Il diamante pazzo dei Pink Floyd, tra genio, follia e amicizia

C'è una canzone che dura ventisei minuti e che, in ventisei minuti, dice più cose sulla malinconia, sulla genialità sprecata e sull'amicizia che sopravvive alla rovina di un amico di quante ne dicano cento romanzi. Si chiama “Shine On You Crazy Diamond”. La firmano i Pink Floyd. E se dovessi scegliere un solo brano per spiegare a un alieno appena atterrato sulla terra che cos'è la nostalgia, quella feroce, quella che non smette mai di fare male, sceglierei questo senza pensarci due volte.

Bisogna partire da lontano, da un ragazzo di Cambridge con gli occhi chiari e la chitarra sempre un po' scordata apposta, perché quella scordatura era arte, non sciatteria. Si chiamava Roger Keith Barrett, ma tutti lo chiamavano Syd. Fu lui, nel 1965, a fondare insieme a Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright un gruppo a cui diede il nome fondendo quelli di due bluesman della Georgia che ammirava, Pink Anderson e Floyd Council. Pink Floyd, appunto, con Syd unico vero frontman, capace di trasformare una fiaba per bambini in un incubo psichedelico nel giro di due accordi. Il primo album della band, “The Piper at the Gates of Dawn”, uscito nel 1967, porta il suo marchio quasi ovunque: uno dei dischi più strani e affascinanti dell'Inghilterra psichedelica.

Poi arrivò l'LSD, che a Londra a metà degli anni Sessanta girava come le sigarette, e arrivò anche una fragilità psichica che l'acido non creò ma di sicuro accelerò: concerti in cui Syd restava immobile sul palco strimpellando una sola nota per venti minuti, interviste a cui rispondeva con monosillabi o non rispondeva affatto. Nel gennaio 1968 la band prese la decisione più cinica e insieme più necessaria della propria storia: smise semplicemente di passare a prenderlo per andare ai concerti. Non ci fu un annuncio ufficiale, non ci fu una vera discussione. C'è chi racconta che qualcuno, quella sera, chiese se non fosse il caso di tornare indietro a recuperarlo e che la risposta fu un secco “no”.

Perché disturbarsi.

Due parole che pesano come un macigno, e che i Pink Floyd si sono portati dietro per tutta la carriera. David Gilmour, amico d'infanzia di Syd, entrò in formazione proprio in quei mesi e la band si trasformò in un collettivo più cerebrale, guidato via via dalla penna di Roger Waters.

Il gruppo, negli anni successivi, costruì un impero. “The Dark Side of the Moon”, uscito nel marzo del 1973, vendette milioni di copie in tutto il mondo e restò in classifica per anni, trasformando quattro musicisti inglesi piuttosto schivi in miliardari involontari della psichedelia progressiva. Ma il successo, si sa, porta con sé un retrogusto amaro. E il retrogusto amaro, per i Pink Floyd del 1974, aveva il volto di un'industria discografica sempre più famelica, di manager sempre più invadenti, di un pubblico sempre più distante dal palco, ridotto a comparsa di uno spettacolo che non capiva più fino in fondo. Aveva anche, sotto sotto, il volto di un'ombra: quella di Syd, che nessuno aveva più il coraggio di nominare ad alta voce, ma che tutti sentivano ancora accanto, ogni giorno, senza il bisogno di dirselo.

Bisogna capire anche il contesto più largo, quello sociale, quello che si respirava fuori dagli studi di Abbey Road, perché nessuna canzone nasce nel vuoto, per quanto suoni eterea. La Gran Bretagna del 1974 era attraversata da crisi economica, scioperi e razionamenti energetici. Il sogno hippie degli anni Sessanta stava svanendo e il cinismo dei tempi nuovi preparava già il terreno al punk. In quel clima di disillusione, i Pink Floyd stavano inconsapevolmente componendo il requiem non soltanto per Syd Barrett, ma per un'intera epoca.

Fu in questo clima, tra un tour europeo e l'altro, che nacque l'idea del brano. Durante il tour francese del 1974, la band iniziò a proporre dal vivo un pezzo strumentale ancora senza nome, ribattezzato semplicemente “Shine On”. L'origine musicale è ben documentata e Gilmour l'ha raccontata più volte con il consueto understatement britannico: “trovai quelle note per caso, disse, mi attirarono subito e continuai a suonarle. Roger si accorse immediatamente che c'era qualcosa, e chiese cosa stesse suonando. Non era un accordo qualunque. Era, quasi un lamento, una frase che sembrava chiamare qualcuno per nome. E il nome che venne in mente a tutti, senza che nessuno dovesse pronunciarlo, fu quello di Syd”. Quella sequenza sarebbe diventata nota come “Syd's Theme”, il tema di Syd, il cuore pulsante di tutto il brano.

Waters si mise a scrivere il testo con un'urgenza quasi confessionale e lo stesso Gilmour, uomo mai prodigo di complimenti nei confronti del collega con cui avrebbe poi litigato per decenni, ha ammesso in tempi recenti che quei versi descrivevano Syd in modo straordinario, perché Syd era davvero così. Il brano venne rifinito negli studi di Abbey Road tra il gennaio e il luglio del 1975, mentre la band lavorava all'intero album “Wish You Were Here”. Una curiosità tecnica poco nota: Gilmour scelse di registrare parte della chitarra nello Studio One di Abbey Road, di solito riservato alla musica classica e alle orchestre, proprio per dare all'intera suite una dimensione più sinfonica, più ampia del solito riff da studio rock.

E poi c'è quell'apertura, il celebre accordo di sol minore ottenuto sfregando le dita bagnate sul bordo di bicchieri di cristallo riempiti a diverse altezze d'acqua. Pochi sanno che quel suono non venne inventato per “Shine On”: era stato registrato anni prima, il 5 gennaio del 1971, per un progetto sperimentale mai portato a termine chiamato “Household Objects”, un disco che i Pink Floyd volevano costruire usando esclusivamente oggetti domestici al posto degli strumenti tradizionali. Il progetto fu abbandonato, ma quei bicchieri, quel suono spettrale e liturgico, sopravvissero e trovarono casa proprio qui, come un'eco sonora dentro un brano interamente dedicato alla memoria di un uomo.

Fu proprio durante quelle sessioni che accadde uno degli episodi più celebri e struggenti della storia del rock. Era il 5 giugno 1975, e la band stava ultimando il missaggio proprio di “Shine On You Crazy Diamond” quando, nello studio, entrò un uomo che nessuno riconobbe subito: grasso, pallido, la testa completamente rasata, senza sopracciglia. Fu David Gilmour a capire per primo e a dirlo a Nick Mason: è Syd. Roger Waters scoppiò in lacrime, davanti a tutti. Erano passati sette anni da quando Barrett aveva lasciato il gruppo e in quei sette anni si era trasformato in qualcosa che i suoi vecchi compagni faticavano a riconoscere.

Qualcuno gli chiese come avesse fatto a ingrassare così tanto, e Syd rispose, con la stessa surreale nonchalance di sempre, che in frigorifero aveva molta carne di maiale.

A distanza di molti anni nessuno seppe mai se fosse stata solo una battuta, un modo per sviare la domanda o semplicemente la risposta più sincera che gli venne in mente.

Poi si offrì di suonare la chitarra, ma nessuno accettò: forse per pudore, forse perché sarebbe stato troppo doloroso. Gli fecero ascoltare il pezzo che parlava di lui, costruito interamente attorno alla sua assenza, alla sua genialità perduta. Syd ascoltò in silenzio, e alla fine commentò soltanto che suonava un po' vecchio. Una frase apparentemente senza senso, pronunciata con la disarmante lucidità di chi ormai vive fuori dal tempo. E invece aveva ragione lui: quel suono apparteneva già al passato, a un'amicizia e a un'epoca che si stavano chiudendo.

C'è un dettaglio che rende la giornata ancora più assurda, quasi da farsa nera se non fosse tutto vero: quello stesso 5 giugno 1975, David Gilmour festeggiava il proprio matrimonio, e il ricevimento si tenne proprio negli spazi di Abbey Road. Syd, prima di andarsene per sempre dalla vita dei suoi ex compagni, passò anche dal bar dove si festeggiavano le nozze, una reliquia vivente tra i brindisi, mai davvero riconosciuto dagli invitati. Fu l'ultima volta che i quattro Pink Floyd videro Syd Barrett insieme nello stesso luogo.

Veniamo ora al brano in sé, perché “Shine On You Crazy Diamond” non è soltanto un aneddoto commovente, è prima di tutto un'architettura musicale imponente, forse la più ambiziosa mai costruita dai Pink Floyd insieme a quelle di “The Dark Side of the Moon” e “The Wall”. Il pezzo, nella sua interezza, dura quasi ventisei minuti ed è diviso in nove parti, a loro volta raggruppate in due blocchi: le prime cinque parti aprono l'album, le ultime quattro lo chiudono, incorniciando come un abbraccio tutte le altre canzoni di “Wish You Were Here”, comprese “Welcome to the Machine” e “Have a Cigar”, quest'ultima cantata non da un membro della band ma dal musicista folk Roy Harper, ospitato in studio quasi per caso e diventato voce narrante di uno dei versi più caustici mai scritti contro l'industria discografica, quello che chiede sarcasticamente quale sia il tuo nome, tra i due Pink là fuori, rivolto a manager che confondevano platealmente i membri della band tra loro.

La prima parte si apre con quell'accordo lunghissimo di sol minore prodotto dai bicchieri di cristallo, un'apertura che sembra sospesa nel nulla, un respiro che precede la voce. Su quel tappeto si innesta il synth, poi la chitarra di Gilmour, con un fraseggio blues suonato con un tocco pulito ed effettato, quasi timido. Passano quattro minuti prima che accada qualcosa: e a quel punto arriva lei, la sequenza di quattro note, il tema di Syd, che sposta improvvisamente l'armonia dal registro di do maggiore a quello di sol minore, come se un'ombra attraversasse la stanza. È un momento di pura genialità compositiva: quattro note bastano a ribaltare l'intero equilibrio emotivo del brano, e chi ha studiato tecnicamente quell'intervallo ha fatto notare come combini una quinta giusta tra si bemolle e fa con una sesta maggiore tra sol e mi a corde vuote, un incastro che suona insieme naturale e stranissimo, magico senza essere artificioso.

Da lì la struttura si allarga. Entrano batteria e basso, arriva un secondo assolo di chitarra, poi un assolo di sintetizzatore Minimoog affidato a Richard Wright, forse il membro forse più sottovalutato della band, autore di gran parte dell'ossatura armonica del pezzo insieme a Gilmour, e spesso relegato ingiustamente in secondo piano nelle narrazioni ufficiali dominate dall'ego ingombrante di Waters. Solo dopo otto minuti e mezzo di puro strumentale arriva finalmente la voce di Roger Waters, che intona i celebri versi “remember when you were young, you shone like the sun”. Non è un caso che la voce arrivi così tardi. Il brano vuole farci aspettare, vuole farci sentire il peso di quell'assenza prima ancora di nominarla. La quinta parte chiude il primo blocco con un arpeggio di due chitarre e l'ingresso del sassofono, prima baritono poi tenore, suonato da Dick Parry, lo stesso musicista che aveva firmato l'assolo leggendario di “Money” su “The Dark Side of the Moon”. Le ultime quattro parti, che chiudono l'album dopo “Welcome to the Machine” e “Have a Cigar”, riprendono e sviluppano ulteriormente il tema, in un crescendo che si dissolve infine in un vento registrato, lo stesso vento che apriva “Wish You Were Here”, a chiudere il cerchio in modo perfettamente circolare, quasi ossessivo, come solo un lutto mai davvero elaborato sa essere.

Da un punto di vista armonico, il brano è costruito su una tonalità di sol minore che non segue quasi mai le regole della funzione dominante classica: mancano gli accordi di quinto grado che in una canzone pop ci si aspetterebbe di sentire, e al loro posto ci sono movimenti per terze, quelle che i musicisti chiamano mediante cromatiche, che danno al pezzo quella sensazione di fluttuazione, di assenza di una vera casa armonica a cui tornare. Musicalmente parlando, è come se il brano stesso vagasse, senza una meta fissa, proprio come vagava la mente di Syd negli ultimi anni della sua vita cosciente. Gilmour, per i suoi tre assoli di chitarra, si muove prevalentemente sulla scala pentatonica minore di sol, arricchita da inflessioni blues, con un uso del bending misurato, quasi trattenuto, molto lontano dall'esibizionismo tecnico di certi chitarristi coevi. È un assolo che comunica dolore controllato, non disperazione urlata. Ed è proprio in questo controllo, in questa capacità di dire moltissimo dicendo poco, che sta la vera cifra stilistica di Gilmour, tanto diversa e tanto complementare rispetto alla scrittura tagliente e narrativa di Waters.

Il testo, scritto quasi interamente da Roger Waters, merita un discorso a parte perché è uno dei testi più delicati e insieme più duri mai scritti dalla band. Il titolo stesso è un piccolo capolavoro di ambiguità. “Shine on, you”. Continua a brillare, tu. Un imperativo affettuoso, quasi disperato, rivolto a un amico che ha smesso di brillare da tempo. E poi “crazy diamond”, diamante pazzo: l'accostamento di una pietra preziosa, rara, quasi indistruttibile, alla parola crazy, che allude senza troppi giri di parole alla malattia mentale di Syd, forse causata dall'abuso di LSD, forse aggravata da una fragilità che covava da prima, un tema su cui critica e biografi non hanno mai smesso di dividersi. Il testo racconta, con immagini quasi pittoriche, gli occhi come buchi neri nel cielo, il sorriso dipinto sul volto, un uomo che raggiunse per primo la luna e poi la cedette troppo presto, alludendo al talento precoce e sprecato di Barrett. C'è una tenerezza rara in questi versi, la stessa tenerezza con cui si parla di un fratello maggiore che non ce l'ha fatta, mescolata a una rabbia sorda contro chi, nell'industria musicale, aveva sfruttato quel talento fino a spremerlo del tutto, tema che diventa esplicito e feroce proprio nelle canzoni successive dell'album.

C'è chi ha notato, ed è un'osservazione linguisticamente interessante, come il testo giochi con un progressivo spostamento dei pronomi, passando da un tu diretto e confidenziale, quasi un dialogo privato tra amici, a una terza persona più distante e narrativa nelle parti finali del brano, come se la band, mano a mano che il pezzo procede, prendesse le distanze emotive necessarie per riuscire a raccontare fino in fondo una storia altrimenti troppo dolorosa da sostenere in prima persona. È una scelta stilistica che rivela una cura quasi letteraria nella scrittura di Waters, capace di modulare la distanza emotiva con la stessa precisione con cui Gilmour modulava le distorsioni della chitarra.

Anche la celebre copertina di “Wish You Were Here”, realizzata da Hipgnosis, traduce visivamente lo stesso tema dell'alienazione e del rapporto tossico tra artista e industria che attraversa tutto il disco (la sola copertina meriterebbe un discorso a parte ma rischieremmo di aprire un capitolo nel capitolo).

Bisogna anche dire, per completezza e per onestà intellettuale, che non tutti hanno letto “Shine On You Crazy Diamond” come un capolavoro assoluto e privo di ombre. Alcuni critici dell'epoca, penso ad esempio a certe recensioni comparse sulla stampa musicale britannica nel 1975, giudicarono l'intero album “Wish You Were Here” eccessivamente lento, quasi soporifero, distante dall'urgenza e dall'energia che di lì a poco avrebbe portato il punk a spazzare via proprio quel tipo di rock progressivo dilatato e cerebrale. È un'accusa che si può capire, se si guarda il brano con le orecchie di un ragazzo che nel 1976 ascoltava i primi singoli dei Ramones e trovava tutto quel prog un lusso borghese da smantellare a colpi di tre accordi. Ma è un'accusa che, con gli anni, ha perso quasi del tutto forza, perché il tempo ha dimostrato che la lentezza di “Shine On” non era stanchezza, era necessità narrativa, era lo spazio necessario per lasciare che il dolore respirasse.

E poi c'è la vita di Syd, dopo: tornò nella casa della madre a Cambridge, dove visse in un ritiro quasi monastico per trent'anni, dedicandosi alla pittura e al giardinaggio, lontano dal mondo della musica che lo aveva reso famoso e poi lo aveva spezzato. Morì il 7 luglio 2006, a sessant'anni, per complicazioni legate al diabete. La notizia fece il giro del mondo, e in molti tornarono ad ascoltare proprio “Shine On You Crazy Diamond”, come si torna a rileggere una lettera d'addio scritta trentun anni prima. Nel 2023 è uscito anche un documentario, “Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett and Pink Floyd”, ultimo omaggio a un uomo rimasto, per mezzo secolo, una figura più leggendaria che reale.

La canzone, intanto, ha continuato a vivere una vita propria sui palchi, quasi indipendente dalla parabola dell'uomo che l'aveva ispirata. È rimasta un cardine dei concerti dei Pink Floyd fino agli anni Novanta, come testimonia la celebre esecuzione del 1994 a Earls Court, a Londra, poi confluita nel film-concerto Pulse. E nel dicembre del 2025, per i cinquant'anni di “Wish You Were Here”, la band ha pubblicato un cofanetto celebrativo con un nuovo mix stereo che riunisce per la prima volta tutte e nove le parti in un'unica traccia ufficiale, restituendo al brano quella continuità che il vinile originale, diviso tra apertura e chiusura dell'album, aveva sempre spezzato in due.

Ecco perché, ancora oggi, mezzo secolo dopo, “Shine On You Crazy Diamond” resta uno dei vertici assoluti della storia del rock. Non perché sia tecnicamente perfetto, anche se lo è quasi. Non perché racconti una bella storia, anche se la racconta benissimo. Ma perché riesce, con un'onestà rarissima nel mondo dello spettacolo, a mettere in musica un sentimento che tutti, prima o poi, proviamo: il rimpianto per qualcuno che avremmo voluto salvare e che non siamo riusciti a salvare. Non c'è retorica, in quei ventisei minuti. C'è solo la verità di quattro amici che guardano un quinto amico allontanarsi lentamente, e che decidono di dedicargli l'unica cosa che sapevano fare davvero bene: continuare a farlo brillare, almeno nella musica, per sempre.

E allora, visto che siamo arrivati fin qui, concedetemi un'ultima digressione personale. La più sincera di tutte.

Questo brano, oggi, lo dedico a me stesso.

Non per vanità, e nemmeno per retorica facile. Lo dedico a me perché in questo momento particolare della mia vita ho bisogno anch'io di tornare a brillare. Perché anche chi scrive, in questo momento, si sente un po' come quell'uomo pallido e irriconoscibile che entra in una stanza dove tutti lo aspettavano ancora uguale a come lo ricordavano. Capita a tutti di smarrirsi per strada. Di guardarsi allo specchio e riconoscersi un po' meno del giorno prima. Di perdere per un periodo la direzione senza riuscire a spiegare bene quando sia successo.

In fondo “Shine On You Crazy Diamond” non parla solo di Syd Barrett. Parla di chiunque abbia bisogno che qualcuno, o qualcosa, continui a chiamarlo quando si è perso, anche quando sembra impossibile, anche quando il mondo intorno ha già smesso di crederci.

E forse è per questo che continuo a tornarci anch'io. Perché ci sono momenti in cui certe canzoni smettono di essere soltanto musica e diventano una specie di punto di appoggio. Non risolvono nulla. Non cambiano la realtà. Ma ricordano che una direzione esiste ancora. Da queste quattro note che sanno chiamarti per nome anche quando tu stesso hai smesso di riconoscerti.

Shine On You Crazy Diamond parts 1-9 (da YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=Eq6PGyaki7U

Pink Floyd (sito ufficiale): https://www.pinkfloyd.com/

Syd Barrett (sito ufficiale): https://www.sydbarrett.com/

Previous
Previous

Enola Gay: tre minuti e mezzo per raccontare la fine del mondo

Next
Next

Quando la RAI tappava le orecchie