Between Two Points: il viaggio da Manchester a casa Gilmour
Chi mi segue lo sa. Davanti a qualsiasi aneddoto, disco, memorabilia o bizzarria legata ai Pink Floyd io vado in visibilio.
Per questo, anche a costo di attirarmi le prevedibili ire di zio Roger Waters, confesso senza troppi sensi di colpa che Luck and Strange, l’ultimo album firmato da David Gilmour mi piace. Ecco, l'ho detto. Vedo già comparire torce, forconi e prime edizioni di The Wall sollevate in segno di protesta.
Gran parte del merito è di Between Two Points, interpretata insieme alla figlia Romany: sonorità morbide e sospese, come certe albe che non sai se stiano nascendo o scomparendo.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Dietro uno dei brani più belli del ritorno solista di Gilmour non c'è un inedito partorito dal genio di casa. C'è una canzone quasi dimenticata, pubblicata nel 1999. Una cover, insomma.
La canzone originale porta la firma di un duo rimasto fuori dai radar di molti, io li conoscevo pochissimo: i Montgolfier Brothers. Non fratelli, non palloni aerostatici, ma due musicisti parcheggiati per un quarto di secolo ai margini della gloria, a comporre brani raffinati che il mercato spesso ignorava. Il nome suona come quello di una band psichedelica francese, e invece è un progetto britannico, nato nel 1999 dall'incontro di due anime di Manchester e dintorni: Mark Tranmer e Roger Quigley.
Tranmer è la mente musicale del gruppo. Veterano della scena indie grazie agli St. Christopher, poi artefice del progetto solista GNAC, nome preso in prestito da un racconto di Italo Calvino (gli italiani, quando c'è di mezzo l'arte, riescono sempre a lasciare il segno), scrive e suona quasi tutta la strumentazione. Quigley invece porta i testi e la voce, calda, ferita, mai urlata. Aveva studiato belle arti a Sunderland e da giovane faceva il cameriere all'Haçienda, il tempio della Manchester da club, quella dei New Order e degli Happy Mondays.
Il loro percorso comincia quasi per caso. Tranmer registra un demo strumentale in un appartamento di Southampton e lo spedisce a Quigley, che vive a Salford. Quel demo cambia titolo due volte prima di trovare quello definitivo: prima si chiama Soft Loop, poi Red House Painters, un chiaro inchino al gruppo slowcore di Mark Kozelek, e solo alla fine diventa Between Two Points. Il brano confluisce nell'album d'esordio, Seventeen Stars, pubblicato dall'etichetta Vespertine e poi ripubblicato da Poptones, la label di Alan McGee, lo stesso che aveva scoperto gli Oasis e i Jesus and Mary Chain. Uno dall'orecchio buono, per intenderci. Purtroppo Roger Quigley è morto nel 2020, lasciando Tranmer come unico depositario di un'eredità piccola nei numeri ma notevole nella qualità.
Per capire il brano bisogna capirne il contesto. Parliamo della Gran Bretagna di fine anni Novanta, quella che usciva sfinita dalla sbornia del Britpop. Oasis e Blur riempivano gli stadi e le prime pagine dei girnali. Sotto quella superficie scintillante esisteva però un'altra Inghilterra musicale: sommersa, appartata, fatta di piccoli studi artigianali, demo incise in casa su quattro tracce e canzoni introspettive lontane anni luce dall'euforia collettiva del momento. È l'epoca del dream pop più raccolto, quello di Mojave 3, dei primi Turin Brakes, degli echi lontani dei Red House Painters americani, un piccolo spazio di resistenza. I Montgolfier Brothers appartengono esattamente a questa famiglia: musicisti che non cercano l'inno, ma la confessione. Ahimè, il mercato di quegli anni premiava il gesto plateale e ignorava il sussurro e quindi rimasero in coda.
Al netto della biografia della band, resta la canzone. E la canzone dice moltissimo. Between Two Points racconta il progressivo cedimento di una persona che finisce per mettere in discussione sé stessa, le proprie ragioni e persino il proprio diritto a contestare ciò che le viene imposto.
È l'ammissione dolorosa di essersi lasciati scrivere la propria storia da qualcun altro. È un brano sulla fiducia portata all'estremo e sulla resa a chi ha in mano le redini di un rapporto.
Il titolo stesso evoca una distanza fisica, certo, ma soprattutto emotiva. Più che due luoghi quei due punti sembrano rappresentare due coscienze che non riescono più a incontrarsi davvero.
La canzone è costruita come una sorta di confidenza rivolta a un "tu" che sembra aver ormai smesso di opporre resistenza. La voce narrante non si impone con aggressività né impartisce ordini espliciti: persuade. Il tono è pacato, quasi rassicurante, come se l'abbandono fosse la soluzione più semplice e naturale. Proprio per questo il brano risulta inquietante. La rinuncia a sé stessi non viene rappresentata come una costrizione violenta ma come un processo lento e graduale, accettato poco alla volta.
Questa dinamica emerge chiaramente in alcuni passaggi chiave.
Quando compare l'affermazione "They're right, you're wrong" ("Loro hanno ragione, tu hai torto"), il "tu" viene spinto a mettere in dubbio il proprio giudizio e ad accettare come vera la versione dell'altro. Non è importante stabilire chi abbia effettivamente ragione: ciò che conta è l'erosione della fiducia nelle proprie percezioni. La frase segna un momento decisivo, perché suggerisce che il destinatario stia rinunciando alla propria capacità di interpretare la realtà autonomamente.
Lo stesso schema ritorna nell'immagine di essere condotti in un luogo "never been before" ("mai visto prima"). Più che una destinazione, quel luogo sembra una condizione mentale. Qualcuno accetta di lasciarsi guidare, rinuncia poco alla volta alla propria direzione e finisce per affidare a un'altra volontà il compito di decidere dove andare. Il viaggio verso l'ignoto diventa così la metafora di una resa silenziosa.
È però nel tema della colpa che il testo colpisce più a fondo. Se "They're right, you're wrong" rappresenta il momento in cui si smette di fidarsi del proprio giudizio, "The blame, all along in you, is yours" mostra ciò che accade subito dopo. Il senso di responsabilità diventa totalizzante. L'idea sottesa è quella di "all my fault" ("è tutta colpa mia"): non esistono più torti condivisi, sfumature o attenuanti. Rimane soltanto una voce che continua a ripetere che il problema è sempre stato lì, dentro di sé. E quando quella voce viene accettata come vera, la colpa smette di essere un sentimento e diventa parte dell'identità di chi la porta.
L'efficacia del testo nasce proprio dal fatto che questa sottomissione non viene raccontata dall'esterno, ma messa in scena mentre accade. Verso dopo verso, assistiamo a un progressivo cedimento: il 'tu' rinuncia poco alla volta alle proprie ragioni, fino ad assumersi ogni colpa.
Ne deriva l'impressione di osservare una resa in tempo reale, non attraverso un conflitto aperto o un'imposizione brutale, ma tramite un lento e sottile processo di persuasione, manipolazione e auto-convincimento. In questo senso, Between Two Points può essere letta come la rappresentazione di una coscienza che, gradualmente, rinuncia alle proprie ragioni fino a lasciare che la voce dell'altro prenda il suo posto.
La canzone resta però volutamente aperta a più chiavi di lettura, ed è giusto darne conto. La più diffusa, accreditata anche dalla critica, è quella della relazione tossica: un rapporto in cui una delle due parti ha interiorizzato il ruolo di chi sbaglia sempre. Una seconda lettura, più esistenziale, allontana il testo da una singola relazione e lo trasforma in una riflessione più larga sul modo in cui tutti, prima o poi, impariamo a incolparci per abitudine, indipendentemente da chi abbiamo davanti. Una terza lettura, più biografica, nasce dal fatto che Tranmer scrisse la musica in un periodo di isolamento a Southampton, lontano da Quigley: il "tu" potrebbe essere una parte di sé stessi e la canzone diventerebbe un dialogo interiore più che un indirizzo a un partner reale. Nessuna delle tre esclude le altre. È proprio questa ambiguità, credo, a rendere il brano capace di parlare a chiunque lo ascolti, in momenti e situazioni diversissime tra loro.
Ed è proprio qui che la musica smette di essere un semplice accompagnamento e diventa parte integrante del significato del brano. Nell'originale dei Montgolfier Brothers, testo e struttura musicale sembrano procedere nella stessa direzione psicologica. L'armonia ruota attorno a pochi accordi e rimane costantemente ancorata al proprio centro tonale, senza deviazioni rilevanti né aperture liberatorie. È come se la canzone si muovesse in cerchio, prigioniera del proprio percorso. Questa immobilità armonica riflette perfettamente la condizione del protagonista: una persona che non riesce a sottrarsi a un meccanismo di colpa e dipendenza emotiva.
Anche la melodia contribuisce a questo effetto. Roger Quigley canta con una linea vocale che procede per piccoli passi, evitando quasi sempre slanci improvvisi o intervalli ampi. La voce sembra trattenere costantemente qualcosa, come se non avesse la forza o la volontà di reagire. Non c'è alcun momento catartico, nessuna esplosione emotiva che spezzi la tensione accumulata. La canzone rimane sospesa in una sorta di stasi emotiva che trasmette all'ascoltatore la sensazione di assistere a una resa già avvenuta.
La forma del brano lavora in questa direzione. L'assenza di un vero climax, di un bridge o di una sezione capace di modificare radicalmente il percorso musicale, crea una sensazione di inevitabilità. Ogni strofa sembra confermare ciò che la precedente aveva già suggerito: non esiste una via di fuga. La sottomissione evocata dal testo non viene soltanto raccontata, ma sperimentata musicalmente.
La versione di David e Romany Gilmour sceglie invece una strada differente. Pur mantenendo intatta la fragilità del brano, introduce una luminosità che nell'originale era quasi assente. L'arpa celtica di Romany e l'arrangiamento più ampio creano spazi di respiro che attenuano la sensazione di claustrofobia presente nella versione dei Montgolfier Brothers. Dove Quigley sembrava descrivere un cedimento inevitabile, Romany sembra osservarlo con maggiore consapevolezza e distanza.
Anche il trattamento della voce modifica profondamente il significato emotivo della canzone. Se Quigley appare chiuso in un dialogo interiore, Romany canta come se quella stessa esperienza fosse già stata attraversata e potesse ora essere raccontata. Le sue frasi più lunghe e sostenute conferiscono al testo una delicatezza quasi consolatoria. La sofferenza rimane, ma non ha più il carattere opprimente dell'originale.
La differenza emerge soprattutto nel finale. Quando entra la chitarra di David Gilmour, il brano acquista una dimensione narrativa che nella versione del 1999 non esisteva. L'assolo non sembra aggiungere drammaticità, quanto piuttosto offrire una risposta emotiva a ciò che è stato raccontato fino a quel momento. Per questo le due versioni finiscono per rappresentare due prospettive diverse sullo stesso dolore: quella dei Montgolfier Brothers osserva una coscienza che si lascia progressivamente sopraffare; quella dei Gilmour sembra invece accompagnarla con comprensione, come se qualcuno fosse finalmente accanto a lei durante il percorso.
C'è poi un dettaglio che i fan più attenti hanno notato subito. In un punto del brano, quando la voce di Romany raggiunge il momento di massima resa arriva la chitarra di David a rispondergli. Il gesto chiude il cerchio: non è più soltanto una cover, è un dialogo tra un padre e una figlia, tra due epoche della stessa musica inglese di provincia. Da lì, "Between Two Points" è diventata anche un pezzo vivo dal vivo. Romany ha accompagnato il padre in tour, cantandola alla Royal Albert Hall di Londra, al Circo Massimo di Roma, alla Hollywood Bowl e al Madison Square Garden di New York.
Sono quattro differenze, ma raccontano in realtà una sola cosa: due modi opposti di stare dentro lo stesso dolore. Uno che lo osserva da fuori, l'altro che lo abita. La versione dei Montgolfier Brothers vive di sottrazione e distanza emotiva. La rilettura di Gilmour amplifica invece la dimensione sentimentale del pezzo, portandolo verso territori più apertamente melodici. Pur restando fedele allo spirito originale, la cover modifica sensibilmente il rapporto tra voce e arrangiamento, rendendo il brano più accessibile ma anche meno enigmatico.
Ed eccoci al motivo per cui, oggi, questa canzone la conosciamo tutti, o quasi. Nel settembre 2024 David Gilmour pubblica "Luck and Strange", il suo primo album di inediti in quasi un decennio, dopo "Rattle That Lock" del 2015. Il disco, registrato in cinque mesi tra Brighton e Londra con la produzione di Charlie Andrew, già al lavoro con gli alt-J e con Marika Hackman, è un affare di famiglia più che un disco solista in senso stretto. La moglie Polly Samson firma i testi, il figlio Gabriel canta nei cori, il figlio Charlie contribuisce alle parole di un brano, e la figlia Romany, ventidue anni, canta e suona l'arpa celtica. Ma è proprio lei la presenza più sorprendente del disco, ed è proprio lei la voce che troviamo in "Between Two Points".
Anche la storia di come Gilmour sia arrivato a quella canzone merita di essere raccontata. Gilmour disse di avere “Between Two” Points nella propria playlist fin dalla pubblicazione. Convinto per anni che fosse un brano conosciuto da tutti, scoprì solo recentemente quanto fosse rimasto di nicchia e chiese a Romany di interpretarlo. La decisione affondava le radici nei mesi del lockdown, quando padre e figlia suonavano insieme nelle dirette domestiche della famiglia Gilmour.
Lo stesso Mark Tranmer, l'altro fondatore del duo, ha speso parole di ammirazione sincera per questa rilettura. L'ha definita un grande lavoro di arrangiamento e produzione, capace, come le migliori cover, di allontanarsi dall'originale pur restandone fedele nello spirito. È un passaggio di testimone raro: l'autore di un brano ignorato dal mercato che benedice pubblicamente la versione firmata dal chitarrista dei Pink Floyd.
Io credo che la storia di "Between Two Points" racconti qualcosa che va oltre il destino di una singola canzone. Ricorda quanto il valore e la visibilità non sempre viaggino insieme. Nel 1999 i Montgolfier Brothers registrarono un brano destinato a passare quasi inosservato. Venticinque anni dopo, quella stessa canzone è arrivata a un pubblico molto più vasto senza perdere nulla della propria fragilità.
Forse è proprio questo l'aspetto più interessante della vicenda. Non l'intervento di una leggenda del rock, non il successo tardivo, ma il fatto che un brano nato in silenzio sia riuscito ad attraversare il tempo fino a trovare lo spazio giusto. È una storia che la musica conosce bene. È accaduto a “Hallelujah”, pubblicata da Leonard Cohen nel 1984 e diventata un classico planetario soltanto anni dopo grazie alle interpretazioni di John Cale e soprattutto Jeff Buckley; a “Hurt”, incisa dai Nine Inch Nails nel 1994 e riscoperta da un pubblico molto più vasto dopo la rilettura di Johnny Cash del 2002; a “All Along the Watchtower”, uscita nel 1967 nella versione di Bob Dylan e trasformata da Jimi Hendrix, appena un anno dopo, in uno dei brani simbolo della storia del rock; a “Nothing Compares 2 U”, pubblicata nel 1985 dai The Family e diventata celebre nel 1990 con la voce di Sinéad O'Connor; a “Tainted Love”, registrata da Gloria Jones nel 1964 e rinata nel 1981 grazie ai Soft Cell; e a “I Will Always Love You”, scritta e interpretata da Dolly Parton nel 1974 ma divenuta un fenomeno globale solo nel 1992 con Whitney Houston. Le canzoni migliori hanno spesso questo talento: restano in attesa, nascoste ai margini, finché qualcuno non le riporta alla luce nel momento giusto.
Per questo la versione di David e Romany Gilmour non mi sembra soltanto una cover riuscita. Mi sembra il secondo capitolo della stessa storia, iniziata tra Southampton e Salford e approdata, molti anni dopo, sui palchi più importanti del mondo. Ed è anche, se vogliamo, una piccola rivincita per Roger Quigley e per tutti quelli che continuano a scrivere, registrare e creare senza sapere se qualcuno li ascolterà davvero.
Io, nel frattempo, sto rovistando nelle mie vecchie playlist con l'entusiasmo di un archeologo dilettante. Non si sa mai: magari da qualche parte, fra un brano dimenticato e una registrazione che non ascolto dal 2007, si nasconde il prossimo capolavoro da riesumare con il Moog. Se David Gilmour ha trovato "Between Two Points", anch'io ho il diritto di sognare un pochetto.
The Montgolfier Brothers (da Wikepidia): https://en.wikipedia.org/wiki/The_Montgolfier_Brothers
Between Two Points - Versione originale 1999 (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=E_RJoRStQsM
Between Two Points - David Gilmour and Romany Gilmour 2024- https://www.youtube.com/watch?v=A9qdvkx9E3o

