Quando Rino Gaetano prese in giro l'Italia e l'Italia applaudì senza accorgersene

Ci sono canzoni che raccontano una storia. E poi ci sono canzoni che raccontano un Paese intero senza mai nominarlo davvero.

Aida di Rino Gaetano appartiene a questa rara seconda categoria.

Dura poco più di quattro minuti. Ha una melodia semplice, quasi rassicurante. Porta il nome di una donna e si presenta con le sembianze innocue di una canzone d'amore. Eppure dentro quei quattro minuti c'è un secolo intero di storia italiana: guerre, colonialismo, fascismo, resistenza, boom economico, guerra fredda, illusioni, scandali, disincanto e tradimenti.

È l'Italia raccontata da uno che l'amava abbastanza da non averne paura.

E forse è proprio qui che sta la grandezza di Rino Gaetano. Non nella capacità di consolare il pubblico, ma in quella di metterlo a disagio sorridendo.

Per un curioso scherzo della memoria collettiva, però, molti dei suoi capolavori sono rimasti spesso in secondo piano. Quando si nomina Rino Gaetano la maggior parte delle persone pensa immediatamente a Gianna, a Sanremo, al cilindro, alle strofe apparentemente nonsense e a quel personaggio scanzonato diventato quasi una maschera popolare.

Il problema non è Gianna. Il problema è tutto quello che Gianna ha finito per nascondere.

Perché prima di diventare il cantautore della hit generazionale, Rino era già riuscito in un'impresa infinitamente più difficile: condensare la storia d'Italia in una canzone pop senza trasformarla né in una lezione scolastica né in un comizio politico.

Aida per l’appunto.

E per capire davvero cosa sia Aida bisogna partire da una premessa fondamentale: Aida non è una donna.

O meglio, è una donna soltanto in apparenza.

Dietro quel nome c'è l'Italia.

Lo spiegò lo stesso Gaetano nel 1977, raccontando di essersi ispirato a Novecento di Bernardo Bertolucci. L'obiettivo era chiaro: fare in musica ciò che Bertolucci aveva fatto nel cinema, raccontando la storia italiana attraverso la vita di una persona. Una sorta di biografia nazionale travestita da canzonetta.

Persino il nome non sembra casuale. Aida richiama immediatamente l'opera di Giuseppe Verdi, uno dei simboli più celebri della cultura italiana.

Sebbene venga spesso associata all'inaugurazione del Canale di Suez del 1869, l'opera fu rappresentata per la prima volta al Cairo nel 1871 ed è ambientata nell'antico Egitto, un Paese che compare anche nel testo della canzone.

È come se Gaetano attingesse a uno dei grandi miti della tradizione culturale italiana per costruire un contenitore simbolico dentro cui riversare un secolo di storia, contraddizioni, illusioni e disincanti nazionali. Perché Aida è contemporaneamente una donna, una metafora, una nazione e una memoria collettiva.

La canzone si apre come un album di fotografie che cade da uno scaffale e si spalanca sul pavimento, spargendo ovunque immagini di un'intera epoca.

Non c'è una trama vera e propria. C'è una sequenza di immagini.

Madonne, rosari, tabù.

Poi arrivano le guerre coloniali, il fascismo, “l'alalà dannunziano”, Charlot, Marlene Dietrich, la guerra mondiale, la fame del dopoguerra, la Repubblica, la Costituente, il boom economico, la Guerra Fredda.

Non c'è praticamente commento.

Solo una successione vorticosa di fotogrammi.

Ed è proprio questa una delle intuizioni più geniali della scrittura di Gaetano.

Molti cantautori spiegano.

Lui no.

Lui mostra.

Accumula immagini una sopra l'altra fino a ottenere un effetto quasi cinematografico. Non costruisce un ragionamento. Costruisce una valanga. È come se fosse un film muto, sostenuto unicamente dall'accompagnamento musicale.

L'ascoltatore viene trascinato dentro una memoria collettiva che procede senza prendere fiato, esattamente come succede quando qualcuno sfoglia fotografie di una vita intera e racconta tutto troppo in fretta per paura di non avere abbastanza tempo.

Da questo punto di vista Aida è probabilmente una delle canzoni più letterarie mai scritte da Gaetano.

Una canzone fatta più di evocazione che di narrazione.

Più di allusioni che di dichiarazioni.

Ed è anche il motivo per cui continua a funzionare quasi cinquant'anni dopo.

Capire Aida, però, significa anche capire il momento storico in cui venne pubblicata.

Siamo nel 1977.

L'Italia non è più quella ottimista del miracolo economico.

Gli anni della crescita sembrano lontani. Le tensioni politiche attraversano il Paese. Il terrorismo di destra e di sinistra occupa le cronache. Le istituzioni iniziano a perdere credibilità. La fiducia collettiva si incrina.

È un Paese stanco.

E Rino lo osserva con lo sguardo di chi non crede né agli slogan rivoluzionari né alla retorica del potere.

Lui guarda tutti.

E prende in giro tutti.

È dentro questo clima che assume un significato particolare uno dei passaggi più enigmatici della canzone, quello dedicato ai famosi safari popolati da antilopi, giaguari, sciacalli e conigli in pelliccia.

A un primo ascolto sembrano immagini surreali.

In realtà sono tutt'altro.

Dietro quel bestiario si nasconde una delle pagine più controverse della politica italiana dell'epoca: lo scandalo Lockheed.

L'inchiesta riguardava presunte tangenti versate dalla multinazionale americana per la vendita di aerei militari. Nelle carte dell'indagine compariva il misterioso soprannome "Antelope Cobbler", l'Antilope Calzolaia. Nel corso degli anni molti interpretarono quel riferimento come un possibile rimando a Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica.

Le accuse finirono per travolgerlo politicamente.

Leone si dimise nel 1978.

Molto tempo dopo, però, la sua posizione venne ampiamente rivalutata e alcuni dei suoi accusatori riconobbero pubblicamente di aver sbagliato.

Gaetano non prende posizione.

Fa qualcosa di più intelligente.

Lascia gli indizi sparsi lungo il percorso.

Non accusa.

Suggerisce.

Non indica i colpevoli.

Crea un'atmosfera.

Ed è probabilmente questa la ragione per cui le sue canzoni hanno resistito meglio di molte invettive apertamente militanti.

L'attualità invecchia.

Le metafore restano.

Anche musicalmente Aida è un piccolo caso di studio.

La grandezza di Gaetano non risiede nella complessità armonica o nell'ambizione orchestrale. La sua forza è sempre stata la scrittura.

In Aida porta questa qualità all'estremo.

I versi procedono per accumulo. Le immagini si accavallano. Gli oggetti diventano simboli. La sintassi sembra quasi rincorrere il pensiero.

È una tecnica che richiama il cantastorie popolare più che il cantautore accademico.

Gaetano scrive come parla.

E parla come pensa.

A rafforzare tutto arriva il ritornello.

"Aida, come sei bella".

Sono quattro parole.

Ma probabilmente sono le quattro parole più importanti di tutta la canzone e mio parere bellissime.

Perché non sappiamo mai davvero come interpretarle.

Sono una dichiarazione d'amore?

Sono un rimprovero?

Sono una presa in giro?

Sono tutte queste cose contemporaneamente?

Se Aida è l'Italia, quel verso cambia completamente significato.

Diventa il riassunto perfetto del rapporto tormentato che gli italiani hanno con il proprio Paese.

Lo criticano continuamente.

Ne denunciano i difetti.

Ne raccontano le vergogne.

Eppure non riescono a smettere di amarlo.

Oppure, al contrario, potrebbe essere pura ironia.

Un sorriso amaro rivolto a una nazione che continua a definirsi "bella" mentre attraversa crisi, scandali e contraddizioni.

La forza della canzone sta proprio qui.

Nel rifiuto di scegliere.

Gaetano non offre mai una risposta definitiva.

Lascia il dubbio aperto.

E il dubbio, in arte, spesso vale molto più di una certezza.

C'è poi un altro verso che meriterebbe maggiore attenzione: quello dedicato ai "trenta anni di safari".

È una formula straordinaria.

In tre parole Gaetano riesce a trasformare la classe dirigente italiana in una fauna esotica che si caccia, si osserva e si divora reciprocamente.

Non è satira.

È una elegante allegoria.

Una di quelle immagini che restano impresse nella memoria e che, decenni dopo, continuano a dire qualcosa, probabilmente ancora di più oggi, se si guarda alla pochezza della politica attuale.

Del resto la satira era una delle sue specialità.

Nello stesso album compare Standard, un piccolo delirio surrealista in cui storpia i cognomi dei principali leader democristiani dell'epoca trasformandoli in caricature linguistiche. È il suo modo di fare politica: mai frontale, come direbbe Enzo Jannacci sempre sghembo.

Sempre obliquo.

Sempre più intelligente della media dei suoi bersagli.

Nel 2017, a quarant'anni dall'uscita dell'album, il disco è stato celebrato attraverso una nuova edizione e numerose reinterpretazioni. Nel frattempo Aida è diventata una sorta di classico trasversale, amato da generazioni che spesso non hanno nemmeno vissuto il contesto storico in cui nacque.

E forse non è un caso.

Perché le grandi canzoni riescono a sopravvivere al loro tempo.

Le altre no.

Rino Gaetano, invece, non ha avuto il tempo di assistere alla trasformazione della propria opera in classico nazionale.

Morì il 2 giugno 1981, a soli trent'anni, in un incidente stradale a Roma.

Ogni volta che ci si ricorda questo dettaglio viene spontaneo provare una sensazione strana.

Non tanto per ciò che ha lasciato.

Quanto per ciò che avrebbe potuto ancora scrivere.

Perché in Aida c'è una lucidità quasi inquietante.

La capacità, rarissima in un artista così giovane, di osservare un intero Paese dall'esterno e dall'interno contemporaneamente.

Di amarlo abbastanza da raccontarne le miserie.

E di raccontarne le miserie senza smettere di amarlo.

A distanza di quasi mezzo secolo, Aida resta una delle canzoni più intelligenti, coraggiose e sorprendenti mai scritte nella musica italiana. Un brano che può essere ascoltato distrattamente come una canzone d'amore oppure studiato come un manuale non autorizzato di storia nazionale.

E forse è proprio questo il suo miracolo.

Mentre cambiano i governi, cambiano gli scandali, cambiano le parole d'ordine e perfino le ideologie, quell'album di fotografie che Rino Gaetano sfoglia nel 1977 continua a riempirsi di nuove immagini.

Le facce sono diverse.

Le pagine aumentano.

Ma il racconto, incredibilmente, sembra sempre lo stesso.

Ed è per questo che Aida non parla soltanto dell'Italia di ieri.

Parla, con una precisione quasi spaventosa, anche di quella di oggi.

E io, a Rino , voglio bene anche per questo. Perché ha saputo raccontare le nostre miserie senza arroganza, le nostre contraddizioni senza moralismi e il nostro Paese senza mai smettere di guardarlo con affetto. Come si guarda un vecchio amico: sapendo perfettamente quali siano i suoi difetti, ma continuando a volergli bene nonostante tutto. Forse perfino per quelli.

Aida, Rino Gaetano da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=eQWh1eh0Bhs

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