L'orso bruno: storia di Antonello Venditti raccontata intorno al fuoco
Hey! Dico a voi.
Avvicinatevi, sedetevi dove trovate posto. Non abbiate timore, sedetevi qui vicino,
Si perché questa è una storia che va raccontata piano, quasi sottovoce come si racconta una fiaba. È la storia di un orso. Ma è anche la storia di un ragazzo romano che nel 1973 decise di mettersi in gioco da solo, senza più la mano di un amico a sorreggerlo.
L'anno prima Antonello Venditti aveva condiviso un disco intero con Francesco De Gregori, quel Theorius Campus che li aveva fatti conoscere insieme, quasi due fratelli in cerca della stessa strada. Ma due canzoni di quell'album, Ciao uomo e Roma capoccia, avevano cominciato a girare nelle radio con una forza tutta loro. Vincenzo Micocci, l'uomo che credeva in quei ragazzi, decise allora di scommettere su Venditti da solo. Nell'aprile del 1973 nacque così L'orso bruno, il suo primo disco da solista.
Bisogna fermarsi un attimo su quegli anni per capire cosa significasse quel gesto. L'Italia del 1973 era un paese che usciva stordito dal Sessantotto e non aveva ancora visto il peggio degli anni di piombo. Sentiva nell'aria una tensione sottile, fatta di fabbriche in agitazione e di piazze sempre pronte a riempirsi. I cantautori di quella stagione, romani soprattutto, avevano scelto di raccontare non i grandi proclami ma le vite piccole e dimenticate, i mendicanti, gli operai, le vecchie sole sui marciapiedi. Venditti apparteneva pienamente a quella famiglia. Eppure in questo disco scelse anche un'altra strada, più simbolica, più fiabesca, per dire le stesse cose con un linguaggio diverso.
Il disco fu registrato negli studi Fonorama di Milano, allora di proprietà di Carlo Alberto Rossi. Il tecnico del suono che seguì le registrazioni si chiamava, per una coincidenza quasi buffa, Bruno Malasoma. La copertina, con il suo disegno dal tratto morbido e un po' naif, portava la firma di Alvise Sacchi. Era il percussionista dei Blue Morning, un gruppo che lo stesso Venditti aveva prodotto in quello stesso anno.
Ma è sul piano musicale che questo disco racconta qualcosa di prezioso. Venditti e il suo arrangiatore Vince Tempera guardavano lontano, oltre i confini italiani, fino al primo Elton John, quello degli album Elton John e Madman Across the Water. Le orchestrazioni di quei dischi, curate dal grande Paul Buckmaster, diventarono un modello dichiarato. Diversi studiosi hanno notato come il brano ricordi da vicino Indian Sunset, contenuta proprio in Madman Across the Water, sia nell'atmosfera sia nelle scelte orchestrali. Si sentono soprattutto nel brano che dà il titolo all'album, dove il pianoforte dialoga con gli archi in un crescendo delicato e mai ridondante. Alla ritmica lavoravano musicisti venuti dal gruppo The Pleasure Machine, come il batterista Ellade Bandini e il bassista Ares Tavolazzi. Insieme davano corpo a un suono che restava comunque intimo.
E ora veniamo alla canzone e a quel titolo che sembra scritta apposta per essere raccontata attorno a un fuoco. Non parla di rivoluzioni, parla del letargo di un orso bruno. Ed è proprio per questo che colpisce così a fondo. Il testo si apre con “la luna della foresta che dipinge il fiume e la montagna”. Un altro inverno, questa volta senza dolore, si posa come un'ala leggera sulla terra dell'animale.
L'orso, nella canzone, sta già sognando le lunghe stagioni future. Immagina di offrire mele ancora acerbe a chi lo aspetta in silenzio, dentro quello che viene chiamato il suo castello di roccia scura, la sua grotta. È un'immagine semplice ma potentissima, quella di un rifugio di pietra che diventa reggia e nido allo stesso tempo, mentre fuori il mondo continua a girare senza di lui.
Poi arriva la promessa della primavera, che con la sua pioggia risveglierà ogni cosa addormentata. Gli occhi chiusi dell'orso, ancora immersi nel sonno, aspettano quel richiamo lontano. Il testo si chiude con una preghiera struggente, rivolta al Dio delle foglie e al Dio della valle. È un ringraziamento per il dono di quel sonno protettivo. Ed è insieme un'invocazione perché il destino non si mostri crudele verso un figlio rimasto fedele fino alla fine dell'inverno.
Non è un caso che L'orso bruno sia considerata una delle prime canzoni ecologiste della musica italiana. Nacque in un tempo in cui la sensibilità ambientale, nel nostro paese, muoveva i primi passi. Ma il brano custodisce, come si intuisce dal testo, una doppia simbologia che vale la pena distinguere, o perlomeno provar a distinguere. Da un lato c'è la lettura ecologista, quella più immediata, legata al rispetto per un animale minacciato e per il suo habitat. Dall'altro c'è una lettura sociale e umana, perché per Venditti l'orso rappresentava anche il diverso, la voce di una minoranza costretta a nascondersi per sopravvivere.
Lo stesso Venditti, in un'intervista rilasciata alla rivista Musikbox nel gennaio 2001, ha definito la canzone una delle prime espressioni dell'ecologismo di quegli anni. La definì nata quasi in parallelo con la nascita del WWF in Italia. Fu proprio quella canzone, raccontava lui stesso, a procurargli un concerto per il World Wide Fund for Nature. In quell'occasione conobbe Fulco Pratesi, il fondatore dell’organizzazione in Italia. Fu un incontro che chiude idealmente il cerchio tra una fiaba cantata e un impegno concreto per la natura.
Chi ha ascoltato questa canzone con attenzione ci ha visto molte cose insieme, e forse aveva ragione nel vederle tutte. C'è persino, in filigrana, la voce di un ragazzo che si affaccia da solo sul mondo della musica. Anche lui, come l'orso nella sua tana, sembra augurarsi che il destino non sia troppo severo nel tracciare il cammino della sua carriera.
Accanto a questa favola dolce e sospesa, lo stesso disco conteneva un'altra canzone che sembrava vivere in un mondo opposto. Si intitolava E li ponti so' soli, cantata in romanesco stretto, dedicata a una vecchia donna sola sul lungo Tevere. Se l'orso bruno viveva nel regno della metafora, quella vecchia viveva nella cronaca più cruda della città, circondata soltanto dai gatti randagi a cui dava da mangiare ogni giorno. Le due canzoni, messe una accanto all'altra, mostrano bene la doppia natura di Venditti. Sapeva raccontare la stessa solitudine sia con il linguaggio della fiaba sia con quello della strada.
L'orso bruno non fu, all'epoca, il disco più fortunato di Venditti. Restò per certi versi in ombra rispetto ai successi che sarebbero arrivati negli anni seguenti. Eppure con il tempo molti ascoltatori e critici lo hanno rivalutato come uno dei suoi lavori più belli. Un piccolo capolavoro nato quando l'autore aveva appena ventiquattro anni, capace già di mescolare l'intimità del cantautorato romano con ambizioni orchestrali quasi europee.
Lo confesso subito, con tutta l'onestà che mi è possibile. Io amo Antonello Venditti senza condizioni e per questo diffido un po' del mio stesso giudizio quando dico che L'orso bruno è una canzone meravigliosa. Chi ama così tanto un artista rischia sempre di essere di parte, e io lo so bene. Eppure c'è una piccola nota polemica che voglio lasciare qui, da fan prima ancora che da giullare.
Respiro profondo e… una piccola tirata d'orecchi a Sor Antonello mi sento di fargliela, che spero nun me ce manna, perché je vojo 'n mondo de bene. Ogni tanto potrebbe regalare a questa favola qualche minuto di palco. Senza nostalgia da museo. Solo per farla arrivare a quei ragazzi che oggi stanno ricominciando a combattere per il clima e vorrebbero sognare. Magari scoprirebbero che un orso bruno aveva cominciato a raccontare la loro storia già nel 1973. Non perché le canzoni vecchie siano le migliori, questo sarebbe un pregiudizio sciocco. Ma perché L'orso bruno è stato un inizio, il primo passo di un ragazzo che si è messo a combattere. Perché è una di quelle storie che meritano di essere raccontate ancora davanti a chi la conosce già e a chi la scoprirà per la prima volta.
E così mentre l'orso si addormentò nella sua grotta per un altro inverno senza dolore, affidando la primavera alla pazienza del tempo, il ragazzo di Roma fece l'esatto contrario: uscì dalla tana. Aveva ventiquattro anni, un pianoforte, tante canzoni in testa e molti più sogni che certezze.
Chiedeva al destino di essere gentile ma il destino raramente ascolta le preghiere.
Quella volta, però, fece un'eccezione.
E per essere sicuro che ce ne accorgessimo, trasformò quel ragazzo in Antonello Venditti.
Ascolta L'Orso Bruno di Antonello Venditti su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=nPCrsRAWTqI
Sito ufficiale di Antonello Venditti: https://www.vendittiantonello.com/
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