto.

Una macchina taglia la strada da lontano. La musica dentro esce a ondate, troppo alta, troppo piena per quest’ora. Per me è fastidio. Quasi un’invasione. Per loro è solo aria da respirare.

Quando si avvicina, li vedo appena.

Tre ragazzi.

Ridono. Una mano fuori dal finestrino. Uno canta qualcosa senza davvero cantarlo.

Non mi vedono. O forse sì, ma non importa.

Mi sento un po’ come quel clochard.

Mi riduco ai margini, cerco gli angoli dove la luce non arriva.

Mi passano accanto a tutta velocità.

La musica mi colpisce in faccia, rimbalza contro i palazzi, mi attraversa senza fermarsi.

Un istante dopo è già altrove.

Resta solo una scia.

Un’eco che si allontana insieme a loro.

E penso che è sempre così.

Cose che per qualcuno sono vita, rumore, risate, presenza per altri sono solo qualcosa che passa troppo vicino e poi sparisce.

La guardo andare via.

La musica si abbassa, si dissolve, finché diventa niente.

Come certe possibilità.

Guardo l’orologio.

È tardi.

Il solito autobus passa.

Non rallenta. Non mi guarda. Non si offre.

È solo un movimento che accade.

E io resto fermo.

Non ci costruisco sopra.

E allora si sposta qualcosa.

Non una soluzione.

Non una direzione.

Un aggiustamento minimo.

Capisco che il punto non è salire.

Non è cambiare tutto.

È smettere di trattare ogni cosa come un problema da risolvere.

Capisco che sono stanco di oppormi.

Di trattare ogni pensiero come un avversario, ogni silenzio come una minaccia.

Resto.

Non in modo eroico.

Non definitivo.

Senza spingere via subito quello che arriva.

La voce non sparisce.

Si abbassa.

Respiro.

Ma non per controllarmi.

Per restare su quello che c’è.

Cammino ancora. Prendo la direzione verso casa.

Le luci si diradano.

L’aria è più vuota.

Non ho più la sensazione di dover uscire da questo stato.

Non è tranquillità.

Non è nemmeno equilibrio.

È qualcosa di più semplice: non sto cercando di vincere a tutti i costi, ma di non perdere senza paura.

Fischietto non per allegria ma per riempire gli spazi tra un passo e l’altro, per non lasciare che il silenzio si allarghi troppo.

Le scale.

Sui gradini mi muovo cercando di sottrarre al buio anche il minimo scricchiolio.

Arrivo alla porta.

La chiave gira lenta, un click secco.

Entro.

Dentro l’aria è ferma.

Il pavimento è freddo.

Il frigorifero vibra a bassa voce, i muri trattengono un’eco sottile come se la casa ricordasse tutti i rumori e non riuscisse a dimenticarli.

Mi tolgo la giacca senza accendere la luce.

Non serve.

Conosco ogni angolo anche al buio.

Resto fermo in mezzo alla stanza.

Respiro piano.

Il suono si allarga nella casa vuota.

Un’altra notte sta passando.

Siamo solo io e te.

Solo che quel “te” sono “io”.

E alla fine… rimaniamo solo noi.

Io e me.

Niente è risolto.

Ma non tutto va evitato.

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