La torta di mele dello Zio Sam

È successo per caso, come spesso succedono le cose che poi ti fanno riflettere. Ero in viaggio, uno di quei tragitti lunghi in cui il paesaggio scorre senza davvero farsi guardare e la playlist andava avanti da sola pescando pezzi dimenticati in base ai tuoi ultimi ascolti. A un certo punto è riemersa una canzone che non ascoltavo da molto tempo, forse troppo.

A long, long time ago

I can still remember how that music used to make me smile.

La prima volta che l’ho ascoltata non ho capito nulla. Avevo tredici anni, la radio nuova a transistor sempre accesa sulla scrivania e una fame di storie che arrivavano da mondi lontani e sconosciuti. Non avevo una cultura musicale, non sapevo distinguere il folk dal rock progressivo ma intuivo che la musica fosse una porta capace di introdurmi in qualcosa molto più grande di me.

Quel giorno American Pie entrò nella mia stanza senza bussare rompendo il flusso delle canzonette estive di fine anni ‘80. Non sapevo cosa stessi ascoltando, non conoscevo Don McLean e tantomeno cosa ci fosse dietro quella ballata folk-rock ma fin dai primi secondi capii che non era una traccia come le altre. Aveva un passo lento, quasi esitante, guidato da un pianoforte intimo e nostalgico come se la voce avesse bisogno di raccogliere il fiato prima di confessare qualcosa di epocale. Era una canzone che nonostante i suoi scarti improvvisi non correva (e sì, sembra un paradosso): camminava. E io, senza nemmeno rendermene conto, finii per camminare con lei, passo dopo passo, come se mi avesse preso sotto braccio e detto: “Vieni come e affacciamoci una chiacchierata confidenziale”.

All’inizio non capivo perché mi colpisse così tanto. Era lunga, lunghissima: i suoi otto minuti e mezzo erano una creatura fuori scala, un’anomalia assoluta in un’epoca in cui le radio vivevano dentro la gabbia dei 45 giri e le canzoni troncate a tre minuti. In un mondo musicale costruito su formati rigidi, su brani che dovevano arrivare dritti al punto e sparire prima che l’ascoltatore cambiasse frequenza quella ballata sembrava un gigante che si prendeva tutto il tempo del mondo, incurante delle regole, delle mode, delle aspettative.

Non aveva il ritornello immediato o i riff accattivanti delle hit del momento; cresceva piano con la solennità delle storie che non hanno bisogno di dimostrare nulla. Io non avevo gli strumenti culturali per interpretarla ma sentivo che in quel testo da decifrare c’era un peso, un’ombra, una malinconia intergenerazionale che non avevo mai incontrato prima.

Molti anni dopo capii che American Pie non è solo una canzone: è una strada. Una strada polverosa, una Route 66 della memoria che attraversa vent’anni di storia e contraddizioni americane. È un viaggio in auto con il finestrino abbassato, l’aria calda che entra e porta con sé odori di benzina, di asfalto rovente e di sogni infranti. Quando parte ho sempre la sensazione che Don McLean si sieda sul sedile accanto non come una popstar ma come un uomo qualunque, un bardo folker che ha deciso di raccontarci la storia delle storie: quella dell’America che cresce, sbaglia, si illude, cade e (forse) faticosamente si rialza.

E più passano gli anni più mi accorgo che quella sensazione di ipnosi non è mai svanita. Ogni volta che la riascolto è come se la melodia mi dicesse: “Siediti, devo raccontarti di nuovo tutto da capo”. E io mi siedo perché so che non sarà mai lo stesso racconto. Ogni ascolto aggiunge un dettaglio storico, un colore timbrico, un significato sociologico che prima mi era sfuggito e che rende tutto diverso, il contrario di ciò che sembrava. Eppure il testo e la melodia restano immutati, identici… senza esserlo mai davvero.

Per chi mastica un po’ di arte, è come guardare “L’Isola dei Morti” (1880 – 1886) di Arnold Böcklin: un’immagine che sembra immobile e invece cambia ogni volta che la guardi. Dipinta in cinque versioni diverse, anche se l’immagine dovrebbe essere identica, non lo è mai. Guardarla in stagioni diverse, in momenti diversi, con stati d’animo diversi, significa vedere un’altra isola, un’altra luce, un altro presagio. A volte è un approdo, altre un addio. A volte inquieta, altre consola. È un quadro che non si lascia fissare: ti osserva mentre lo osservi e cambia con te. Questa è American Pie.

La voce di McLean non è quella di un narratore saccente o di un attivista. È quella di un amico che parla a cuore aperto, senza difese o filtri intellettuali. E la storia che mette in scena non è quella patinata dei presidenti di Washington o dei grattacieli di New York; è l’America profonda delle strade secondarie, dei diner provinciali aperti tutta la notte sotto i neon sbiaditi, dei campi di mais del Midwest che ondeggiano come un mare dorato. È l’America genuina dei ragazzi che ballano il rockabilly nei garage, delle prime chitarre elettriche economiche e delle speranze che si consumano piano piano.

Il titolo stesso sembra evocare un’immagine rassicurante e patriottica: la “Apple Pie, simbolo per eccellenza del focolare domestico e dell'autenticità statunitense ("as American as Apple Pie"). Ma McLean non parla davvero di dolci. Dietro quel binomio si nasconde il funerale silenzioso di un’età dell’oro ormai svanita. È una metafora pura che brucia sotto la superficie: la nostalgia ostinata di un’America sognata che continua a esistere soltanto nei ricordi d’infanzia, nei solchi consumati dei vecchi vinili e nell’eco lontana di un sogno americano ingenuo e autentico, ben prima che si trasformasse nell’arrogante arrivismo degli anni Ottanta.

E quando la narrazione arriva alla data fatidica del 3 febbraio 1959 la canzone cambia improvvisamente colore flettendosi in una tonalità minore. Il cielo sopra Clear Lake, in Iowa, diventa un sipario scuro, un presagio di sventura. Un piccolo aereo da turismo, un Beechcraft Bonanza, precipita durante una tempesta di neve in un campo gelato. A bordo ci sono tre pionieri assoluti: Buddy Holly con i suoi occhiali spessi e la sua Fender Stratocaster, il giovanissimo Ritchie Valens di La Bamba e J.P. "The Big Bopper" Richardson. Tre nomi che per milioni di adolescenti degli anni '50 rappresentavano la promessa di un mondo nuovo, libero e ribelle.

Per il giovane Don McLean, che all'epoca ha tredici anni e consegna i giornali porta a porta la mattina presto, leggere quella notizia stampata sulla prima pagina è un colpo dritto al petto. Non si tratta solo della morte fisica di tre musicisti di talento: è la fine traumatica dei sogni adolescenziali. È come se qualcuno avesse spento bruscamente la luce che illuminava l'ottimismo del dopoguerra. Quando McLean intona il celebre verso "the day the music died" non piange solo la scomparsa di un genere: piange la morte di un modo pulito e fiducioso di guardare il futuro.

Negli anni ’50 il rock’n’roll delle origini era stato una rivoluzione gentile, un collante generazionale che aveva unito i giovani, acceso i primi sogni di emancipazione e dato voce a una nuova classe sociale: li chiamiamo teenagers proprio grazie all’esplosione culturale che quel suono scatenò, trasformando per la prima volta i ragazzi in un gruppo con identità, linguaggio e desideri propri. Un esempio? Il termine grease, reso celebre dal film Grease, affonda le sue radici proprio qui: nella brillantina che i ragazzi usavano per tenere i capelli all’indietro, lucidi e leggermente unti, quasi scolpiti nella luce. Un dettaglio di stile che diventava immediatamente riconoscibile, fino a trasformarsi in un segno di appartenenza, in una piccola bandiera silenziosa.

Poi, però, arrivano gli anni ’60 come una tempesta geopolitica e culturale destabilizzante: la guerra del Vietnam, le sanguinose tensioni razziali per i diritti civili, gli assassinii politici di JFK e Martin Luther King, e le proteste di piazza. La musica perde la sua spensieratezza e si fa cupa, psichedelica, inquieta e (fin troppo) politicizzata.

McLean osserva questa transizione traumatica dall'alto del suo background folk e quando scrive il brano nel 1971 sente che qualcosa nello spirito collettivo si è spezzato per sempre. Allora la canzone si trasforma in un viaggio simbolico e criptico, lontano dalle rigide e didascaliche allegorie scolastiche. Diventa un flusso di coscienza per immagini, un sogno lucido dove ogni figura evocata è contemporaneamente un personaggio reale e un archetipo culturale.

Nascosto nel testo emerge un "re" che richiama inevitabilmente Elvis Presley, non perché McLean voglia farne una biografia ma perché Elvis è stato il sovrano assoluto di un’era che ha incendiato i cuori dei giovani con il movimento delle anche per poi consumarsi nel servizio militare e nei contratti hollywoodiani.

Accanto a lui si delinea una “regina”, una presenza ambigua ma potente in cui molti hanno riconosciuto Joan Baez o Connie Francis, ma che, con ogni probabilità, incarna qualcosa di più vasto: l’America stessa.

Poi arriva il "giullare" (the Jester), che ride e recita i suoi versi con il volto e la giacca di velluto di Bob Dylan, un uomo venuto dal Minnesota che ha cambiato per sempre le regole del gioco sostituendo il re, armato solo di una chitarra acustica, un'armonica e una manciata di parole taglienti come pietre

Poco più avanti prende forma, senza mai essere nominato apertamente, un quartetto che attraversa la storia e le classifiche come un vento rivoluzionario: i Beatles, assenti solo in apparenza ma chiaramente evocati con il loro Sgt. Pepper’s.

E lungo questa strada sospesa nel caldo che promette rivelazioni e conduce silenziosamente verso una verità sempre sfuggente emergono anche le ombre di James Dean, dei Byrds e della “ragazza che canta il blues” (Girl Who Sang the Blues), ovvero Janis Joplin, scomparsa nel 1970, un anno prima.

Mentre questo carosello di figure iconiche scorre davanti agli occhi, la canzone si popola di scene corali che sembrano dipinte su tela più che descritte a parole. C'è una danza generazionale che si interrompe all’improvviso nel buio come se la musica e le vecchie canzoni d'amore non riuscissero più a sostenere il peso politico del mondo reale. C'è un fuoco che brucia e trasforma le piazze simbolo della rabbia giovanile, dei disordini urbani e del cambiamento radicale.

Si sentono le campane di una chiesa che suonano a morto, un addio non solo ai tre musicisti caduti in Iowa ma a tutta l'innocenza collettiva di una generazione. Appare poi un campo immenso che ricorda l'utopia di Woodstock del 1969: un sogno di pace, amore e musica condiviso per tre giorni nel fango che dura un attimo e poi svanisce all'alba della nuova decade. E infine un treno, il “Metroliner” o il treno del progresso che attraversa l'intero paesaggio portando con sé la modernità tecnologica, la velocità industriale che travolge le vecchie ballate acustiche e non aspetta più nessuno.

Il vero punto di rottura spirituale e storico della narrazione si consuma a dicembre del 1969 ad Altamont. Quel festival gratuito, che doveva essere la "Woodstock dell'Ovest" e una grande festa di fine decennio, si trasforma in una tragedia violenta sotto gli occhi dei Rolling Stones complice la gestione folle della sicurezza affidata agli “Hells Angels” (solo il nome rappresenta un ossimoro): muore un ragazzo. È in quel momento preciso che molti giovani capiscono che l'utopia hippy e l'illusione della “Summer of Love sono finite per sempre, macchiate di sangue.

Anche per McLean quel tragico evento è la conferma definitiva: l’America ha perso definitivamente la sua purezza. Da quel momento in poi il racconto musicale procede con immagini sempre più cupe e sature: la musica che non ha più il potere sciamanico di salvare le anime, la danza che si trasforma in scontro fisico e violenza metropolitana, la speranza della “Counterculture” che si spegne nei primi anni '70. E su tutto questo naufragio culturale ritorna quel ritornello memorabile, quasi un mantra terapeutico, una preghiera laica e comunitaria che accompagna l’ascoltatore verso il tramonto con un bicchiere di whisky in mano e una malinconia esistenziale difficile da spiegare a parole.

Eppure, nonostante l'evocazione di una fine, la canzone non suona mai come una resa incondizionata al cinismo. È, al contrario, un modo fiero per dire: nonostante tutto, continuiamo a cantare. A dir il vero il testo resta volutamente attraversato da un fitto velo di mistero e di ermetismo lirico. Nel corso dei decenni Don McLean non ha mai voluto spiegare riga per riga il significato dei suoi versi. Ha preferito lasciare che le interpretazioni sociologiche e musicali si moltiplicassero liberamente facendo sì che ogni singolo ascoltatore trovasse il proprio riflesso e il proprio significato in quelle parole. Forse è proprio questo segreto custodito a rendere il brano eterno: non un enigma matematico da risolvere ma uno stato d'animo universale da condividere adatto per ogni stagione.

Dal punto di vista prettamente musicale, American Pie rappresenta un piccolo miracolo di arrangiamento e struttura. Sfidando ogni logica commerciale del mercato discografico del 1971, McLean riesce nel far pubblicare oltre otto minuti di racconto folk puro. La struttura narrativa si sviluppa con un crescendo dinamico straordinario: parte in modo sommesso e confessionale, solo voce e pianoforte, per poi esplodere con l'ingresso della chitarra acustica e della sezione ritmica, trainata da un ritornello che ritorna ciclicamente come un rito catartico collettivo.

La melodia si muove continuamente tra malinconia e l’energia trascinante del rock, richiamando l’atmosfera sospesa di una festa di paese in bilico tra la gioia e la fine imminente della giornata. La strumentazione, curata dal produttore Ed Freeman, è essenziale ma estremamente evocativa: il pianoforte guida il racconto con discrezione, la batteria accompagna senza mai invadere, i cori, soprattutto nel finale, ampliano il respiro del brano e ne amplificano l’intensità emotiva. Il risultato è sorprendente: una marcia funebre collettiva mascherata da festa popolare, un commiato dolceamaro a un’intera epoca, cantato con un sorriso velato di nostalgia.

A conti fatti questo brano è il romanzo di una intera generazione americana in forma di canzone. Quella generazione nata negli anni ’40 che ha visto nascere il rock’n’roll, ha creduto ciecamente nella rivoluzione culturale, ha sperato nella costruzione di un mondo pacifista e alternativo e ha poi dovuto assistere all'incrinarsi e al fallimento di quel grande sogno collettivo.

La grandezza di McLean sta nel fatto che non giudica dall'alto di una cattedra e non lancia accuse moralistiche contro i cambiamenti dei tempi; si limita a raccontare l'evoluzione del costume con la sensibilità del testimone oculare. E in quel racconto corale c’è una dolcezza profonda, una malinconia che non scade mai nella disperazione ma si eleva a consapevolezza storica. L’ultima strofa suona come un tramonto definitivo: un uomo rimasto solo che guarda la musica allontanarsi all'orizzonte come una vecchia amica d'infanzia. Senza rabbia, solo con un profondo senso di gratitudine. Perché, anche se la musica delle origini è cambiata ed è svanita, ha lasciato dietro di sé qualcosa di immenso: ha insegnato a una generazione a sognare, a credere nell'impossibile e a restare disperatamente vivi.

Molti anni dopo, all’inizio degli anni Duemila (nel marzo del 2000), arriva la reinterpretazione planetaria di Madonna. La sua versione, prodotta insieme al pioniere dell'elettronica William Orbit, non si configura come un semplice ed enciclopedico remake nostalgico: si tratta di un vero e proprio gesto culturale e pop. Madonna prende la cattedrale folk di American Pie e la sradica dal suo contesto originale per trapiantarla in un altro tempo storico, in un’altra estetica visiva e in un’altra velocità tecnologica.

La popstar riduce drasticamente la durata del brano eliminando diverse strofe storiche e la riveste di sonorità dance-pop e sfumature elettroniche anni Duemila rendendola più breve, luminosa, radiofonica e ballabile nei club di tutto il mondo. Ma questa operazione commerciale non svuota il nucleo emotivo del pezzo: lo trasforma radicalmente. È come se Madonna, attraverso i sintetizzatori volesse lanciare un messaggio preciso: quella complessa storia di perdita e cambiamento non appartiene esclusivamente ai figli degli anni ’50 e ’60 ma può parlare anche alle nuove generazioni cresciute tra i videoclip di MTV, i campionatori digitali e la nascente globalizzazione del nuovo millennio. La sua voce non cerca l'imitazione del calore folk di McLean: lo attraversa con distacco pop, portando quel mito direttamente nel presente e rendendolo nuovamente accessibile e vivo.

All'epoca della sua pubblicazione molti critici musicali integralisti storsero il naso di fronte a quella versione così ritmata e sintetizzata accusandola di aver profanato un testo sacro della tradizione cantautorale americana. Ma Madonna, mossa dal suo infallibile istinto pop, aveva intuito una verità fondamentale: American Pie non è un monumento museale di marmo da lasciare immobile e intoccabile sotto la polvere della storia bensì un organismo artistico vivo e flessibile. E le canzoni davvero monumentali non si rompono affatto se le tocchi o le reinterpreti: al contrario, si rivelano sotto luci nuove, dimostrando la loro assoluta immortalità formale.

E così, quando anche l'ultima nota di American Pie sfuma nel silenzio non resta il vuoto. Resta un’eco persistente nelle orecchie. Un ricordo vivido. Una promessa di ritorno perché, in fin dei conti, questa ballata parla intimamente di tutti noi, indipendentemente dalla nostra nazionalità. Parla di tutto ciò che inevitabilmente perdiamo durante il percorso traumatico del crescere. È una canzone che racconta magistralmente la trasformazione sociopolitica dell’America, certo, ma su un piano più universale racconta l’infanzia di ognuno, il potere terapeutico della memoria e lo scorrere inesorabile del tempo. Un viaggio emotivo che ogni singolo ascoltatore riconosce come proprio anche senza aver mai calpestato il suolo americano o vissuto quegli anni di piombo e di sogni.

E forse, guardando le cose a ritroso, Don McLean si è profondamente sbagliato nel suo nucleo pessimistico. Quel tragico “the music died” gridato al microfono non ha rappresentato affatto la fine definitiva di tutto l’universo musicale. Forse, con quella frase, il cantautore voleva semplicemente dire che in quel campo gelato dell’Iowa era morto soltanto un certo modo ingenuo, puro e pionieristico di fare e intendere la musica. Perché la musica autentica, quella che continua a parlare alla gente in modo limpido, quella che arriva dritta allo stomaco senza bisogno di filtri commerciali, quella che ha la forza della verità e non ha alcun bisogno di urlare per farsi valere… quella musica lì, statene certi, non morirà mai. Nemmeno adesso, in un’epoca in cui qualcuno sembra convinto che basti alzare la voce, sventolare qualche simbolo e battere i pugni sul tavolo per decidere cos’è “vero” e cos’è “giusto”. Ma tranquilli: dicono che sia tutto perfettamente normale. Anche quando si stona nonostante l’Auto-Tune.

Per ascoltare American Pie di Don McLean con il testo (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=Z13vOA7s0FI

Per ascoltare American Pie di Madonna con il testo (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=foo-LXR30Pc

Chi era Buddy Holly? Scoprilo qui (da You Tube): https://www.youtube.com/watch?v=QjFRHIhSvwc&list=RDEM9WObaRMwPg1EKrtZxhWQ2w&start_radio=1

Chi era Ritchie Valens? Scoprilo qui (da You Tube): https://www.youtube.com/watch?v=hto-UMuYkwk

Chi era J.P. "The Big Bopper" Richardson? Scoprilo qui (da You Tube): https://www.youtube.com/watch?v=4b-by5e4saI

Personale omaggio a Janis Joplin (da You Tube): https://www.youtube.com/watch?v=xRhHdFRFBAs

Per vedere “l’Isola dei Morti” nelle sue 5 versioni - Arnold Böcklin (da Wikipedia): https://it.wikipedia.org/wiki/L%27isola_dei_morti_(B%C3%B6cklin)

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