Da un 45 giri dei Nomadi fino a Glen Campbell: Wichita Lineman

Questa volta partiamo davvero dalla fine.

Immaginate un ragazzino che spinge la porta di un negozio di dischi, appoggia sul banco cinquemila lire (ehi... non sono così vecchio. Diciamo che sono nato nell'epoca in cui le lire stavano gentilmente cedendo il posto all'euro!) ed esce con un 45 giri usato dei Nomadi. Sì, ero io.

Sul lato A c’è Vai via cosa vuoi, versione italiana di All the Love in the World dei Consortium. Una melodia britannica fino al midollo, che nella primavera del 1969 trova da noi una seconda vita. Sul lato B c’è un titolo da film d’altri tempi: L’auto corre lontano, ma io corro da te. Una canzone alla quale non avevo mai prestato particolare attenzione.

Difatti a sedurmi è il lato A con quel ritornello che si incolla al cervello. Preciso che nel 1969 non ero neppure un pensiero dei miei genitori, perché sarei piombato su questo pianeta diversi (tanti) anni dopo. Ma con i dischi il tempo è solo una questione di metafisica e la data di nascita conta pochissimo.

Arriva quindi la sorpresa.

Anche il lato B è una cover.

E non una cover qualsiasi.

Dietro quel titolo si nasconde la versione italiana di un brano dal nome ancora più bizzarro: Wichita Lineman. Le parole, scopro, portano la firma di Mogol, che in quegli anni, insieme a Battisti, stava già cambiando il vocabolario della musica italiana.

A quel punto la curiosità prende il comando. Che cosa significa Wichita Lineman? Chi sarebbe questo lineman? Perché qualcuno dovrebbe dedicare dei versi a un tecnico delle linee telefoniche? E come ha fatto a diventare uno dei cavalli di battaglia della musica americana?

Più il disco continua a girare, più affondo in domande senza risposta. Nel frattempo, sotto la puntina, emerge un continente inesplorato.

Siamo nel 1968 e l’America ha la febbre. Il Vietnam invade i telegiornali, le università ribollono, a Memphis viene ucciso Martin Luther King e a Los Angeles, in giugno, tocca a Robert Kennedy. Le città esplodono, i ragazzi vogliono rifare il mondo da zero e il rock cambia le regole del gioco.

Eppure, mentre tutti guardano a San Francisco e a New York, esiste un’altra America. Quella delle pianure infinite, delle strade dritte come righelli, dei paesi che sulla carta sembrano dimenticati anche da Dio, degli uomini che fanno mestieri senza applausi. È l’America che abita le storie di Jimmy Webb.

Webb ha poco più di vent’anni e a Los Angeles è già l’autore più conteso. Ha firmato Up, Up and Away per i Fifth Dimension e By the Time I Get to Phoenix per Glen Campbell. Benché Phoenix viva in classifica da sei mesi, i due non si sono mai visti in faccia. All’inizio del 1968 squilla il telefono. Dall’altra parte c’è Campbell, chiuso in studio, che pretende un altro brano a tema geografico, un pezzo capace di ripetere il colpo di Phoenix. Si punta all’orgoglio del territorio, dei piccoli centri abitati separati dal nulla. Webb accetta la sfida.

Il pianoforte, per la cronaca, è verde. I coinquilini, per scherzo, lo hanno ridipinto a spruzzo e la vernice è ancora fresca. E mentre Webb si siede, cercando di non sporcarsi, dal fondo della memoria riaffiora un'immagine vista anni prima.

Una strada dell’Oklahoma, in piena estate. L’aria che trema sopra l’asfalto, i pali del telefono che emergono dall’orizzonte uno dopo l’altro come miraggi. E in cima a uno di quei pali un uomo con la cornetta in mano, che parla con qualcuno. Passa in un lampo e a Webb restano quaranta chilometri di solitudine per domandarsi con chi stesse parlando. Se avesse parlato di lavoro, di una fidanzata, di sua madre o di qualche altro intreccio umano.

La faccenda, a voler fare i pignoli, è che quell’uomo stava in Oklahoma, mentre il titolo rimanda a Wichita, che è in Kansas. Ma una canzone, per fortuna, non ha dati catastali. Non è ancorata a un foglio, a una particella o a un subalterno: la infili in una valigia e passa da un comune all'altro, da uno Stato all'altro, senza dover compilare una sola pratica.

In poche ore il demo è pronto, una registrazione casalinga con il magnetofono appoggiato sul piano. Webb lo spedisce con un biglietto in cui avverte il produttore Al De Lory che il materiale è incompleto, privo di terza strofa e di ponte. Per rendere l’idea disegna un teschio con le tibie incrociate. Non proprio il biglietto da visita migliore per un pezzo di successo.

De Lory, però, legge il primo verso e vede suo zio, lineman nella contea di Kern, in California, appollaiato su un palo tra una stazione di servizio dimenticata e qualche resto di auto abbandonata. Capisce subito di avere tra le mani qualcosa di speciale.

Campbell ascolta il nastro e, a suo dire, si mette a piangere. Gli manca casa e quei fili che costeggiavano la strada gli avevano già stretto la gola.

Si registra il 27 maggio 1968 negli studi della Capitol a Hollywood, meno di due settimane prima che Robert Kennedy venga ucciso, con i vecchi colleghi della Wrecking Crew. Su di loro ho già scritto un intero articolo: se non lo avete letto vale la pena farci un salto, perché qui tornano in scena.

Pare che la base sia stata incisa in meno di novanta minuti. Gli archi si aggiungono il 14 agosto. Nel frattempo Webb non sente più nulla e si convince che sia finito nel cestino. Poi incrocia Campbell su un set pubblicitario e gli chiede notizie. Risposta: l’hanno già registrato. Webb obietta che era soltanto una bozza e Campbell replica: “l’abbiamo terminata noi, non preoccuparti!”.

Se proviamo a smontare questa canzone la sorpresa iniziale è la nudità. Due strofe di quattro versi ciascuna, niente ritornello, niente ponte a cambiare aria a metà strada. Si parte con l’introduzione, si canta la prima strofa, arriva un breve segnale che pare telegrafico, poi la seconda strofa, l’assolo, gli ultimi versi ripetuti e il suono che si spegne piano. Fine. Tutto questo in poco più di tre minuti. Quello che sembrava un difetto, la terza strofa mai scritta, diventa il vero segreto della faccenda.

Anche l’armonia, che di solito è roba per addetti ai lavori, si spiega con un’immagine sola: questa è una musica che non torna mai a casa. Il punto d’arrivo naturale della melodia, quello che all’orecchio dà la sensazione del rientro, dopo l’introduzione non si fa più sentire. La melodia gli gira intorno, lo sfiora, non ci si posa mai sopra, come un ritorno continuamente rimandato.

Poi c’è un trucco sottile. La prima metà di ogni strofa parla di mestiere e ha un colore chiaro, concreto, da giornata di sole. La seconda parla di sentimenti e cambia clima di colpo. Il copione avrebbe voluto un’atmosfera scura e prevedibile, invece arriva una luce più tenue, dolce, appena sospesa, e quello scarto inatteso regala il brivido. Aggiungete accordi di sapore jazz, più sfumati, morbidi e la tensione non si scioglie mai. Il risultato è una musica che resta in bilico, esattamente come l’uomo della linea telefonica legato lassù.

Poi ci sono i suoni, e qui arriva la potenza della Wrecking Crew. Le sei note che aprono il brano come una prospettiva che non finisce mai sono di Carol Kaye, bassista dal passato jazz che le improvvisò mentre in studio si metteva a punto l’arrangiamento. Poi una seconda frase di sei note, ancora opera sua. De Lory ci infila agli archi come collegamento tra le due coppie di versi di ogni strofa. I violini, altissimi e sottili, imitano il vento che fa fischiare i cavi come se il filo del telefono fosse la corda di un’arpa.

Il segnale che scandisce la fine delle strofe ha un’altra storia. Sul demo Webb suonava una nota sola, ripetuta, con il Gulbransen che teneva in casa, un vecchio organo da chiesa dal suono gorgogliante. Ricorda un messaggio in codice Morse, la corrente che corre lungo il filo, il rumore che un lineman si sente nella cuffia quando attacca l’apparecchio a una linea grezza. Campbell si fissò a tal punto su quel timbro da far smontare l’organo e rimontarlo in studio. Webb ci suonò poche note, tra cui gli accordi larghi della dissolvenza, un’eco gelida, quasi da spazio aperto.

Infine l’assolo, che vale da terza strofa. Campbell si fa prestare da Carol Kaye il suo basso a sei corde Danelectro, e lo fa tremolare. È uno strumento di masonite, usato in studio per dare un colore più acuto del solito Fender. Ne esce una linea profonda e vibrante che dice, benché muta, tutto ciò che Webb non aveva fatto in tempo a scrivere. Un assolo di basso in una ballata d’amore per un tecnico del telefono: nessuno l’avrebbe previsto, e proprio per questo funziona.

Il testo segue la musica passo per passo. Nel Fa maggiore sta il mestiere. C’è la strada principale da battere, il sole che picchia, il guasto da scovare, il fischio nei fili. C’è la voglia di una piccola vacanza, che la pioggia, si direbbe l’unica scusa per fermarsi, non ha intenzione di concedere. C’è un tratto a sud che, se nevica, non reggerà. Nel Re maggiore sta il cuore. Lui ammette di avere bisogno di lei più di quanto la desideri, e subito dopo aggiunge di volerla per sempre.

Dylan Jones, nel libro che ha dedicato al brano, considera quel distico uno dei più squisiti della storia della canzone d’amore. Detto al bar, suonerebbe come un rimprovero. Cantato da un uomo in cima a un palo, diventa la più onesta delle dichiarazioni. Webb ha spiegato di aver voluto prendere un tipo qualunque, un operaio, e aprirlo in due per mostrare quanta anima e quanto silenzio ci possano stare dentro. Quando Billy Joel definì la ballata una storia semplice su un uomo comune che pensa cose straordinarie, l’autore raccontò di essersi commosso.

C'è da registrare anche una lieve infrazione al codice degli ingegneri. I più rigorosi sostengono, non senza ragione, che un sovraccarico può abbattere una linea elettrica ma difficilmente una telefonica. Webb ha sempre risposto chiamando in causa la licenza poetica. Una difesa che forse non reggerebbe in tribunale, ma che funziona benissimo su questo spartito.

Quanto all’ultimo verso, io ci sento un doppio senso: il lineman è ancora in linea, al telefono e al proprio posto, senza mollare né il lavoro né lei.

Il singolo esce a fine ottobre del 1968 e conquista rapidamente il mercato internazionale. Arriva al terzo posto nella classifica pop americana, al primo in quella country per due settimane e al primo tra gli “adult contemporary” per sei. In Canada è primo, nel Regno Unito settimo. Il disco d’oro è di gennaio 1969. È il primo ingresso di Campbell nella top ten pop, e l’album omonimo comanda la classifica country.

A questo punto merita due righe l’uomo che la canta. Glen Campbell nasce nel 1936 vicino a Delight, in Arkansas, settimo di dodici figli, e il nome del paese sembra una beffa del destino. Cresce con la chitarra in mano e Django Reinhardt nelle orecchie, lascia la scuola a quattordici anni e raggiunge uno zio musicista ad Albuquerque, dove suona nella sua band e alla radio. Poi la California.

A Los Angeles, a inizio anni Sessanta, entra nella Wrecking Crew, la squadra di sessionisti che suona nell’ombra su mezza discografia americana. Nel solo 1963 partecipa a 586 registrazioni e su questi numeri smetto di fare battute. La sua chitarra sta nei dischi di Sinatra, dei Monkees, di Elvis, e per un periodo sostituisce persino Brian Wilson in tour con i Beach Boys.

Ma essere il migliore tra gli anonimi non basta a chi ha una voce simile. Campbell vuole il proprio nome sulla copertina e la propria faccia sul cartellone, vuole smettere di far brillare gli altri. Si dice che la Capitol fosse a un passo dal lasciarlo andare prima dei successi.

Wichita Lineman è la porta da cui esce. Arrivano la televisione, con il Glen Campbell Goodtime Hour sulla CBS dal 1969 al 1972 e una platea di circa cinquanta milioni di spettatori a settimana, e poi il cinema. John Wayne in persona lo vuole accanto a sé ne “Il Grinta”, nei panni del ranger texano La Boeuf. Ne ricava una nomination al Golden Globe come miglior esordiente e, con il tema del film, una all’Oscar. Segue Norwood, nel 1970, che incassa poco. Lui stesso ha sempre sorriso della propria recitazione, giudicandola da dilettante. Il set era un’avventura simpatica, ma la passione autentica restava la musica.

Tornerà in vetta nel 1975 con Rhinestone Cowboy. Nel 2011 annuncerà di avere l’Alzheimer e saluterà il pubblico con una lunga tournée d’addio, raccontata nel documentario “I’ll Be Me”. Si è spento a Nashville l’8 agosto 2017, a ottantuno anni. Tra le centinaia di brani incisi, ha sempre indicato questo come il suo preferito.

Il resto è la storia di un pezzo che non ha mai smesso di viaggiare. L’hanno incisa Johnny Cash, James Taylor, Ray Charles, Tom Jones, José Feliciano, perfino il reggae di Dennis Brown. I R.E.M. la portarono in tour nel 1994 e la misero su un lato B due anni dopo. L’ha cantata anche Zucchero. Tre settimane dopo la morte di Campbell i Guns N’ Roses l’hanno suonata dal vivo in Canada, davanti a un pubblico che si aspettava altro. Nel 2026 è tornata sul disco Honora di Flea, con Nick Cave alla voce. Esiste una versione di oltre quaranta minuti, opera del Dick Slessig Combo, per chi volesse restare sul palo un pomeriggio intero. La si sente perfino in Ozark. In Germania e in Finlandia c’è chi ne ha scritto una versione locale.

Secondo una frase spesso attribuita a Bob Dylan, questa sarebbe la più grande canzone mai scritta. Dylan Jones, che le ha dedicato un intero libro, la definisce invece il più grande brano incompiuto del mondo.

La critica l’ha battezzata prima ballata country esistenzialista. La Grammy Hall of Fame l’ha accolta nel 2000, la Library of Congress la custodisce nel National Recording Registry, e la classifica di Rolling Stone del 2021 la piazza al duecentoseiesimo posto (personalmente l’avrei inserita un po’ più in su). In ogni caso non sarà il podio, ma su cinquecento non è male.

E naturalmente arrivò anche in Italia. I Nomadi, quelli di Dio è morto, per intenderci, la trasformarono in L’auto corre lontano, ma io corro da te, con le parole di Mogol. Non era una semplice traduzione ma una reinterpretazione, come accadeva spesso allora. Gli adattamenti nostrani inseguivano l’emozione più della lettera. La malinconia delle pianure americane diventava qualcosa di più domestico, più vicino alla nostra sensibilità, e il nucleo emotivo dell’originale restava intatto.

Forse è tutto qui il segreto. Il protagonista lavora sulle linee telefoniche in Kansas, in Oklahoma o in qualche altro luogo immaginario. Ma il posto conta fino a un certo punto. Quello che la canzone racconta è una forma di nostalgia che appartiene a tutti.

Di quando il lavoro ci tiene lontani da chi amiamo. Delle giornate che sembrano non finire mai. Di quella voce che continuiamo a sentire nella testa anche quando la persona è a centinaia di chilometri.

E allora, ripensando a quel 45 giri dei Nomadi comprato quasi per caso, viene da sorridere. Si entra in un negozio a caccia di una canzone e si esce con un angolo di quel mondo sotto il braccio. Dentro c’è una delle voci più struggenti di Glen Campbell e una canzone che, a quasi sessant’anni dalla nascita, non ha ancora riattaccato.

Glen Campbell - Wichita Lineman (1968) da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=Q8P_xTBpAcY

Nomadi - L’auto corre lontano, ma io corro da te (1969) da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=Etgbk03UZD8

Glen Campbell Sito Ufficiale: https://www.glencampbell.com/

Il mio pezzo sulla Wrecking Crew: https://www.giuseppepalermo.it/blog/i-fantasmi-che-inventarono-il-pop-e-il-rock-the-wrecking-crew

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