Se c’è la vita com’è? Cos’è? (storia di Vincenzina e la Fabbrica)
Immagina Vincenzina. sì… ma immagina e ascolta me.
Perché io sono La Fabbrica.
Eh già, non proprio una bellezza, lo so… ma qualcuno dovrà pur raccontarla ‘sta storia, no?
Bene: “Sta sù de dòss e molla giò che continui”.
Non è un nome a caso, Vincenzina.
Ne ho viste passare tante con quel nome lì o simile: Antonietta, Maria, Rosa, Addolorata, Teresa, Giuseppina, Francesca… tutte uguali anche se tutte diverse.
Piccole, piegate fin dalla nascita e con la stessa ombra attaccata alle scarpe.
E i sogni, eh… quelli si che pesano… più della dote cucito dalla mamma e poi conservato nel baule quando le figlie erano ancora un pensiero.
Arrivavano tutte col treno.
Un treno lungo, rumoroso: tacatàc, tacatàc, tu tuuuuuu… e le lasciava direttamente davanti al mio cancello.
Quel treno portava via tutto: casa, odori, voci.
Ma dentro di loro faceva di più: portava via anche un pezzo di te, pardon, di loro.
Anzi: un pezzo rimaneva a ca’ tua.
Io li conosco sti posti da dove vengono anche se non ci sono mai stata, perché dentro di me le sentivo parlare.
Piccoli paesi. Vicoli talmente stretti che uno dice “permesso” e intanto si è già toccato dentro ed ha pestato un pomodoro messo ad asciugare per terra.
Muri in tufo crepati con quel colore che non si decide: bianco? giallo? boh…
Le porte sempre aperte.
Tutto il paese è una sola grande stanza: dormi lì, mangi lì, cucini lì, ami lì, litighi lì… tutto lì.
E da una finestra, una radio.
Le voci che rimbalzano: “Oh, Mariiii!”, “Mo vengh!”, con la bacinella dei panni in testa.
I lenzuoli bianchi tra una casa e l’altra, come vele: se tirava vento ti sembrava di essere al mare senza mare, anche se eri in collina.
I bambini stampano le ginocchia sul porfido: timbro secco!
Non c’è tempo per piangere e se a casa dici qualcosa te tà anca dò sberlon.
La palla scappa via, loro dietro. Gol nel portone della vedova all’angolo.
Qualcuno per festeggiare vede la scena e ti aggiusta la testa con un bel sberlon (manch minga mai).
Le strade salgono, scendono.
Salgono, scendono di nuovo… e poi a un certo punto si perdono.
Via. Non nel senso di strada. Proprio sparite.
Rimangono solo le fontanelle, ferme, immobili, che fan finta di niente.
E le fontanelle tengono i segreti.
Stanno zitte e ti guardano come le vecchie signore al parco che hanno già capito anche quello che non hai ancora combinato.
Ti fanno solo un mezzo sorriso, come per dire: “Va ben, neh… se vedum dopo”.
Sotto i pini… l’ombra che mica è fresca, no.
Sa di caldo pure quella.
Al bar c’era la televisione in bianco e nero che tremava ma negli occhi della gente i colori passavano prima dal cuore e poi salivano alla testa.
Una specie di miracolo: illusioni, speranze… roba seria.
Qualcuno, davanti alla reclame della lavatrice ha pianto.
Il Canzoniere, Mille Luci, Little Tony, Mina, Claudio Villa, Giorgio Gaber, Gianni Morandi, Enzo Jannacci, Rita Pavone…
E se dovevi esagerare con le fantasie anche la Fiat 850; quella era già roba de quei che i ga i dané, mìa gent disgraziada.
Dentro quei vicoli scorre tutta la vita.
E la radio? Sempre accesa. Sempre.
Io non li ho mai visti sti paesi ma li sento addosso attraverso di loro.
Perché Vincenzina viene da lì.
E poi arriva qui.
Perché a un certo punto anche il posto più bello diventa stretto.
Non brutto. No. Mai brutto.
Ma stretto.
Che il mondo fuori chiamava: “Ohé, vieni un po’ a vedere”.
E se vedi… rimani fregato.
Vincenzina non poteva partire da sola.
Che lì le cose si fanno per bene: l’onore è l’onore, non lo lasci mica giù alla stazione.
Si partiva con la famiglia, coi parenti o con quel marito appena sposato… che lo guardavi e pensavi: “Mah… questo chi è?”
Uno che veniva dai campi con le mani già segnate e però diceva: “No no, in città è meglio, vedrai”.
Era convinto, ma proprio tanto, che quelle mani pulite di terra… proprio no.
Unte di grasso, impiastricciate di calce, col fumo addosso e tutto quel casino del Nord, valessero di più.
Così, senza discussioni.
Deciso!
E lei lì, vicino, che annuiva piano: un po’ per crederci, un po’ perché ormai le valigie erano fatte.
Dal Sud, dal Nord Est, dalle campagne, dalla bassa, dall’alta che non sapeva di essere alta ma si sentiva bassa lo stesso, dai paesi dove erano rimaste solo le promesse della Democrazia Cristiana e qualche volantino del PCI.
E questo è l’inizio della nostra storia.
Io sono Milano, sì… ma soprattutto sono io: La Fabbrica.
La Fabbrica. L’ho già detto? L’ho già detto!
Ma non è che se lo ripeti diventa più chiaro. “Fa el brav, va là”.
Niente castelli, niente magia.
Ferro, vetro sporco, muri neri di fuliggine, palazzi alti, tram gialli che sferragliano.
“Ammazza che roba”, diresti.
Abbiamo anche la nebbia che ormai non c’è più come prima ma la racconto lo stesso perché il Roberto, dall’altra parte, ci giocava a San Siro.
Magari ti aspettavi qualcosa di più bello, più lucente.
Ah ecco.
Abbiamo la Madunina per i miracoli.
Il Milan la domenica per tirare avanti.
L’Idroscalo, quando fa caldo, che almeno lì si respira.
C’abbiamo anche la Veronica in via Canonica… ma no sta mìa a chieder, neh.
Ma conta di più quello che tengo dentro.
Dentro la mia pancia ci sono le vite delle persone.
Ogni mattina, quando ancora il cielo deve nascere, io li sento arrivare come le formiche.
Tanti. Troppi.
Centinaia, migliaia.
Ogni passo una storia.
E un giorno arriva lei.
La vidi subito.
Non perché fosse diversa, ma perché aveva uno sguardo pieno di paura e di sogni grandi.
Guardava il mio cancello ed era già dentro.
“Se entro qui”, pensava, “la mia vita cambia”.
Speranza, paura.
E io avrei voluto dirle: “Oh bella, no gh’avé fretta, no sping. Guarda che qui si fatica… non sono mica un prodigio”.
Ma le fabbriche non parlano.
O almeno… non così.
Che periodo! In quel periodo i padroni parlavano solo di una cosa: progresso.
Il progresso era come una promessa per gli operai.
Diceva: il mondo sta cambiando, tutto andrà meglio.
Le città crescevano, le strade si allungavano, le macchine riempivano le piazze.
E io, La Fabbrica, ero al centro di tutto questo.
Io davo.
Lavoro. Soldi. Una possibilità.
Ma prendevo anche.
Il tempo.
Me lo prendevo piano, senza far rumore.
Li ricordo benissimo quei turni: le giornate erano lunghe come i Navigli d’inverno.
Sopra il ghiaccio sembra tutto fermo mentre sotto lentamente continua a scorrere.
La loro giovinezza la mettevo via come il vestito buono della domenica quando la domenica non viene mai.
Questo è il miracolo economico che ti resta appiccicato addosso.
La sera, finito di lavorare?
Tutti un po’ uguali e tutto un po’ uguale: stessa pasta e fagioli, stessa stanchezza, stesso tram.
Stesse facce al bar, stessi discorsi da niente, che poi non cambia niente, però li rifai.
Il primo giorno di fabbrica di Vincenzina ce l’ho ancora lì davanti.
Muoveva le mani impacciata, guardava le altre per capire cosa fare.
“Così? Così?”
Poi impara.
Tutti imparano.
Imparano perché devono.
Mica ci piace davvero.
Che lì dentro non puoi sbagliare.
Fai un passo storto e il capo turno ti arriva subito addosso.
Quello fa finta di niente, gira tra i banchi, si guarda intorno… sembra che pensi ad altro.
Invece no.
Ti tiene d’occhio.
Come lavori, come tieni le mani, anche quando credi che non guardi.
E poi, senza farsi vedere, giù l’occhio alle caviglie sotto il camice blu.
Così, di nascosto.
Eppure, nonostante tutto, sai una cosa?
Vincenzina mi vuole bene da subito.
A me.
La sento la sera, quando esce stanca morta ma si tiene ancora un pensiero buono, come quel biscotto messo da parte per il viaggio a casa sul tram sempre in ritardo.
“Domani torno”, sembrava dire.
“Ma indoe voeuri ndà? Mi son semper chì!”, le dicevo.
E allora io, che sono La Fabbrica, che di rumori ne capisco tanto ma di queste cose un po’ meno, mi chiedevo:
“Come puoi volermi bene se ti rubo così tanto?”
L’ho capito dopo.
Ma molto dopo: diciamo al dodicesimo dito perso sotto la macchina, quando il ferro ti prende a tradimento e ti lascia lì a contare quelli che restano.
Per un attimo li sento pensare: “Porco d’un boia che vita che manco un cane”.
Lo dicono nel loro dialetto, che io non lo conosco mica però il senso me lo immagino.
È un pensiero che passa veloce come una bestemmia strozzata perché qui non c’è tempo per tenerla lunga.
Ma si consolano quando incontrano uno senza la mano intera che gli tiene la porta e sorridendo gli dice: “Prego si accomodi”.
Così, come se niente fosse.
Che poi è il modo più serio per dire: “Io sono ancora qui”… anche se non intero.
E allora ridono e piangono.
Come quello lì, che non sa se ridere o piangere e intanto ride, ma piano, che qui un motivo per piangere c’è sempre: basta girarsi un attimo.
“Ancora ventisette turni e mi compro la lavatrice”, dice ridendo ma non troppo.
Che sembra niente, una roba da poco, ma per lui è come dire: mi porto a casa un pezzettino di domani.
Era quello che piangeva davanti alla reclame.
Già.
Ora mi è chiarissimo.
Io sono il presente e il futuro, messi insieme un po’ mischiati.
Un ottimismo così… mezzo sgualcito, venuto male, ma sempre lui.
E tra un dito, una mano, lacrime e risate, Milano cresce.
Ma mica uguale per tutti.
Quella è la democrazia, che è un’altra cosa e qui non c’entra.
La democrazia è da ricchi.
Qui c’è chi va veloce, chi resta indietro, chi muore.
C’è chi festeggia, chi divide ancora il bagno e chi il bagno continua ad averlo nel cortile che ci tocca andare giù anche col freddo.
In mezzo al casino, Vincenzina cambia.
Diventa più forte, più dura.
Trova il coraggio di togliersi il foulard.
Capisce che non è come pensava ma non smette di lottare.
Mai.
E questo conta.
Sui giornali la chiamano progresso, ma la gente legge cambiamento… oh, che paroloni.
Erano i Sessanta, sì… quelli che cambiava tutto, ogni minuto una roba nuova…
Più cambiamenti che cambi di mutande, guarda… che uno usciva la mattina con un’idea e la sera tornava che non la riconosceva più.
Gli operai, quelli che lavoravano dentro di me, cominciavano a fermarsi, a uscire in gruppo, a camminare insieme.
Facevano cortei.
Gridavano.
Chiedevano diritti.
“Vogliamo vivere meglio”, gridano.
Mica per fare casino.
Per dire: “Oh, esistiamo”.
Io ascolto.
Sempre.
Vincenzina guarda.
Capisce a metà, ma sente tutto.
E lì, la vita si incasina un po’.
Amori, gelosie, l’affitto.
Non è mai tutto chiaro.
E qualcuno, tipo Enzo, guarda.
Ascolta.
Raccoglie questi frammenti di vita e li trasforma in canzoni.
Perché la vita è lì: nei dettagli di quei piccoli pezzi che sembrano grigi, ma che se li guardi bene bene controluce… hanno pure del colore.
E quella frase che mi riguarda me fa un po’ girà i ball:
“Vincenzina vuol bene alla fabbrica e non sa che la vita giù in fabbrica non c’è… com’è, cos’è?”
Beppe Viola che quella frase l’ha scritta sa che la vita c’è.
Eccome se c’è.
Solo che ‘sta vita gioca a nascondino.
E quando si nasconde, loro la tirano fuori con una risata, una bestemmia, un “prego si accomodi” detto da uno senza mano.
Eh eh… baloss.
È lui che ha scritto la canzone con Enzo e si sente: dove Enzo metteva il cuore, Beppe ci infilava la lama.
Il vero senso è in quel “com’è, cos’è?” che non è una domanda, no.
È un buffetìn ruvido come una carezza: un “svegliati pirla, che la fabbrica ti mangia il fegato e poi ti sputa”.
Perché la vita resta lì, un po’ schiacciata tra una sirena e quell’altra che ti fanno il tempo al posto tuo.
Anche se è spelacchiata.
Anche se si perde dei pezzi per strada: dita, sogni, cose così.
E la tieni insieme come puoi: con lo spago, con due nodi fatti male che però tengono.
E allora capisci che quella carezza che graffia poteva venire solo da loro due insieme: uno che ti abbraccia e l’altro che ti dice la verità offrendoti un bicchiere di rosso.
E poi bussa alle porte pure Mario Monicelli che non fa il regista: fa il testimone di nozze.
Guarda questa storia e dice: “Eh, ma questa è l’Italia”.
Ci mette dentro tutto quello che vedeva quando passava dalle mie parti: Ugo con la faccia stanca, Ornella con quegli occhi che sembrano sempre sul punto di scappare, Michele diavolo tentatore, le case popolari che odorano di minestrone, la gelosia che diventa politica.
In “Romanzo Popolare” lui racconta me. Racconta loro. Racconta Milano: buona e cinica insieme.
Che ti vuole bene ma non te lo dice mai in faccia e lo fa a modo suo.
Ti lascia delle briciole di pane lungo il percorso per non farti morire di fame… ma ti lascia sempre con un po’ di fame.
Passano gli anni e io sono ancora qui.
Diversa anche io, ma ci sono.
Se ascolto sento ancora i loro passi.
E sento anche lei.
E sai cosa penso di tutto questo ambaradan?
Che è come il caffè al Bar della stazione, pieno di gente.
Arrivi di corsa: “Me lo fa macchiato?”
“Sì sì…”
E ti arriva lungo, brodoso.
Guardi in faccia il barista che si è alzato alle quattro e mezza di mattina.
Fai finta di niente, lo assaggi ma piano, così per prova.
Non è quello che volevi.
Però… non è neanche da buttare.
E allora, alla fine, con quella faccia di uno che ha fretta, te lo bevi lo stesso.
Che tanto è solo diverso… e magari ti va giù pure meglio.
Io, La Fabbrica, sono come quel bar.
E continuo così: lentamente, a vivere le vite degli altri sbagliando qualche caffè che bevono lo stesso.
Tütt i va e vegn senza far troppo rumore che quasi non li senti arrivare.
E anche quando sono andati via… in realtà non se ne vanno mica davvero.
Restano dentro di me.
Me le tengo addosso tutte ‘ste vite, una sopra l’altra.
E loro, piano piano, si sistemano.
Mettono su casa, finalmente con bagno privato dentro.
E senza saperlo, ma proprio senza accorgersene, diventano pezzi di me.
Una voce.
Un gesto.
Una risata buttata lì… con quella fatica che non se ne va mai davvero.
E a furia di tenerli dentro, anche il mio milanese l’è diventatos menos milanes… eh eh!
Un po’ miscià, un po’ storto pure lui.
Che sento dire “belin”, “uè”, “mò”, “mè” … e il mio “sciur” si perde via pian pian tra tütt sti accènt.
E forse, senti qui, l’è propri questa la roba pü bella: che anche in mezzo a tutto questo miscuglio qualcosa rimane.
Che anche qui, dove pensi che non resta più niente, resta invece tutto.
Ma proprio tutto.
E, senza far storie… continuano a nascere delle storie da raccontare.
Dedicato a mia mamma e a mio papà che quel treno l’hanno preso davvero, mica per scelta, ma perché a un certo punto le valigie erano fatte.
Che sono saliti con pochissimo in mano e moltissimo dentro e che senza saperlo sono diventati più grandi di tutto sto tramestio.
E a te, Dottor Enzo Jannacci, che non ho mai potuto ascoltarti dal vivo per una questione di tempo e di anni (ci siamo sincronizzati male, sacranòn) ma che ti ho consumato, disco dopo disco.
Non erano i mal di pancia dei ricchi che ti interessavano, no… erano i raffreddori dell’anima dei poveri disgraziati.
Quelli che quando starnutiscono non c’è mai nessuno che ti dice “salute”.
E allora gli lasciavi lì un pensiero, una canzone… una roba piccola ma che faceva più effetto dell’aspirina.
E non li mollavi mica… no, mai da soli.
P.S.: “Vincenzina e la Fabbrica” io non ce la faccio ad ascoltarla.
Arriva piano piano e ogni volta mi scappa da dentro qualcosa, e finisce che piango, senza nemmeno aver deciso di piangere.
Enzo Jannacci - Vincenzina e la Fabbrica (versione 45 giri dal film del 1974) (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=JnOcRqrlHrg
Enzo Jannacci - Vincenzina e la Fabbrica (versione del 2011) (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=UDLO1ymvJ1c
Romanzo Popolare (film del 1974) (da Wikipedia): https://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_popolare
Beppe Viola (da Rai Cultura): https://www.raicultura.it/storia/accadde-oggi/Muore-Beppe-Viola-84ad12b2-09a6-47b6-b984-5ac89888064d.html
Beppe Viola (da Wikipedia): https://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Viola

