Dentro la corsa: viaggio con il ritmo che nasce nella mente

Quando apro l’armadio il mondo è indietro. Non di minuti. Di millisecondi.

Non è questione di tempo reale o dei suoi Tic Tac: quello scorre regolare, impeccabile, preciso.

È qualcosa di più umano, più brutale: è la mente che accelera.

Io sono ancora qui. E mentre mi metto la maglia una parte di me ha già girato l’angolo, ha già preso ritmo, ha già fatto partire il cronometro.

È come essere sulla griglia di partenza di una gara: il corpo fermo, il cuore già al primo giro.

Le scarpe non sono oggetti. Non lo sono mai state.

Sono estensioni, compagne, archivio vivente.

Ogni passo registrato, ogni colpo al suolo trasformato in memoria.

Le prendo come si prendono le cose importanti: con rispetto. Con gratitudine.

Le allaccio.

Movimento preciso.

Ripetuto.

Rituale.

Primo nodo.

Secondo nodo.

Stringo.

È come chiudere una promessa.

Poi si allunga. Sempre.

Prima ancora di partire, prima di uscire e infilarti dentro quel rettilineo che è già lì ad aspettarti, invisibile ma concreto come una linea di partenza tracciata dentro il petto.

Allunga le caviglie, senti le articolazioni risvegliarsi come se qualcuno stesse accendendo i riflettori dello stadio uno alla volta. Lentamente.

Allunga i quadricipiti, tira il muscolo finché non risponde, finché non capisci che sì, è lì, pronto a raccontarti qualcosa.

Allunga la schiena, distendi le braccia verso il cielo come se dovessi afferrare il primo metro della tua corsa.

Respira.

Uno, due. Inspira.

Uno, due, tre. Trattieni.

Uno, due. Espira.

È qui che comincia tutto. Non sulla strada. Non sull’asfalto.

Comincia nel gesto controllato, consapevole.

Fuori.

E in un attimo non esiste più nulla di statico.

Cappellino.

Auricolari.

La playlist parte.

La musica non dà il ritmo. Non lo impone.

Lo scopre. Lo amplifica. Lo costruisce insieme a me.

AC/DC – Thunderstruck

Uno. Due.

Uno. Due.

I primi passi sono sempre una trattativa.

Il corpo non si fida ancora.

Le gambe pesano, il fiato è corto, il cuore troppo veloce per quello che sto facendo.

È il momento più fragile.

Quello in cui tanti si fermano.

Ma io non sono “tanti”.

Continuo.

Perché lo so che è una soglia.

E poi accade.

Non c’è un istante esatto, non c’è un segnale visivo come una bandiera che si abbassa.

Ma succede.

“Thunder!”

E tutto esplode.

Il riff diventa spinta, il ritmo si incastra nelle gambe, il respiro si allinea, il mondo si sincronizza.

Non corro più “nonostante”.

Corro dentro.

Ora sì.

Ora sto correndo.

ZZ Top – La Grange

Entro nel parco come una metropolitana che risale dal sottosuolo dopo aver corso per chilometri nel buio compatto dei tunnel, tra rumori metallici e aria compressa.

All’inizio è un’intuizione, una vibrazione. Poi aumenta la luce, un filo sottile che si infila tra le pareti.

La testa rompe la superficie, esce dalla terra, si affaccia al mondo di sopra.

Il verde prende il posto del cemento, il cielo si spalanca davanti senza chiedere permesso.

È un passaggio netto.

Dall’ombra alla luce.

Dal chiuso all’aperto.

Il groove sporco e basso della chitarra trascina, rilassato ma deciso.

È un blues che non corre: scivola.

E io scivolo come quei treni sui binari, continuo a correre, ma tutto intorno cambia ritmo.

Il respiro si regola.

È una cadenza semplice, quasi primitiva.

Come la canzone.

E il corpo finalmente decide.

Si sistema.

Si organizza.

Si mette in gioco.

I piedi capiscono che sta cambiando qualcosa.

Rolling Stones – Miss You

Qui si cambia marcia: l’amichevole finisce e la partita comincia a farsi dannatamente seria.

Qualche contrasto ruvido arriva, si schiva, si assorbe ma si resta in piedi, senza protestare, senza perdere il passo.

Il basso pulsante, ipnotico, entra nelle gambe come un loop infinito.

È circolare, sensuale, continuo.

Qui non è più riscaldamento.

È gara.

Il passo si stabilizza, il cuore trova il suo tempo, il sudore arriva come una dichiarazione ufficiale: sì, ci siamo dentro.

Non guardo l’orologio.

Non serve.

Lo sento.

Il ritmo è ripetitivo, fluido, perfetto.

Ogni appoggio è un passaggio riuscito.

Ogni metro guadagnato è un’azione costruita bene.

Esco dal parco.

Campo aperto.

Campagna.

Respira.

Davanti a me si intravedono Appennini liguri, lontanissimi quasi irreali.

Dietro di loro il mare, anche se non si vede.

Ma io lo so che c’è.

Ed è abbastanza.

The Hives – Tick Tick Boom

Cambio ritmo.

Non perché devo.

Perché lo sento.

Ne devi contare otto: Tick tick tick tick…

È tensione. Carica.

…Boooom!

Esplosione.

Accelerazione.

Qui si vedono i runner veri.

Qui si separano quelli che accompagnano da quelli che spingono.

Le gambe girano da sole.

Non pensano.

Rispondono.

Incrocio una ragazza con un cane.

Uno sguardo.

Niente parole.

Alzo la mano per salutarla come quel gesto rapido e istintivo dei motociclisti che si incrociano sull’asfalto. Un cenno leggero ma pieno di riconoscimento.

Dentro il movimento, non sopra, non sotto e neanche di lato. Dentro.

Siamo nello stesso tempo.

The Cranberries – Promises

Le risaie.

Acqua che riflette il cielo.

Un mondo capovolto sotto i piedi.

La voce di Dolores entra come una linea emotiva che attraversa il paesaggio.

Sulla mia destra il treno sulla Novara-Mortara taglia l’aria.

Per un attimo la mente si diverte: “chi sta andando più veloce? Io ovviamente”.

Ma è solo un attimo.

Perché qui non si tratta di velocità pura.

Si tratta di presenza.

Io sono dentro il movimento.

E il mondo si muove con me.

Ozzy Osbourne – Crazy Train

Il riff taglia.

Netto.

Tagliente.

La strada cambia ancora.

Curva a destra.

Ponte.

Il brano corre come un treno senza freni e io lo seguo.

Sotto: acqua scura.

Sopra: io.

Questa è la corsa.

Dualità.

Contrasto.

Equilibrio instabile ma vivo.

Il vento caldo in faccia è una sveglia.

Respira.

Polmoni aperti.

Torace in espansione.

Black Sabbath – Paranoid

Forte. Diretto. Ozzy ti colpisce

È un pezzo che non lascia il tempo al pensiero.

Sono nel centro della corsa.

Nessun prima. Nessun dopo.

Solo presente.

Il punto in cui l’inizio è lontano e non esiste ancora una fine.

È qui che si decide tutto.

I pensieri provano a tornare: lavoro, impegni, scadenze ma non hanno spazio.

Il ritmo li cancella.

Sono fuori dal campo.

Io sto giocando seriamente.

Bon Jovi – Livin’ on a Prayer

Cresce.

Costruisce.

Ti porta su.

Aumento.

Vedo se c’è ancora qualcosa.

Il cuore batte forte.

Le gambe rispondono.

Consapevolezza.

Spingo ancora.

Posso. E non è una domanda.

PFM – È festa

E proprio lì, quando tutto si allinea, quando il passo trova il suo centro e il respiro diventa spazio si festeggia.

Non parte di colpo: si apre.

Si costruisce strato dopo strato come il ritmo della corsa quando smette di essere fatica e diventa viaggio.

Le note si incastrano come i passi sullo sterrato: chitarre che disegnano traiettorie, tastiere che allargano l’orizzonte, cambi di tempo che ti prendono e ti spostano senza chiedere permesso.

Io corro dentro quella costruzione.

Il corpo che si espande ed il passo diventa più lungo senza sforzo.

Non sto spingendo.

Sto fluendo.

È una festa vera, interna.

Non rumorosa.

Piena.

Tutto si tiene insieme: il cielo sopra, la terra sotto, il ritmo dentro.

Non c’è più differenza tra musica e movimento.

Sono la stessa cosa.

David Bowie – Heroes

Apertura.

Ampiezza.

Visione.

Sterrato.

Terra viva.

La senti sotto i piedi.

Non mente. Non filtra.

Qui non puoi barare.

Mentre immagino il soggiorno berlinese di David spunta la vecchia cascina.

Gli animali.

Quel cavallo ti fissa, immobile, con quello sguardo pieno e antico e sembra chiederti senza parole perché corri, mentre tutto il mondo intorno a lui resta fermo, sospeso, perfettamente in equilibrio.

Ma è il suo equilibrio, non il mio.

E poi.

Lo stormo.

Ibis sacri.

Non li disturbo, anzi attraverso il loro spazio senza rompere l’aria come se sapessero già che non sono una minaccia, solo un passaggio.

Un movimento perfetto. Silenzioso. Coordinato.

Non c’è caos.

C’è armonia.

Questo è correre.

Non è velocità.

È equilibrio.

Giro la testa.

Il traliccio.

Gigante.

Immobile.

Freddo.

È il mio primo vero riferimento.

Un checkpoint mentale.

Come un cartellone dei chilometri.

Lo aggancio con lo sguardo.

Lo raggiungo.

Lo supero.

Uno a zero per me.

Deep Purple – Smoke on the Water

Il riff.

Pesante. Lento. Inesorabile.

La fatica arriva con quel passo.

Non corre. Avanza.

La fatica arriva.

Non bussa.

Si siede accanto.

È prevista.

Accettata.

La riconosco.

Ma non le cedo il controllo.

Regola numero uno: non darle un nome troppo grande. Non darle confidenza.

Se lo fai, cresce.

Io la tengo lì.

Presente ma filtrata.

Sempre lì, come una compagna che non hai invitato ma che arriva lo stesso con lo sguardo deciso di chi ti conosce troppo bene.

Ti ricorda, senza gentilezza, che i sedici anni sono andati via da un pezzo.

Ma lei non sa che io questa cosa l’ho già capita.

Che ci convivo.

Che la porto dentro come un vantaggio e non come un limite.

Allora diventa una sfida silenziosa: un duello lungo. Passo dopo passo. Metro dopo metro. Respiro dopo respiro.

Lei insiste, si fa sentire, prova a rallentarmi.

Io rispondo restando in piedi, senza spettacolo, senza drammi.

Dito medio e continuo.

Depeche Mode – Enjoy the Silence

Rarefatta. Essenziale. Profonda.

Spazio tra un passo e l’altro.

Il respiro è lungo.

Il passo stabile.

Equilibrio.

Il cipresso.

Sempre lì.

Quel cipresso guarda come fa Dave Gahan dal palco: non osserva, abbraccia.

Ha visto tutto: uomini di terra e di strada, gambe in corsa e ruote in movimento… e forse anche due guerre.

Io ci passo sotto.

Lui resta.

Eppure, in qualche modo, siamo sulla stessa linea.

Qui non serve spingere.

Serve stare.

Resistenza.

Van Halen – Jump

Attacco immediato.

Leggerezza improvvisa.

Ti solleva.

Sorrido.

Spingo.

È il momento che cerchi sempre.

È quel momento in cui il corpo si dichiara definitivamente dalla tua parte.

Kiss – I Was Made for Lovin’ You

Automatico.

Costante.

Vibrazioni.

Non penso più.

Non analizzo.

Non misuro.

Sto correndo.

Vado.

E basta.

Questo è stato il motivo per cui ho iniziato.

Questo è il motivo per cui continuo.

Iron Maiden – The Trooper

Corsa in avanti.

Battaglia.

Ultimi chilometri veri.

Qui si decide.

È come entrare nei minuti di recupero di una partita tirata.

O molli.

O fai la giocata.

È la giocata di Dejan Savićević (ma che ne sa la Generazione Z) nella finale di Coppa del 1994 ad Atene contro il Barcellona.

Un lampo sulla fascia, un pallone recuperato con classe e poi quel momento sospeso: alza la testa, vede il portiere fuori posizione e lo punisce con un pallonetto beffardo, morbido e preciso come una carezza velenosa.

Io spingo.

Non tutto.

Ma abbastanza.

Pink Floyd – Another Brick in the Wall

Ripetizione.

Ipnosi.

Pilota automatico.

Le gambe sanno.

Io mi fido.

Dialogo mentale:

“Torre di controllo, qui volo GPA75… rotta stabile, lieve turbolenza. Direi tutto ok a parte un passeggero della Business Class che ha appena restituito il pranzo, ovviamente rigorosamente masticato e non digerito”.

Sorrido.

Ma è vero.

Sto pilotando qualcosa.

E funziona.

R.E.M. – Losing My Religion

Ogni volta mi chiedo cosa ci fai nella mia playlist, tu con quei BPM bassi… poi ti parte il ritornello e ricordo esattamente perché sei lì.

Intimo.

Interno.

Stanchezza lucida.

Quella vera.

Ogni passo è una scelta.

E scelgo.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

Canto dentro.

Il palco.

Michael Stipe.

Le luci.

Il pubblico.

E per un attimo non corro.

Vivo.

Poi torno.

E corro.

Green Day – Basket Case

Sporco. Diretto. Finale.

Ultimo chilometro.

Niente eleganza.

Solo spinta. Aumenta il passo, alza il ritmo.

Si rientra.

Il parco.

L’asfalto.

La città.

Il mondo torna a stringersi.

La metropolitana torna nei suoi tunnel.

Ma io no.

Io allargo.

Spingi.

1000 metri.

Chiudi.

Respiro corto.

Gambe pesanti ma presenti.

E questo basta.

Rallento.

Non mi fermo.

Mai fermarsi subito.

È come dopo il traguardo: cammini. Assorbi. Respiri.

Il cuore scende.

Un tempo avrei guardato il cronometro; oggi lo lascio fare. Segna lui, in silenzio, per memoria più che per importanza.

Il mondo torna normale.

Ma non è davvero lo stesso.

Perché io non sono lo stesso.

Gli alberi sono identici.

Le strade.

Il cielo.

Io invece anche se tornato al punto di partenza sono arrivato da qualche parte.

Non è un traguardo con uno striscione, non c’è pubblico a bordo strada che immortala il momento.

E nessuno, guardandomi, può vederlo.

Ma lo so io.

Lo sente il respiro che torna lungo, lo raccontano le gambe che rallentano ma non cedono, lo custodisce il battito che pian piano scende.

Ora si chiude, davvero.

Non di colpo, mai di colpo.

Il corpo va accompagnato, rispettato, riportato a terra come si fa con qualcosa di prezioso.

“Torre di controllo chiedo autorizzazione all’atterraggio”.

Rallento ancora, poi mi fermo.

Allungo.

Quadricipiti.

Polpacci.

Schiena.

Ogni gesto è lento, pieno, consapevole.

Non è solo stretching.

È un ringraziamento.

Alle gambe che hanno spinto.

Al cuore che ha tenuto il ritmo.

Allo sguardo che è rimasto avanti anche quando la fatica bussava forte.

Alla testa che ha preso ogni scricchiolio, l’ha guardato in faccia senza paura e lo ha ridotto a rumore di fondo.

L’ha trasformato in qualcosa da attraversare ma mai abbastanza forte da fermarmi.

Resto qualche secondo in più su ogni tirata come se stessi salutando uno a uno i protagonisti di questa corsa invisibile.

Poi la doccia, l’acqua che scorre e porta via la stanchezza, la polvere, il rumore.

Resta solo una calma buona, piena.

E domani?

Domani si torna sulla linea.

E si riparte.

Non prima di aver restituito dignità al sedile della Business Class, vittima collaterale di una crisi gastrica in alta quota.

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