Suspicious Minds: Elvis, il karate e Las Vegas
Che Elvis sia il Re è un dato di fatto, come la gravità o le tasse. Non serve nemmeno perderci tempo a discuterne. Ma se dovessi portare una sola prova per sostenere questa tesi citerei Suspicious Minds. Una canzone così sfacciatamente perfetta che ogni ascolto mi manda letteralmente fuori di testa.
Ma attenzione.
Non mi riferisco alla versione in studio, quella elegante e trattenuta da 117 battiti al minuto. Parlo della versione “live in Las Vegas 1970”, quella che in tre minuti spiega da sola perché Elvis fosse chiamato "The King" e che corre a circa 145 battiti al minuto. Sul palco occupa ogni centimetro con una naturalezza quasi imbarazzante: dirige un'orchestra di trenta elementi, due gruppi vocali e una band di cinque musicisti come se stesse raccontando una storiella al bancone di un bar. Con la piccola differenza che il bar contiene duemila persone, ha un'insegna luminosa grande come un condominio di trenta piani e, per entrare, conveniva prenotare mesi prima o alloggiare direttamente in hotel con il pacchetto spettacolo. I drink, naturalmente, esclusi.
La cosa buffa, prima di tutto, è che la canzone non è nemmeno sua. L'ha scritta un tale che si chiamava Francis Zambon, texano, ma che tutti conoscono con il nome d'arte di Mark James, quello con cui è entrato pure nella Nashville Songwriters Hall of Fame insieme a un altro paio di classici che ha scritto per Elvis, tra cui Always on My Mind. Nel 1968 James l'aveva già registrata con un arrangiamento più country, la voce accompagnata dalle Holladay Sisters, e il disco era finito dritto nel dimenticatoio, che è il destino più comune per i capolavori quando li canta la persona sbagliata al momento sbagliato. Il bello è che il testo non era nemmeno un esercizio di fantasia: James lo scrisse pensando alla propria vita, sposato ma ancora innamorato di un vecchio amore d'infanzia, con la moglie che, giustamente, cominciava a farsi qualche domanda. Tre persone incastrate in una trappola sentimentale da cui nessuno riusciva a uscire, per usare le sue stesse parole. Roba che oggi finirebbe dritta in un podcast sentimentale, all'epoca finì dentro una canzone.
Poi arriva Memphis, gennaio 1969, e qui la storia si fa quasi cinematografica. Elvis non registrava in quella città da tredici anni, da quando era ancora il ragazzo che improvvisava jam session con Johnny Cash, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis. Per intenderci era il leggendario Million Dollar Quartet. Tornarci dopo essere diventato una macchina da film e colonne sonore lo metteva a disagio: era un po' come tornare alle medie da adulti con i vecchi compagni di classe che ti ridono alle spalle. James, che nel frattempo si aggirava per lo studio pieno di curiosità morbosa, un giorno se lo trova davanti appoggiato a un pannello fonoassorbente e gli fa, più o meno così: "ehi Elvis, ho sentito che potresti incidere Suspicious Minds", ed Elvis gli risponde con quella nonchalance che solo lui poteva permettersi, "ehi Mark, ci sto pensando".
Falso. Già sapeva che l’avrebbe incisa.
La incidono tra le quattro e le sette del mattino del 23 gennaio, otto tentativi, tre ore di lavoro, e la versione finale che ascoltiamo oggi è in realtà un collage di tre prese vocali diverse cucite insieme, con Elvis che quella stessa notte si sovraincide pure da solo. Altro che autotune, qui si parlava di forbici, colla e nastro magnetico.
Durante quella sessione scoppia anche una lite furibonda sui diritti editoriali con l'entourage di Elvis e il colonnello Tom Parker (manager di Elvis, colonnello solo di nome: onorificenza conferita dal governatore della Louisiana Jimmie Davis) che pretende la fetta abituale del piatto del 15% sugli incassi e Mark James che invece tiene duro e non molla i diritti. Vince lui, la canzone resta sua, ed è forse la prima e ultima volta nella storia della musica in cui il colonnello Parker esce da una trattativa senza aver spennato qualcuno. Il pezzo appena esce nel Novembre del 1969 diventa la numero uno della Billboard restandoci una settimana. Diventa disco di platino con un milione di copie vendute solo negli Stati Uniti e la rivista Rolling Stone la mette anni dopo al 91esimo posto nella classifica delle cinquecento canzoni più belle di sempre. È anche, tecnicamente, l'ultimo numero uno della carriera di Elvis mentre era ancora vivo, cosa che rende tutto un filo malinconico.
C'è poi la storiella del finale finto. Nella versione originale mixata da Chips Moman il pezzo finiva troncato e stop. Poi il produttore RCA Felton Jarvis prese il nastro, se lo portò a Nashville e decise di armeggiarci sopra: aggiunse una dissolvenza che spegne la canzone per una decina di secondi per poi farla ripartire di colpo su un altro giro di ritornello. Un amico storico di Elvis, Marty Lacker, raccontò poi che secondo lui Jarvis avrebbe fatto meglio a lasciare stare e che quell'espediente poteva anche avere senso su un palco, come effetto teatrale, ma su un disco suonava semplicemente come un errore travestito da genialata. E infatti, guarda caso, dal vivo quel trucchetto diventa il marchio inconfondibile.
A Las Vegas, nell'estate del 1970 Elvis si esibisce all’Hotel International con migliaia di persone che sanno già cosa aspettarsi e restano comunque incollate alla sedia con il loro drink in mano e le tasche piene di fiches da giocarsi al casinò. E con il passare dei mesi comincia pure ad accelerare il tempo rispetto all'originale, non per capriccio artistico ma per un motivo molto più terra terra: gli serviva un ritmo più svelto per infilarci dentro le sue mosse di karate, disciplina che in quegli anni aveva preso a studiare con la stessa ossessione con cui altri collezionano francobolli.
Qui la storia si fa quasi comica se ci si pensa: il suo maestro di kenpo, Ed Parker, aveva cominciato a farsi vedere sempre più spesso dopo aver assistito a uno spettacolo di Elvis a Las Vegas proprio alla fine del 1969, e da lì in poi diventò anche una specie di guardia del corpo ufficiale, sempre tra il pubblico o dietro le quinte. Elvis, tanto per non fare mai le cose a metà, insegnò pure qualche mossa di karate al suo batterista Ronnie Tutt e al suo bassista Jerry Scheff, così che potessero anticipare i suoi movimenti sul palco e restare sincronizzati con lui invece che rincorrerlo a caso. Immaginate la scena: due session man navigati che oltre a suonare Suspicious Minds dovevano pure studiare kenpo per non farsi cogliere impreparati da un calcio rotante durante il ritornello; ovviamente tutto a ritmo di Rock & Roll.
Dietro di lui, quell'estate, suona la band che i fan avrebbero poi ribattezzato TCB, “Taking Care of Business”, con James Burton alla chitarra solista, Jerry Scheff al basso, Ronnie Tutt alla batteria e John Wilkinson alla ritmica: gente che veniva da giri come gli Everly Brothers e Ricky Nelson e che con Elvis trovò un feeling quasi telepatico fin dalla prima stretta di mano, come raccontò Burton stesso in un'intervista.
Accanto a loro le Sweet Inspirations, il gruppo vocale femminile guidato per anni da Cissy Houston, madre della piccola Whitney che allora aveva sei anni. Proprio nell'agosto del 1970 Cissy lascia il gruppo per inseguire la carriera da solista e venne sostituita da Ann Williams; Elvis si ritrova a dover ricostruire in fretta quell'intesa vocale che aveva impiegato mesi a costruire.
Ma è comunque con le coriste che regala uno dei momenti più belli dell'esibizione quando, a un certo punto smette di cantare sul serio e comincia a scherzare, a improvvisare battute, a lanciare occhiate d'intesa come se stesse civettando bonariamente con delle vecchie amiche di famiglia.
Non è distrazione. E’ dominio assoluto del palco.
Solo chi ha il teatro nel palmo della mano può permettersi di far finta di distrarsi e restarne il centro di gravità.
Dal punto di vista musicale il pezzo vive di continui saliscendi, che poi è il motivo per cui funziona così bene soprattutto nella versione accelerata e sudata “live”.
La strofa cammina su un 4/4 quasi marziale ma nel bridge la canzone cambia passo di colpo e scivola in un 6/8 più morbido, ondeggiante, prima di tornare bruscamente al 4/4 di partenza come se qualcuno avesse riacceso la luce in sala. La rivista Parade lo definì uno degli arrangiamenti più innovativi dell'intera carriera di Elvis e in effetti è raro trovare un pezzo pop di tre minuti con due cambi di metrica che nessuno nota razionalmente mentre balla, ma che tutti sentono nella pancia. Le strofe restano contenute, quasi sussurrate, la voce bassa e scura, poi il ritornello esplode con l'orchestra che entra a piena potenza, ottoni e archi insieme; Elvis alza il volume e il registro fino quasi a gridare "we can't go on together, with suspicious minds". Dubbio, esplosione, dubbio, esplosione, fino al crescendo finale dove non resta più spazio per la calma e si sprigionano le mosse di karate.
Ora, va detta una cosa per onestà di cronaca. Il 1970 è probabilmente per Elvis il momento più alto sul piano della presenza scenica: bello, elegante, scintillante ed atletico. Nonostante questo il critico Robert Christgau stroncò l'album That's the Way It Is, che raccoglieva anche questo brano, definendolo un passo indietro rispetto alla schiettezza delle session di Memphis, un suono elegante e patinato, perfetto per il pubblico di Las Vegas ma già lontano dal soul e dal blues che avevano acceso la sua carriera. In un certo senso Suspicious Minds dal vivo è già il primo sintomo di quella trasformazione da cantante di Memphis a fenomeno da baracconi del divertimento americano, tra paillettes, orchestre e turisti in vacanza.
Nel frattempo fuori da quel palco gli Stati Uniti restavano immersi nel Vietnam, nelle proteste, nella disillusione di un Paese che aveva appena vissuto Woodstock e Altamont nello stesso anno e si affacciava sulla presidenza di Nixon. Quello stesso Nixon che ricevette Elvis alla Casa Bianca il 21 dicembre del 1970, regalandogli un distintivo onorario dell'ufficio federale antidroga, uno degli episodi più surreali e inspiegabili dell'intera storia della musica popolare americana. Elvis, che evidentemente non era tipo da arrivare a mani vuote, ricambiò il gesto con una pistola.
Il resto è quasi folklore. La versione live registrata all'International Hotel nell'agosto del 1970 diventa un successo a sé nel Regno Unito addirittura tre volte in epoche diverse: nel 1969 con l'originale, nel 2001 quando quella stessa incisione live viene ripubblicata come singolo e arriva al numero 15, e di nuovo nel 2007, per il trentesimo anniversario della morte di Elvis, quando rientra in classifica al numero 11.
La canzone viene reincisa da mezzo mondo, da Waylon Jennings a Dwight Yoakam, da Candi Staton, che in Inghilterra arriva fino al numero 31, fino ai Fine Young Cannibals, che nel 1985 la trasformano in un pezzo synth pop da classifica, ottavo posto nel Regno Unito, tanto famosa da finire citata pure in una puntata della serie tv Psych.
Ultima nota prima che il disco smetta di girare. Il 20 agosto 1975 Elvis cantò Suspicious Minds dal vivo per l'ultima volta. Cinque anni e una trentina di chili in più erano passati da quella notte che aveva incendiato Las Vegas.
Mentre il sipario si abbassava e il pubblico si disperdeva tra applausi nessuno immaginava di aver assistito all’ultima esibizione del Re.
Nessuno. Tranne la Storia. E noi, che ci ostiniamo a metterci il naso e a raccontarla a modo nostro.
E lo confesso senza vergogna: per essere seduto in quel teatro quella sera avrei firmato un contratto con il peggior assicuratore del mondo, senza nemmeno leggerne le clausole.
Elvis Presley - Suspicious Minds (live Las Vegas - International Hotel - 1970) da YouTube: https://youtu.be/T1g5tVGZhfk?si=d3jrjg6r8shnGOmO
Elvis Presley - Suspicious Minds (versione LP) da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=RxOBOhRECoo
Elvis Presley - Sito Ufficiale: https://www.elvisthemusic.com/it/

